TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 4 dicembre 2016

Italo Sbrogiò e il comitato operaio autonomo di Porto Marghera



"Quando gli operai comunisti si riuniscono, essi hanno primamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra un mezzo, è diventato scopo. Questo movimento pratico può essere osservato nei suoi risultati più luminosi, se si guarda ad una riunione di "ouvriers" socialisti francesi. Fumare, bere, mangiare, ecc. non sono più puri mezzi per stare uniti, mezzi di unione. A loro basta la società, l'unione, la conversazione che questa società ha a sua volta per iscopo; la fratellanza degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell'uomo si irradia verso di noi da quei volti induriti dal lavoro".

K. Marx, manoscritti economico-filosofici del 1844


Toni Negri

Italo Sbrogiò, l’anima del «comitato autonomo» di Porto Marghera


Il 27 novembre, la sera, Italo Sbrogiò se n’è andato. La malattia contro la quale da alcuni anni lottava, ha avuto il sopravvento. Un mese fa era tuttavia riuscito a presentare la sua autobiografia: La fiaba di una città industriale. 1953/1993. Quarant’anni di lotte (Casa Editrice el squero). Si era sentito vicino alla fine e aveva avuto il timore di non arrivare a tempo a farlo. Così se n’è andato uno dei migliori fra i molti compagni che hanno costruito il lungo Sessantotto italiano.

Era nato nel maggio del 1934, aveva cominciato a lavorare come metalmeccanico a 16 anni e dal 1952 era operaio nel Petrolchimico di Porto Marghera. Pensionato nel 1989, ha continuato ad occuparsi del «controllo di qualità» come consulente per la stessa impresa. Comunista, dal 1960 fu uno dei primi ad entrare nella Commissione Interna della fabbrica come rappresentante della CGIL, nel 1962 fu eletto nel Comitato Federale e nel 1964 fu consigliere comunale di Venezia. Si dimise dal partito e fu espulso dal sindacato alla fine dei ’60.

Italo, dal 1963, diresse le lotte degli operai del Petrolchimico ed in particolare quel ciclo di «lotte strepitose» che a Porto Marghera si svolsero dal ’67 all’agosto del ’70 – lotte nelle quali ebbero una funzione preminente i compagni di Potere Operaio dentro e fuori le fabbriche di Porto Marghera. Furono le prime lotte, quelle del Petrolchimico di Porto Marghera, nelle quali la parità salariale fra operai ed impiegati, cioè fra tutti i lavoratori in fabbrica, e poi il rifiuto della contrattazione sindacale della nocività, divennero obiettivi primari della lotta di classe in fabbrica. Sono le rivendicazioni che insorsero alla Pirelli, all’Alfa Romeo e infine, nell’«autunno caldo» della Fiat, configurando l’aspetto comunista di un enorme movimento di trasformazione politica. Italo era cosciente di tutto ciò. Rideva quando qualcuno lo contestava dicendogli che erano rivendicazioni economiche e non politiche. Gli spiegava pazientemente che la diseguaglianza non era un insulto alla morale ma il modo di organizzare lo sfruttamento. E se il «maoista» non voleva comprenderlo, gli accarezzava la zucca con un scappellotto.



Italo Sbrogiò fu, con altri eccezionali compagni, l’anima del «comitato autonomo» di Porto Marghera che, pur legato a Potere Operaio, fu sempre un’istituzione operaia indipendente. Il comitato fu il luogo nel quale le avanguardie operaie si collegarono con studenti ed intellettuali esterni alla fabbrica per condurre analisi ed intervento nelle lotte di fabbrica e sociali, proponendo la costruzione di una forza che si proponesse il problema del potere politico nella società industriale. Italo fu per gli operai un compagno e un capo, per gli studenti e gli intellettuali un maestro e un esempio di militanza. A tutti noi insegnò a leggere Il Capitale come un testo che aveva direttamente a che fare con la lotta di fabbrica e ci apprese la lotta di classe come praxis: guerra da condurre ogni giorno e in ogni situazione, presa di coscienza da approfondire in ogni momento, lotta da estendere in maniera continua ovunque si presentasse il comando del capitale e del suo Stato, costruzione di istituzioni di potere.

Dopo i ’60, gli anni ’70 furono per Italo anni di consolidamento del modello organizzativo costruito nel triennio rosso ’68-’70. Il comitato, «l’assemblea autonoma» vissero un periodo di solido impianto in fabbrica e di estensione sociale della loro influenza nelle scuole e nella società. Quando nel 1979, la repressione si abbatté furiosamente contro i compagni dell’Assemblea – e molti furono incarcerati – Italo mantenne vivo il discorso autonomo, da tutti rispettato in fabbrica e fuori. Non fu facile avere fratelli messi in galera dagli ex-compagni picisti. Eppure oggi Italo c’è ancora, fra noi, nel nostro ricordo, nella nostra ammirazione – e degli altri anche la cenere è volata via.



Poichè era un comunista Italo voleva la liberazione dal lavoro. E come molti dei suoi compagni non doveva far molti sforzi per sapere che cosa fosse. Talvolta attendevamo l’uscita del turno di notte sullo spiazzo del Petrolchimico, alle 22:00, e si andava in una di quelle famose osterie dell’hinterland veneziano a far bisboccia – e non potete immaginare quanta! La gioia di vivere era quella di chi si era liberato dalla veneta condizione contadina e di chi voleva distruggere la puzza di cloruro e la miseria proletaria della fabbrica. Abbasso il latte che il padrone ti dava per disinfettarti. Evviva la grande mangiata di pesce e il buon vino nostrano che toglie ogni tristezza. L’eccedenza nell’amicizia e nell’allegria sono una dote che Italo e i suoi compagni lasciano a chi vuole costruire un mondo nuovo.

Com’è difficile scrivere per un fratello che se n’è andato. I sentimenti ti soffocano. L’ammirazione ti toglie la parola. Come si fa a dire per un giornale – quando ti leggono persone che non hanno mai incontrato Italo – come si possono esprimere quell’amore fraterno, quelle passioni comuni, quell’esercizio di intelligenza di cui Italo fu, con bonomia e rigore, maestro? L’ultima volta che vidi Italo, ero – qualche anno fa – in ospedale con una brutta polmonite. Venne a trovarmi con una mascherina sul volto, nel reparto «infettivi» nel quale stavo. Ci facemmo subito un gran risata sulle cautele che gli erano imposte dopo decenni di veleni respirati a Porto Marghera.



E lui mi raccontò a che livello di infamia era ormai giunto il comando del padrone nella liquidazione di quel che restava nella fabbrica… E lamentava l’infezione della terra di Porto Marghera, in profondità, fino a 100 metri di zolle non più fertili. Il padrone non rovina solo la vita dei lavoratori ma anche la terra e il cielo. Ecco una cosa che non bisogna mai dimenticare, mi dicevo ascoltando Italo: il capitale si chiama sempre padrone ed è il minimo, odiarlo.

Mi scrive un amico molto più giovane emozionato per la morte di Fidel. Ma aggiunge: ho letto di Italo Sbrogiò. L’ho conosciuto sui vostri libri, da vicino, dunque. Ci salutano due comandanti in poche ore.


il manifesto – 2 dicembre 2016