TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 13 dicembre 2016

Saragat, Moro e la strategia della tensione. Il segreto della Repubblica



Ieri era l'anniversario della strage di Piazza Fontana. Proprio in questi giorni quasi per caso abbiamo avuto modo di trovare un piccolo libro che ricostruisce su fonti dei servizi segreti inglesi l'origine "politica" della strategia della tensione nell'incontro fra Saragat e Nixon del 7 febbraio 1969. Un libro, quasi sconosciuto, ma molto interessante. Ne riprendiamo parte dell'introduzione.

Gianfranco Bellini

Il Segreto della Repubblica 



Molti anni fa, il compianto Primo Moroni (leggendario animatore della Libreria Calusca di Milano) mi fece sapere che un giornalista romano lo aveva contattato per chiedere notizie del libro "Il Segreto della Repubblica" a firma Walter Rubini. Primo sapeva perfettamente chi si celasse sotto lo pseudonimo di Walter Rubini: aveva “spinto” il libro attraverso una distribuzione speciale destinata ai compagni del movimento, che numerosissimi frequentavano la libreria. Fu così che incontrai Paolo Cucchiarelli. 

Paolo era interessato al libro e a capirne gli antefatti. Voleva inoltre incontrare mio padre, cosa che puntualmente avvenne. Dopo un periodo di reciproca cautela, iniziammo a sentirci regolarmente. Oggi, quel lontano incontro si è concretizzato nella richiesta di Paolo di procedere alla ristampa de Il Segreto della Repubblica. 

Ho accettato la proposta con una certa fatica: si trattava di riprendere una storia di per sé non piacevole (si parla comunque di bombe) e per me particolarmente gravida di ricordi. Al pari di tutta la generazione di cui faccio parte, la mia gioventù (la mia vita) è stata violentemente segnata dalla bomba di Piazza Fontana e dalla “strategia della tensione” nei suoi due momenti: “stragismo nero” e tentativi golpisti con la guerra tra bande degli “opposti estremismi”, terrorismo “chirurgico” e guerra civile strisciante della lotta armata. 

Il tutto si concluse con la repressione di massa e con la grande normalizzazione dell’epoca craxiana, l’ottundimento di un’intera generazione zittita da un consumismo basato sui debiti.
Ricordo perciò perfettamente i morti, gli arresti, i furibondi scontri di piazza, i giovani di allora caduti nelle trappole (astutamente tese) degli opposti estremismi, dell’eroina, del terrorismo nero prima e rosso poi. E ricordo la fortissima motivazione che mi spinse, nel periodo a cavallo tra il 1977 e il 1978, a spendere un anno di vita per scrivere, insieme a mio padre, questo libro. Un libro che ha una sua storia che vale la pena di raccontare.



Come nacque "Il Segreto della Repubblica" 

1975: momento culminante della grande avanzata della sinistra, iniziata nel 1968 con la rivolta studentesca e continuata nel 1969 con la grande stagione rivendicativa e unitaria delle lotte operaie dell’autunno caldo. Nel mezzo, la grande lotta di resistenza per bloccare quella che sembrava esclusivamente una controffensiva “di classe”: le bombe (utilizzate con spietata puntualità ogni cinque-sei mesi), l’aggressività delle squadracce missine, i tentativi di colpo di stato, più o meno dichiarati e credibili. 

Il Paese aveva reagito e si era rafforzato nella grande battaglia difensiva. L’ultimo baluardo da espugnare era quello della minaccia della sedizione militare. Un anno prima, il 1974, il referendum sul divorzio aveva dimostrato come il Paese si fosse ormai liberato dalla pesante ipoteca confessionale su cui si era basato il potere della Dc per trenta lunghi anni, aprendo così la strada alla vittoria delle sinistre e a una reale speranza di cambiamento. 

Fu proprio allora che si registrò l’ultimo vero tentativo golpista. Un complotto molto articolato e pericoloso, anzi il più pericoloso, perché ordito fuori dalla Dc e contro la Dc stessa. Fu bloccato in extremis dall’intervento di Giulio Andreotti che, alcuni giorni prima che scattasse l’“ora x”, nell’agosto 1974, fece spostare una decina di alti ufficiali da un incarico all’altro. Il “Drago Scarlatto” (questo il nome in codice del complotto) confermava pienamente le preoccupazioni espresse da Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, sul rischio del ripetersi in Italia del sanguinosissimo colpo di stato organizzato l’anno prima in Cile dagli americani (sotto la direzione di Henry Kissinger). 


(...)

I nuovi rapporti politici ed elettorali usciti dal “biennio rosso” 1975-1976, benché estremamente favorevoli alla sinistra, non produssero quel rinnovamento e quella modernizzazione della realtà italiana, ormai non più procrastinabile. Durante il periodo del governo della “non sfiducia”,(1) maturò il disincanto di moltissimi militanti e simpatizzanti di sinistra. 

Alcuni di questi, per reazione (e in piena buona fede), andarono a formare la base di massa della cosiddetta “lotta armata”. Essi furono l’inconsapevole “brodo di cultura” della seconda fase della strategia della tensione basata sulle tecniche dell’infiltrazione nel terrorismo di sinistra.
L’unico elemento costante nelle due fasi della strategia della tensione fu l’obiettivo: l’onorevole Aldo Moro. E questo, a mio modesto avviso, non perché Moro fosse un pericoloso sovversivo o un agente di Mosca, ma semplicemente perché era troppo imprevedibile, intelligente, spregiudicato, furbo e, in ultima analisi, indipendente per i padroni (americani) dell’Italia.

Tornando a casa dal servizio militare, alla fine del 1976, ero quindi convinto che la “strategia della tensione” fosse un capitolo ormai archiviato e che fosse giunto il momento di partecipare alla ricostruzione dei fatti. Per questa ragione, convinsi mio padre, con il quale avevo a lungo discusso degli eventi del 1969, a mettere “nero su bianco” una ricostruzione basata sulle molte informazioni inedite di cui egli disponeva. 

Il lavoro di preparazione, raccolta e vaglio dei documenti, iniziò subito e durò alcuni mesi. In seguito, procedemmo alla stesura del testo, un lavoro particolarmente accurato e sofferto. Bisognava infatti evitare assolutamente qualunque appiglio formale e una qualsiasi querelle legale che potesse innescare un processo di disinformazione sul libro. Fu un lavoro snervante, di massima concentrazione, mentre intorno a noi il panorama politico cambiava rapidamente. Era l’epoca in cui le “nuove Brigate rosse” iniziavano l’escalation militare che culminerà col rapimento di Aldo Moro.

Infatti, quando il libro era ormai pronto arrivò il primo inaspettato ostacolo: il rapimento di Moro, appunto. Visto che il libro stesso si imperniava sulla figura del politico democristiano, il rapimento ci obbligò a un rinvio forzato: non era possibile pensare alla pubblicazione del Segreto durante la lunga agonia dello statista pugliese. Alcuni mesi dopo la tragica fine di Moro ci decidemmo, e il libro venne presentato alla casa editrice Feltrinelli (che, tra l’altro, aveva pagato un anticipo). Ma con la morte di Moro e la coda di polemiche (e operazioni dei servizi segreti) che ne era scaturita, la situazione si era ormai fatta complicata. Fu così che l’allora responsabile editoriale decise di non pubblicare il libro, probabilmente per non esporre direttamente la casa editrice. In cambio, propose una soluzione di compromesso: un’edizione indipendente del libro e la sua diffusione su scala nazionale, utilizzando la distribuzione della Feltrinelli stessa. 



(...)

La conseguenza più evidente di questo libro è contenuta nel rinvio a giudizio per la strage di Piazza Fontana predisposto dal giudice Guido Salvini. E questo ha mutato completamente la storia del libro.

Normalmente, i libri-inchiesta partono da qualcosa di assodato, magari il lavoro di qualche magistrato, se non altro per evitare spiacevoli conseguenze legali, querele e danni che certe accuse possono causare. Prendono atto delle evidenze assodate e dei fatti riconosciuti in sede penale, li collegano e cercano di inquadrarli nel contesto storico per arrivare a conclusioni di tipo generale. Nel caso de Il Segreto della Repubblica è avvenuto il contrario. La ricostruzione storica fatta nel libro (che in trent’anni non ha prodotto nessuna querela) è stata in parte valutata e recepita nella ricostruzione penale. Ci sono voluti decenni, ma è successo. (...) Vediamo, dunque, come la Procura della Repubblica ha citato il libro: 

“Tale complessiva ricostruzione trova corrispondenza in un documento molto particolare e precisamente un volumetto, riguardante gli attentati del 12.12.1969 e soprattutto quanto sarebbe avvenuto, sul piano politico/istituzionale, dopo gli attentati stessi, quasi sconosciuto anche agli studiosi del settore e mai preso in considerazione ed analizzato durante le precedenti istruttorie. [ecco qui una conferma successiva della “cortina del silenzio”, N.d.A] Si tratta del breve saggio politico-giudiziario Il Segreto della Repubblica, edito nel 1978 dalle sconosciute Edizioni FLAN e firmato da tale Walter RUBINI.

Chiave di volta della ricostruzione operata nel volume pubblicato nel 1978 (che comunque non contiene, in merito all’esecuzione degli attentati, nulla che non fosse già noto alle indagini) è il compromesso, appunto Il Segreto della Repubblica, che sarebbe stato raggiunto il 15.12.1969, subito dopo il solenne funerale delle vittime della strage di Piazza Fontana, fra due ampie aree politiche, una autoritaria e quasi filo-golpista e una più cauta e non disponibile a ridurre gli spazi di democrazia, compromesso che comportava che il Presidente del Consiglio, on. Mariano Rumor, non si adoperasse per la dichiarazione dello stato di emergenza e non decidesse di sciogliere le Camere e che tuttavia in cambio, quale condizione posta dalla componente autoritaria, si desse via libera alla prosecuzione della pista anarchica voluta dal Ministero dell’Interno e si rinunziasse ad approfondire la “pista nera” che il nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma aveva cominciato a battere con successo”. 



… e come Guido Salvini ha riassunto la tesi del complotto contenuta nel libro:

- scissione del P.S.I. e formazione del P.S.U. nel luglio 1969, presuntivamente appoggiata e finanziata da ambienti americani, e ruolo di tale Partito nei successivi eventi di spinta verso soluzioni autoritarie, noti come “strategia della tensione” conseguenti agli attentati;

- prevista disponibilità, all’interno della medesima strategia (di cui braccio operativo sarebbero stati Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale), del Presidente del Consiglio, on. Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza e a sciogliere le Camere nella prospettiva della formazione di un governo di centro-destra con l’esclusione del P.S.I.;

- fallimento di tale strategia a seguito dei dubbi e dei tentennamenti a mettere in opera tali scelte da parte dell’on. Rumor, in particolare dopo i funerali delle vittime della strage del 12.12.1969, e conseguente venir meno dell’obiettivo politico degli attentati; 

- formazione comunque di un accordo a livello dei più alti vertici politici, compreso l’on. Moro allora Ministro degli Esteri, affinché non fosse sviluppata la pista riguardante l’Aginter Press e Avanguardia Nazionale, delineata nell’appunto del S.I.D. del 16.12.1969 e inizialmente sviluppata da alcune indagini del Nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma (in particolare nei confronti di Delle Chiaie) e di conseguenza avesse sviluppo a livello di indagine di p.g. solo la c.d. pista rossa o anarchica avviata in particolare dal Ministero dell’Interno. La descrizione della congiura, un vero e proprio colpo di stato, anche se più soft di quelli che normalmente gli americani organizzavano all’epoca, è chiara e lineare.

Ma oggi, rivedendo il tutto, questa impostazione necessita di qualche precisazione: il fenomeno inquadrato solo su scala nazionale non tiene conto di quel contesto internazionale che, oggi, ho imparato a conoscere e valutare. In altre parole non basta più dire che gli americani “ci hanno provato” in Italia, ma bisogna capire anche perché. Domanda alquanto interessante visto che gli inglesi, da parte loro, alla fase “bombarola” della strategia della tensione si sono opposti. Non solo: le successive scoperte, quali la storia di Gladio e del suo referente sovranazionale Stay Behind, inquadrano la strage di Piazza Fontana in una più articolata strategia su scala europea, facendone un argomento di estremo interesse anche per gli altri membri dell’UE. In altri termini, dobbiamo capire il movente, il movente politico vero che ha originato la strategia della tensione: in Italia, certo, ma anche in molti altri paesi europei. E questo, anche dovessimo aspettare altri trent’anni per sentirci dare ragione!


http://www.disinformazione.it/segretorepubblica.htm