TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 5 dicembre 2016

Pietro Citati, E Anna salvò Dostoevskij



I debiti e gli impegni di lavoro; l’epilessia, la depressione e l’amore. Pietro Citati ricostruisce due anni (fondamentali) della vita di Dostoevskij.


Pietro Citati

Il castigo (senza il delitto ). E Anna salvò Dostoevskij


Nell’autunno del 1866 Fëdor Dostoevskij aveva un impegno con l’editore Stellovskij. Entro il dicembre doveva consegnare un nuovo romanzo: se non l’avesse consegnato, avrebbe perduto i diritti sulle sue opere, che diventavano proprietà dell’editore. Volle scorciare i tempi della stesura, e si rivolse a una stenografa, Anna Grigorievna Snitkina, che aveva appena compiuto vent’anni. Il padre aveva infuso nella figlia uno straordinario amore per Dostoevskij: Anna aveva divorato, piangendo e appassionandosi, le Memorie dalla casa dei morti e Umiliati e offesi . Era grave, seria, tenace, capace di consacrarsi completamente alla persona amata: possedeva uno straordinario dono di osservazione; e nessuna civetteria. Scriveva tutto ciò che le accadeva nei suoi minuziosissimi diari, che ci hanno conservato con precisione la storia della sua vita con Dostoevskij.


Quando si svegliò, la mattina del 4 ottobre 1866, Anna era felice: l’idea di aiutare lo scrittore che amava la riempiva di gioia; e raccontò tutto alla madre, con una emozione che le impedì di dormire. Alle 11.30 entrò nella casa di Dostoevskij: era grande, composta da una quantità di piccoli appartamenti, e le fece pensare a quella di Raskolnikov, in Delitto e castigo . L’appartamento di Dostoevskij le fece un’impressione penosa: lui le sembrò vecchio; ma appena cominciò a parlare, le sembrò più giovane, come se non avesse più di trentacinque anni. Un occhio di lui era bruno: l’altro era così dilatato che la pupilla era invisibile; questa asimmetria dello sguardo gli dava un’espressione enigmatica. Camminava avanti e indietro per la stanza: fumava una sigaretta dopo l’altra, che spegneva in una scatola di sardine vuota. Aveva l’aria stanca e malata.

Dostoevskij fu molto sincero: le confidò subito che soffriva di epilessia, e che poco prima aveva avuto un attacco. Ora domandava ad Anna il suo nome: ora riprendeva a camminare nella stanza, come se avesse dimenticato la sua presenza. Le disse che, in quel momento, dopo la crisi, gli era assolutamente impossibile dettare il nuovo romanzo; e le propose di tornare la sera, alle venti. La sera le chiese di mettersi al suo tavolo di lavoro, dove sarebbe stata più comoda.



Anna fu assalita da un orgoglio immenso: sedere al tavolo sul quale era stato scritto Delitto e castigo , le pareva inaudito. Non sorrise nemmeno una volta. Questa gravità incantò Dostoevskij, che fu di nuovo indotto a parlare di sé. Le raccontò l’episodio dominante della sua vita: la condanna a morte, quando pensava che gli restassero solo cinque minuti di vita, che per lui rappresentavano un’eternità. «Come desideravo vivere, mio Dio — le disse —. Come la vita mi sembrava cara! Quanto bene avrei potuto fare!».

Anna comprese la ragione della sua franchezza: quell’uomo era solo, assolutamente solo, rifiutato ed escluso da tutti. Dostoevskij dettò per un’ora: era inquieto, saltava da un argomento all’altro, dimenticava il nome di lei, e poi lo dimenticava un’altra volta.

Il lavoro continuò. Ogni giorno Anna arrivava alle dodici, e ripartiva alle sedici. Dostoevskij la chiamava: «mia cara», «mia colomba», «mia buona Anna Grigorievna»; le mostrò la fotografia della prima moglie morta, che sembrava quella di un cadavere; e Anna discorreva liberamente con lui, come se fosse stato suo zio, o un vecchio amico. Gli chiese: «Perché mi raccontate soltanto sventure? Raccontatemi una cosa felice». Lui rispose: «La felicità non l’ho mai conosciuta! Ma l’aspetto!». Le dettava Il giocatore : condivideva la passione del protagonista; e le disse che ci voleva una grande forza di carattere, per vincere in sé l’impulso del gioco.

L’otto novembre 1866 fu il giorno più memorabile della vita di Anna. Quando Dostoevskij sentì la sua voce, le andò incontro nell’anticamera. Era molto commosso. Sembrava più giovane. Anna gli chiese: «Vi è accaduto qualcosa di piacevole?». «Sì — rispose lui —. Questa notte ho fatto un sogno meraviglioso. I sogni significano molto per me. Vedete Anna Grigorievna, questa cassetta di palissandro: ci metto i miei manoscritti, e i ricordi che mi sono cari. Ora, ecco che, in sogno, ho veduto tra le carte della cassetta un oggetto brillante che scintillava come una stella, e ora appariva ora scompariva. Scoprii un brillante piccolo, luminosissimo».

Raccontò ad Anna un romanzo, di cui era protagonista un pittore: «Nel momento decisivo della sua esistenza — continuò Dostoevskij — incontrò una ragazza della vostra età, che chiamerò Anna, intelligente, buona, piena di tatto». Continuò con la voce tremante: «Supponiamo che quel pittore sia io, che vi rivelo il mio amore, e vi domando di essere mia moglie. Dite, cosa mi rispondereste?». Anna rispose, con una decisione improvvisa: «Vi risponderei che vi amo, che vi amerò per tutta la vita». Dostoevskij rispose: «Anna, so cosa è diventato il mio piccolo brillante». E aggiunse: «Tu sei tutto il mio avvenire — fede, speranza, felicità, beatitudine». Per Dostoevskij fu un rischio: un grandissimo rischio; ma egli viveva soltanto di rischi.



Nei mesi successivi, Dostoevskij fu felice: non c’erano più tracce del suo umore cupo; ed ebbe pochissimi attacchi di epilessia. Un giorno per la strada, un organetto attaccò un’aria famosissima del Rigoletto , «La donna è mobile»: Dostoevskij smise di dettare e si mise a cantare, sostituendo le parole italiane con il nome di Anna; aveva una piacevole voce di tenore, un po’ soffocata. Tre mesi dopo, Anna Grigorievna e Dostoevskij si sposarono: lui lo scrisse ad Apollinarija Suslova, la sua amante di anni prima, come se nemmeno in quel momento potesse liberarsi dal suo tremendo legame: «La differenza di età è spaventosa (venti, quarantaquattro), ma sono sempre più convinto che lei sarà felice. Ha cuore e sa amare».

Presto Dostoevskij e Anna Grigorievna partirono per la Germania: prima Berlino, dove giunsero il 18 aprile 1867, e due giorni dopo Dresda, dove si fermarono due anni. Dostoevskij pensava di sconfiggere sia i creditori sia la sua epilessia. Visitarono la galleria, ammirando specialmente la Madonna Sistina di Raffaello, davanti alla quale Dostoevskij, commosso restava incantato per ore: egli comprò per la moglie un cappello di paglia guarnito di rose, con un velluto nero, che cadeva sulle spalle e allora veniva chiamato «seguitemi». Nel parco ascoltarono l’orchestra: Dostoevskij amava Beethoven, Mendelssohn, Rossini, soprattutto l’ouverture del Don Giovanni di Mozart, ma non sopportava Wagner. A volte cantava insieme ai cantanti, dividendo le parole con la moglie: «Fed’ka, mio caro perdonami», e lui rispondeva: «No, no, no, per nulla al mondo». Quando passavano davanti alle vetrine illuminate dei negozi, Dostoevskij osservava i gioielli che, se avesse potuto, avrebbe comprato per Anna. Ogni tanto usciva dall’albergo per fare delle commissioni, e tornava carico di pacchetti di formaggi e di candele.

Scriveva di notte: non andava mai a letto prima delle tre del mattino: allora svegliava la moglie; c’erano lunghe conversazioni, parole tenere, risate, baci; «Questa mezz’ora o ora — scriveva lei — è il momento più ispirato e felice della giornata». Quando usciva dall’albergo, dopo le quindici, Dostoevskij andava a sedersi in un caffè, dove leggeva giornali russi. Leggeva tre giornali russi ogni giorno: fino all’ultima riga, frugando fra le notizie politiche, la cronaca nera e i resoconti giudiziari. Per tutta la vita egli adorò i giornali: adorava è a dir poco perché erano, per lui, il mezzo privilegiato attraverso il quale conoscere la vita, che altrimenti restava inattingibile.



Poi scesero verso il sud. Sulla strada che portava a Ginevra si fermarono a Basilea, per visitare il museo. In primo luogo c’era un quadro di Holbein: con il Cristo, staccato dalla croce, che aveva appena sofferto una morte terribile: il corpo era scheletrico, le ossa sporgenti, le mani e i piedi feriti e gonfi: il viso atrocemente sfigurato dai colpi, tumefatto, con tremendi lividi sanguinanti e gonfi: gli occhi non vedevano e non esprimevano nulla; il bianco dell’occhio, aperto e scoperto, brillava di un riflesso vitreo e cadaverico. Dostoevskij rimase a lungo davanti al quadro, il suo viso aveva la stessa espressione spaventosa che la moglie aveva già osservato in lui prima delle crisi di epilessia.

Dostoevskij disse alla moglie: «Un simile quadro può far perdere la fede». In quel momento egli conobbe una tentazione: la più grande e angosciosa della sua vita. Forse Cristo non era risorto dal sepolcro: «Se Cristo non è resuscitato», aveva detto San Paolo, «allora è vana anche la nostra predicazione, è vana pure la nostra fede». Se Cristo era soltanto quel cadavere livido, tutto quello che egli aveva sperato e sognato era inutile. La storia del mondo, e la sua stessa vita e i suoi libri, erano un fallimento. C’era solo la natura. Ma se Cristo non era risorto, la natura era una grande bestia: un enorme scorpione, oppure un grande ragno, o una tarantola ripugnante. O, peggio ancora, la natura era una macchina di nuova costruzione, sorda e insensibile, che dominava la storia, e «aveva afferrato, maciullato e inghiottito un Essere sublime e inestimabile».


Quando Dostoevskij fu a Ginevra, le crisi di epilessia si moltiplicarono. Temeva la noia, perché viveva in un isolamento completo, come su «un’isola disabitata», disse a un amico. Scriveva L’idiota : l’idea lo attrasse moltissimo, perché il principe Miškin, che soffriva di mal caduco, avrebbe dovuto essere l’uomo «assolutamente buono»; ma l’esecuzione del libro lo deluse. Le crisi ripresero, crisi come a Pietroburgo. Di solito lo aggredivano nel sonno, verso il mattino, quando egli era più indifeso, o subito dopo che era andato a letto. Il viso si sconvolgeva: i denti stridevano, gli occhi guardavano storti: convulsione e spasmi correvano per tutto il corpo; e poi c’era il grido — il grido spaventoso, subumano, che a Dostoevskij sembrava giungere da qualcun altro acquattato dentro di lui. Quando la crisi era finita, per quattro, cinque, otto giorni aveva una dolorosa oppressione al petto, la testa confusa e nebbiosa, la memoria indebolita: emicranie, eccitazione nervosa, tristezza ipocondriaca; mentre una sfumatura color rosso-sangue, avvolgeva le cose, come se fosse già giunta l’Apocalisse. Provava un acutissimo senso di colpa: temeva di diventare pazzo; temeva di morire e supplicava la moglie di non lasciarlo solo, sperando che la presenza di lei allontanasse la morte.

Spesso Dostoevskij esaltava l’inizio delle crisi: all’improvviso il cervello si accendeva e tutte le forze vitali si tendevano in uno slancio straordinario. In quei brevi istanti, lo spazio di un lampo, le sensazioni vitali e la coscienza di sé decuplicavano. Una luce illuminava l’intelligenza e il cuore: l’euforia lo avvolgeva: le sensazioni erano di una tale intensità e di una tale dolcezza, che avrebbe dato la vita intera per conservarle; tutte le emozioni si risolvevano in una calma suprema piena di gioia, di speranza e di armonia, che racchiudeva le cause finali. Forse era la bellezza suprema: insospettabile, inaudita, l’ultima sintesi della vita.

Con tutte le forze della propria immaginazione filosofica, Dostoevskij trasformò quell’istante impercettibile di luce nel momento supremo dei suoi libri: un mito doppio, tenebroso e luminoso, come i suoi miti più profondi; un attimo di rivelazione metafisica e mistica, così alta e inattingibile, che nessun’altra forza poteva raggiungere. Quale felicità ricca e dolce, quale gioia e speranza, quale luce straordinaria gli illuminava lo spirito: un accordo col mondo, un’estatica fusione con la sintesi della vita. Era una condizione superiore a qualsiasi amore: per pochi istanti, balzava oltre il tempo, che lo aveva sempre schiacciato; e cominciava l’«armonia eterna».

Poteva pensare che la storia cessasse: che la fine dell’umanità venisse raggiunta; che gli uomini vivessero in terra senza generare, simili agli angeli di Dio nel cielo. Poi nasceva una depressione tremenda: il mondo era soltanto tenebra: le sue labbra erano blu, il viso scarlatto; era ossessionato dalla paura della morte, e posseduto da un fiele che lo costringeva a calunniare qualsiasi cosa. Si chiedeva se fosse possibile accettare questa illuminazione suprema, a costo di diventare pazzo.


Il Corriere della sera – 5 dicembre 2016