TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 2 dicembre 2016

Italia: perchè banchieri e faccendieri non vanno mai in galera?


Oltre che del sole, l'Italia è la terra dei "furbi" impuniti. A differenza dell'ultraborghese (e tanto vituperata) America dove evasori fiscali, bancarottieri e politici corrotti vanno in galera e ci restano per anni, in Italia una magistratura, che si autocelebra in continuazione come puntello della democrazia e della legalità, non pare fare molto per contrastare la criminalità finanziaria. Nonostante i crack e gli scandali si conta una manciata di sentenze di scarsa rilevanza, mentre i danni pesano sulla vita economica e politica del Paese. 

Gianluca Di Feo

Il risparmio e le procure


L’ennesimo campanello di allarme sul rischio che il domino delle crisi bancarie finisca per abbattersi solo sui risparmiatori: al momento non ci sono colpevoli, né risarcimenti. Da Siena ad Ancona, da Vicenza a Ferrara, si conta una manciata di sentenze non esecutive e di scarsa rilevanza — come la condanna a 40 mesi in primo grado per gli ex vertici di Monte dei Paschi — mentre i danni continuano a pesare sulla vita economica e politica del Paese.

Danni alla stabilità delle istituzioni creditizie, minacciata dalla situazione di otto istituti — come ha ricordato pochi giorni fa il Financial Times — in condizioni così fragili da far temere fallimenti a catena. E danni subiti da centinaia di migliaia di investitori, che hanno visto polverizzare i risparmi affidati a sportelli dalla facciata solida e le casse bucate. Ferite profonde, che eppure non sembrano ispirare né rettifiche né riforme: tutto sta arenandosi nelle solite diatribe di partito infarcite di slogan e invettive.

L’assoluzione dei vertici di Banca Etruria è stata letta non solo come una sconfitta dei pubblici ministeri aretini, spesso al centro di polemiche negli ultimi mesi, ma anche come una smentita alla linea di Bankitalia. Soltanto le motivazioni del giudice permetteranno di capire quanto questa lettura sia fondata, offrendo forse la possibilità di valutare eventuali responsabilità di Palazzo Koch nella mancata prevenzione del crac aretino. Certo è che finora le piccole procure che hanno indagato sullo sfaldamento degli istituti locali non sembrano avere realizzato istruttorie tempestive o efficaci dal punto di vista dei risultati processuali. In alcuni casi, c’è forte il sospetto che il gomitolo di relazioni intessute nel passato tra queste banche e gli uffici giudiziari possa avere contribuito a influenzare ritardi e omissioni: un’ombra che è stata evidenziata negli atti del procedimento romano su Veneto Banca o nelle inchieste di questo giornale sulla Popolare di Vicenza.


Allo stesso tempo però viene da chiedersi se queste procure di dimensioni minori, prive di magistrati e investigatori specializzati, siano in grado di affrontare processi complessi come quelli sui crac dei grandi istituti, che coinvolgono operazioni internazionali, prodotti finanziari sofisticati con un labirinto di prestiti e partecipazioni per centinaia di milioni di euro. Non è facile passare dalla routine della provincia, dove i reati spesso si limitano alle rapine e alle frodi fiscali, alle istruttorie su crac miliardari e al contraddittorio con avvocati e consulenti di livello.

La sentenza di ieri, ad esempio, riguarda un giudizio abbreviato — svolto quindi senza interrogatori di testimoni ed esame in aula delle prove — basato solamente su tre documenti: il dossier dell’ispezione di Bankitalia, il verbale dell’ispettore che l’ha condotta, la relazione del nucleo aretino della Guardia di Finanza. Atti che — stando al verdetto — non si sono rivelati determinanti.

Non è un caso se procure dotate di maggiori risorse e che dispongono di professionalità esperte nella materia — come Genova, Milano e Roma — abbiano realizzato indagini e processi quantomeno con maggiore rapidità. E solo un accertamento chiaro delle colpe, con sentenze effettive, servirà da deterrente contro altre gestioni spericolate delle casse collettive.

Questo il punto su cui riflettere. Perché c’è bisogno di interventi che restaurino la fiducia degli italiani nelle banche, trasmettendo il segnale chiaro di un’inversione di rotta. Le misure possibili sono tante, a partire da una revisione delle competenze investigative e repressive. Da introdurre possibilmente prima che la lista dei crac si allunghi.


La Repubblica – 1 dicembre 2016