TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 25 dicembre 2016

La Grande Dea, Regina delle Alpi



Un piccolo omaggio a Betti, Gabriella, Linda, Silvia e Vilma.
Che la Comunità Eredibibliotecadonne viva un 2017 ricco di eventi e di sorellanza.

La Grande Dea, Regina delle Api


Da uno di questi pastori, invecchiato fra le montagne, udii sul Monte Civrari, fra la valle di Susa e quella di Viù, narrare, con una efficacia insuperabile, una delle leggende che furono popolari, ed ora vanno perdendosi in quella parte delle Alpi, ed è quella che ricorda la corsa delle fate. Già mi era stata narrata da un erborista della montagna dal cuore semplice e buono. Colla gerla accanto egli si era poggiato all'arco ardito e nero di un vecchio ponte, sotto il quale balzava la Stura, e colla parola come ispirata descrisse il giro percorso dalle fate, seguendo collo sguardo le creste, le cime delle montagne, le curve dei colli lontani, e forse colla fantasia accesa le vedeva passare in quell'istante, fra lo splendore del sole e lo scintillìo dei nevai. Eppure la sua parola mi parve inefficace e rozza quando udii il vecchio pastore del Civrari.

Nel sito ove incontrai costui, i fianchi della montagna aridi e neri si elevavano come una fortezza immensa, dietro la casetta scura ove a sera egli ritirava il gregge. Il paesaggio era tristissimo nella sua imponenza, non vedevansi nè campicelli di segala, nè pascoli, nè distese rosee di rododendri, che mettessero una nota gaia in mezzo alle rupi. Il Richiaglio solo balzava fra i massi accumulati dal precipitare d'una valanga e correva alla valle.



Di notte, in mezzo a quella desolazione, mentre forse la nebbia passava rapidamente nelle gole, fra il chiarore della luna, e spinta dal vento che flagellava le roccie, coprendo la voce monotona del Richiaglio, il vecchio pastore, sgomentato da un rumore di ruote e di sonagli, era uscito dalla povera casa, ed avea visto passare la splendida e meravigliosa corsa delle fate. Ora noi possiamo sorridere pensando a questa credenza degli alpigiani, ma per intendere tutta la grandiosa poesia del racconto che mi venne fatto lassù, bisognava trovarsi fra i pericoli della montagna, verso i 2000 metri d'altezza, nella solitudine ove non giungeva altro suono di voce umana, ove moriva ogni ricordo della vita cittadina; e mentre il vecchio descriveva la visione apparsagli in quella notte, mi pareva di veder passare le fate colle corone di edelweiss, ritte sui carri di fuoco, in uno splendore di luce, seguìte dai folletti nella corsa vertiginosa sulle creste, i colli e le altissime cime.

In questa credenza della corsa notturna delle fate sulle nostre Alpi Graie, che non devesi confondere colla ridda delle streghe, trovasi molta relazione con altre credenze che durano ancora su tutta la catena delle Alpi; e specialmente verso il Tirolo e le regioni austriache, ove si ha viva memoria della dea Bercht, che ebbe un culto esteso nell'antichità e venne ricordata da Tacito. Le leggende che riguardano questa dea ed il suo seguito sono molte, e vennero raccolte con somma cura, come fiori del passato che la civiltà invadente potrebbe travolgere presto nell'oblio. Esse narrano che, specialmente da Natale all'Epifania, la dea, splendente di viva luce, passa sulle montagne, e col suo seguito di fate e di streghe, va raccogliendo le offerte che gli alpigiani depongono sui tetti delle case. Molte di queste fate sono orribili nell'aspetto, ed hanno lunghi bastoni e sacchi ove mettono i doni. Nel loro viaggio fanno un'infinità di salti.

In altri paesi di montagna, la corsa della dea colle così dette Perchten, avviene, secondo la convinzione dei montanari, nell'ultima notte di carnevale. Allora le fate si dividono in due schiere, in una di queste trovansi le belle, adorne in modo splendido con nastri e fiori, nell'altra sono riunite le brutte, vestite in maniera da mettere spavento; esse sono cariche di catene e di sonagli, e portano una quantità di topi attaccati alle vesti. Le belle hanno un bastone adorno con nastri; le brutte gittano cenere in faccia agli alpigiani, la dea Bercht salta in mezzo ad esse, e dalla minore o maggiore quantità dei suoi salti dipende che il raccolto dell'annata sia per gli alpigiani scarso o abbondante.


Forse come ultimo ricordo delle feste che si dovettero celebrare nei tempi lontani, usa ancora fra certi alpigiani una danza che prende il suo nome. Questa però non ha nulla di speciale nei movimenti dei quattro ballerini che l'eseguiscono; essi sono vestiti con abiti ricchissimi, di color giallo e rosso, adorni con nastri, e portano una corona di penne.

Sulle Alpi austriache si crede che nella notte di San Michele la dea Bercht, sempre fulgente col suo seguito, passi benedicendo i buoni e castigando i cattivi, e la seguono anche dei fanciulli che vanno cantando una tristissima nenia.

Sulle Alpi della Svizzera, credesi che la processione delle fate avvenga nel secondo giorno dell'anno, o nel terzo se l'anno comincia di sabato; però nell'inverno la bella dea ha il suo trono sottoterra, ove trovasi anche il suo gregge; ma essa ritorna pure qualche volta sulla terra vestita con indicibile ricchezza, e gitta segala sui campicelli delle montagne, o a Natale, vestita da cacciatrice, corre seguìta da una folla di spiriti allegri, ed è speciale protettrice delle buone fanciulle.



Da: Maria Savi Lopez, Leggende delle Alpi, 1889.