TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 26 dicembre 2016

Kinnaur dove gli oracoli sfidano il caos


In movimento è il supplemento mensile del Manifesto dedicato alla montagna e all'alpinismo. E' un giornale affascinante che merita di essere letto e conservato. L'autore, anrtopologo ed esperto di lingue e culture orientali, è anche un grande giornalista e fotoreporter. La foto sono prese dal suo sito http://www.indika.it/.

Emanuele Confortin

Kinnaur dove gli oracoli sfidano il caos


Gopal Chand aveva 17 anni il giorno in cui fu rapito. Era sera e si trovava fuori casa quando qualcosa prese il controllo del suo corpo, condizionandone i movimenti. Un passo dopo l’altro, in uno stato di semi-incoscienza il giovane giunse al tempio posto su un’altura ai margini del villaggio. Qui, si unì per la prima volta alla divinità locale. Il legame fu annunciato dal tremito diffuso a partire dalle mani, con un crescendo culminato nello scatto all’indietro della testa, quindi la perdita dei sensi. Attorno a quel corpo inerme, ancora scosso dalla trance, c’erano decine di persone attonite, impotenti davanti a una manifestazione di forza con la quale nessuno avrebbe osato interferire. I segni erano chiari: si trattava di un rapimento iniziatico. 

Gopal era stato scelto, e per il resto della sua esistenza avrebbe servito come oracolo di Naranas la divinità guerriera. Era diventato un grokch, anello di giunzione tra oracolo e sciamano, capace di indursi la trance e di essere posseduto, eseguendo esorcismi e divinazioni. Sono trascorsi quasi quattro decenni da quella notte e Gopal oggi è uno dei grokch più potenti della valle del fiume Sutlej, dove giorno dopo giorno la sfera umana e quella divina si alleano in uno sforzo perpetuo per evitare il caos.

    Trance estatico

Incontro Gopal nel villaggio di Kalpa, in Kinnaur, distretto tribale dell’Himachal Pradesh nella propaggine occidentale dell’Himalaya indiano. Sono qui da due mesi ormai per concludere un’etnografia in merito alla religiosità locale, incentrata sugli oracoli. Poco più a est, dove il fiume Spiti si immette nel Sutlej, corre la Line of Actual Control, il confine che separa l’India dall’altopiano tibetano e dalle truppe cinesi. La terra dei grokch è isolata e scoscesa, estranea a quel turismo che da decenni riversa viaggiatori e mistici poco lontano, nei dintorni di Manali o McLeod Ganj, sede del governo tibetano in esilio. Le strutture ricettive a Kalpa sono poche e male in arnese, così alloggio nella casa di Chandra Prakash, una robusta abitazione di pietra e legno costruita seguendo i canoni tradizionali. Tutto attorno, le distese di alberi da frutto precipitano nella profonda valle che spacca in due il Kinnaur. Oltre i terreni ammansiti di stagione in stagione si estendono foreste e pascoli d’alta quota, sui quali troneggiano giganti come il Leo Pargial (6.791 m), la cima più alta del distretto. Tuttavia, la vetta principale è il Kinner Kailash (6050 m), trasposizione dell’omonimo Kailash tibetano, considerata dimora degli dei.

Kalpa si sviluppa su un altopiano agricolo, a 3000 metri. Attorno crescono verdi foreste di devadar, il cedro himalayano, dal sanscrito “legno

    Protezioni sacre del villaggio

Nascere e vivere nella terra dei grokch impone la conoscenza di un universo sottile, popolato da demoni, spettri ed entità sovrannaturali costantemente in agguato. Sono gli abitanti dell’aranya, la “selva”, dove le creature terrifiche rifuggono la luce del sole e il benefico fulgore del fuoco domestico, pronte ad accanirsi sulla preda ideale: l’uomo. Ecco che ciascun villaggio costituisce un microcosmo, la roccaforte in cui viene preservato il ṛta, “l’ordine stabilito”. Come una fortezza, attorno all’abitato sorgono mura invisibili composte da santuari, da bandiere di preghiera o da pietre incise con mantra protettivi, destinati a filtrare chi entra ed esce.

Pochi giorni dopo il mio arrivo la gente del posto mi impartisce alcune regole di comportamento. Imparo ad aver rispetto degli spazi selvatici, ad evitare schiamazzi, a rendere omaggio alle divinità e a muovermi con cautela in prossimità dei grossi alberi, dei massi erratici, nei campi di cremazione o alla confluenza dei ruscelli. Nelle loro sortite oltre le mura invisibili del villaggio, pastori, braccianti e viaggiatori indossano collane e amuleti protettivi preparati dal lama buddhista. L’allerta cresce con il novilunio, quando l’oscurità delle terre alte cala il sipario sulle creature in attesa, abili nell’esercizio di maya, “l’illusione”, usata per irretire le proprie vittime.

    Baldacchino della divinità

«Hanno la consistenza dell’aria e si muovono come il vento», assicura Padam Chand, grokch della dea Rokshu nel villaggio di Roghi. L’oracolo mi mette in guardia da Bakarsuna, lo spirito dell’alta quota, dove può prendere sembianze animali e colpire con pietre o provocando malattie. C’è poi Bansir, entità femminile ospite degli alberi di devadar, capace di trasformarsi in uomo o in scimmia e ferire i passanti. Nella cerchia degli spiriti kinnaura, il più temuto è Daphranto, reminiscenza di un uomo colpito da morte violenta nei pressi di Kalpa. Il demone entra in azione con il buio, dopo la mezzanotte. Si manifesta con malattie o impossessandosi del corpo delle vittime, usato poi come mezzo per avvicinarne altre e strappare loro il cuore.  

Il Kinnaur è anche terra di magia e sortilegi, eseguiti da stregoni in grado di comporre amuleti malefici o di scagliare incantesimi, piegando gli spiriti al proprio volere attraverso tecniche antiche, retaggio della tradizione del bon tibetano. Sia essa grave o un disturbo lieve, per la cultura kinnaura ogni malattia è causata da un’infestazione soprannaturale, la cui gravità dipende dall’entità infestante e dai tempi del contagio.

La prassi terapeutica inizia con la preghiera al tempio e le oblazioni al fuoco. Poi c’è il consulto di un lama che proporrà una cura specifica. Se il male persiste si torna al tempio per interrogare la divinità di villaggio. L’immagine sacra viene posta sul rath, il “baldacchino” di legno e stoffa usato per le processioni, quindi sollevata da quattro uomini, due per ciascun lato della struttura e fatta oscillare in aria. Dall’interpretazione dei movimenti del rath è possibile identificare l’origine del male e definire una cura. Nei casi gravi, se le terapie falliscono, serve l’esorcismo del grokch.

    Un momento del rito
L’unione tra divinità e uomo è preceduta dalla trance. Il tremito inizia con il movimento inconsulto delle mani, incrociate tra loro all’altezza del diaframma. «La divinità entra da qui sopra», spiega Gopal calando una mano sulla fontanella, «progressivamente perdo il controllo del mio corpo e non sento più nulla». Il fremito si estende dagli arti al torace, infine al collo. 


    L'autore durante il rito
Durante la discesa lo sguardo del grokch si fa spiritato, il viso prende un colorito paonazzo e dalla bocca escono pesanti sbuffi, alternati ad un rantolo incomprensibile. La trance cresce di intensità per dieci, forse venti secondi, poi uno scatto all’indietro del capo fa cadere il tepang, il cappello kinnaura e i capelli scendono sulla fronte. La trasfigurazione così compiuta testimonia l’avvenuta possessione. Il corpo del grokch diventa la divinità stessa, pertanto ogni azione o parola proferita rispecchiano la volontà suprema. In questo momento dio e uomo si incontrano, divenendo il primo guerriero e il secondo arma.

Forti di un sapere mai scritto e di un legame ereditario, si ergono a baluardo della comunità, esorcisti, divinatori e mantenitori dell’ordine cosmico al di là del quale non resta che il caos.


Il manifesto/in movimento – 1 dicembre 2016