TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 18 dicembre 2016

Silvestro II. Il papa dei “bivi pitagorici”



Un papa misterioso. Guido Araldo ricostruisce la storia di Silvestro II.

Guido Araldo

Il papa dei “bivi pitagorici”

Due squarci insperati di luce illuminano il profondo medioevo, attestando che il filo di Hiram non si era stato spezzato: un capitello e un papa. Il capitello è in un chiostro, estremo retaggio di un antico monastero benedettino sotto una enorme roccia solitaria, quasi in una grotta che sembra proteggerlo, Il monastero di San Juan de La Peña, non lontano da Jaca, capitale antica dell’Aragona quasi nascosta tra le pieghe dei Pirenei in un tempo in cui gli Arabi dominavano gran parte della Spagna. In questo dimenticato capitello è raffigurato sulla pietra, in altorilievo, “il mito di Hiram”, ucciso da tre fratelli compagni d’arte e sepolto sotto un’acacia. Unico esempio al mondo. Laggiù, sulla frontiera dei Mori, i padri benedettini, forse transfughi da Toledo, sapevano… Il papa è Silvestro II: colui che guidò l’umanità al guado dell’anno Mille.

Il secolo X è noto come il “saeculum horribilis” del papato, poiché troppe volte il soglio di Pietro fu profanato da avventurieri, puttanieri, ladri e assassini (si pensi al papa sorpreso nel letto di una moglie fedifraga, il cui un marito geloso non esitò a buttarlo da una finestra, uccidendolo). In tanto dileggio il ruolo di traghettatore nel nuovo millennio dell’umanità toccò a un genio, purtroppo dimenticato. Sulla fine del secolo e del millennio il papato fu illuminato da un papa straordinario, forse non estraneo al filo di Hiram: Silvestro II, il papa dei “bivi pitagorici”

Il primo “bivio pitagorico” avvenne nell’anno 967, quando il giovane Gerberto d’Aurillac incontrò nel monastero della sua città, dove studiava greco e latino, il conte Borrel, signore d’Urguel, che lo volle al suo fianco. Quel giovane studente conosceva anche l’arabo, appreso chissà come, e il conte necessitava d’interpreti per i commerci che intratteneva con gli Arabi d’Andalusia. “Nella vita di ogni uomo” sosteneva Pitagora “Accade di giungere a un bivio, a volte senza nemmeno accorgersene; soprattutto nell’età adolescenziale quando i “bivi” sono determinanti, poiché vi si gioca il futuro della vita, quasi sempre in maniera inconsapevole”.

La tradizione vuole che il giovane Gerberto arrivò a Saragozza, all’epoca occupata dagli Arabi, al seguito di una delegazione commerciale, e qui fosse venuto a contatto con famosi intellettuali che vivevano quella città. Tolomeo e Alandreo, astronomi; Giulio Firmico, insigne matematico, e il poeta Gaspar.

    Saragozza 

In seguito ci fu il “secondo bivio pitagorico”: il giovane Gerberto mal tollerava l’insulsa vita tra stupidi paggi, la cui unica brama era intravedere le caviglie delle dame sotto le lunghe vesti, e tra rampolli baldanzosi desiderosi di duellare dall’alba al tramonto. Si aggregò a una seconda spedizione commerciale, che questa volta, arrivò a Cordoba, all’epoca le più grande città d’Europa. Fu allora che maturò il progetto di una crociata in Oriente; non tanto per riconquistare Gerusalemme, ma per riunificare il bacino del Mediterraneo. Progetto che rimase un dolce sogno per il resto della sua vita.

Il terzo “bivio” corrispose a un terzo viaggio, quando il vescovo Attone di Vich, in Catalogna, lo volle al suo fianco in un lungo viaggio verso Roma che, all’epoca, era ridotta a misero villaggio. Qui Gerberto s’inginocchiò al cospetto di papa Giovanni XIII e fu introdotto alla corte imperiale di Ottone, che in quei giorni soggiornava nella città eterna. Una sera Gerberto descrisse il pianeta terra simile a una grande mela e molti cavalieri risero di gusto, fino a piangere; ma l’imperatore lo fissava pensieroso. Fu così che Gerberto, all’età di ventun anni, divenne precettore del figlio dell’augusto imperatore.

Il quarto “bivio pitagorico” fu la nomina, all’età di 33 anni, ad abate di Bobbio, all’epoca tra i più prestigiosi monasteri al mondo, in crisi per la gestione sconsiderata dei precedenti abati: rampolli di nobili famiglie piacentine, propensi più alle feste e alle donne, che alla gestione delle sue immense proprietà. L’incarico di abate includeva anche la carica di conte di un vasto territorio. Nella solitudine del grande monastero Gerberto scrisse “De sphaerae constructione”. La lingua greca sembrava ormai dimenticata nell’Europa Occidentale, ma a Bobbio, grazie a Gerberto, i monaci ripresero a leggere Aristotele e Platone nella loro lingua originale, curandone preziose traduzioni in latino.

    Reims

Il quinto “bivio” fu la nomina ad arcivescovo di Reims da parte dell’imperatore, alla morte dell’arcivescovo Adalberone. Qui si scontrò con Arnolfo, figlio illegittimo del re Lotario, che ambiva alla stessa cattedra e non esitò a scatenare disordini nelle vie cittadine. Il suo rivale lo accusò di eresia, di neopaganesimo, in seguito a un saggio sulla “gnosi alessandrina”. Fu accusato anche d’essere alchimista e astronomo, poiché s’interessava alle leggi fisiche che regolano il mondo.

Il “sesto bivio” fu il suo ritorno a Roma, dove non venne processato, ma gli fu assegnata la sede arcivescovile di Ravenna; correva l’anno 997. Era soltanto questione di tempo! Il soglio di Pietro era a portata di mano. Quell’anno a papa Giovanni XV successe Gregorio V; ma fu un pontificato di breve durata, poiché il nuovo papa fu ben soppresso con il veleno, in quel covo d’intrighi che era la “città eterna”. Il nuovo imperatore Ottone III, che all’epoca aveva diciannove anni, desiderava a Roma un papa fidato, sostenitore della “rinnovatio Imperii” che andava perseguendo con grande caparbia. E Gerberto, che fin da giovane sognava una società planetaria, non era estraneo a simili ideali; anzi, ne era il principale ispiratore.

La sua ascesa sul soglio di Pietro fu il “sesto bivio pitagorico”: correva l’anno 999, mese di marzo. La scelta del nome Silvestro non fu casuale: Silvestro I era stato il papa del cristianesimo emerso dalle catacombe, consigliere e amico personale dell’imperatore Costantino; allo stesso modo Silvestro II si prefigurava amico e consigliere di Ottone III, ispiratore di un progetto che ambiva cambiare il mondo. Non ci fu mai idillio più proficuo e intenso tra un papa e un imperatore: la mitica “renovatio imperii” sembrava a portata di mano. Ma Deus non voluit. Toccò a lui, sommo pontefice dell’anno Mille, traghettare l’umanità all’alba del nuovo millennio, in un clima d’universale isteria collettiva che ravvisava la fine del mondo proprio in quella data.

    San Giovanni in Laterano

Dalle brumose Ebridi ai solitari monasteri di Cipro si aspettava la fine del mondo: l’Apocalisse annunciato da san Giovanni. Predicatori invasati vagavano per le città e le campagne urlando le loro allucinazioni, le loro isterie, le loro assurde profezie. Silvestro II trascorse la serata della vigilia dell’anno Mille nella basilica di san Giovanni in Laterano; poi, all’alba, guidò un’impressionante processione da una chiesa all’altra, dove venivano celebrate messe continue tra interminabili “mea culpa, mea maxima culpa”. Nessuno quella notte a Roma dormì, come in tutte le città d’Italia, Francia, Germania, Inghilterra …

Purtroppo il progetto della “renovatio imperii” abortì per l’improvvisa e prematura morte del giovane imperatore il 24 gennaio dell’anno 1002, probabilmente per veleno. Quel giorno, nonostante la stagione invernale, la principessa bizantina Zoe, figlia dell’imperatore Costantino VIII, veleggiava verso l’Italia per un matrimonio che non ci sarebbe mai stato: un matrimonio che avrebbe unito il Sacro Romano Impero all’Impero Bizantino. Ottone III fu riportato in Germania da un drappello di cavalieri, in una lenta e solenne processione che attraversò il vasto impero, per essere sepolto ad Aquisgrana, accanto alla tomba di Carlo Magno. Per papa Silvestro, che all’epoca aveva 51 anni, fu un colpo mortale. Erano giorni drammatici: Ascanio da Costanza, comandante delle truppe imperiali, progettava di svuotare Roma dei tutti i suoi abitanti, per ripopolala con gente nuova e leale provenienti dalla Lombardia.

Non ci furono altri “bivi pitagorici”. Silvestro II si spense nella primavera dell’anno successivo, il 12 maggio. La morte arrivò con passi felpati, quasi un’insondabile stanchezza e ancora una volta si sospettò un avvelenamento. I sospetti si concentrarono su prelati ostili alla sua eccessiva accondiscendenza verso il patriarca di Costantinopoli, nel clima della “renovatio imperii”. Silvestro II fu sepolto tra molti onori, dopo una magnifica cerimonia nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Papa Silvestro II fu artefice della nuova nazione polacca: un popolo che sarebbe rimasto fedele alla chiesa di Roma per omnia sæcula sæculorum. Di analoga portata fu l’istituzione del regno d’Ungheria nella valle del Danubio Francia. Il popolo magiaro, giunto nomade dalle immense steppe dell’Asia, scelse Roma come faro di civiltà, diversamente dai Russi che avevano privilegiato Bisanzio. Gli sopravvisse la “scuola di Reims”, fondata nei pochi giorni in cui fu arcivescovo di quella diocesi: esempio unico d’umanesimo in pieno Medioevo, d’eclettismo filtrato dalla tradizione araba di Toledo: un esile luce della conoscenza in un’epoca dalle folte tenebre. Novant’anni dopo Urbano II rispolverò il sogno di Silvestro II e proclamò il “pellegrinaggio armato” verso il Santo Sepolcro.

    San Juan de La Peña

Ben presto, però, l’insolita cultura di Silvestro II, scrittore geniale, brillante oratore, scienziato come da secoli non ce n’erano stati e come non ce ne sarebbero stati nei secoli successivi, conoscitore della forza arcana del vapore e dei numeri arabi appresi in Spagna, in grado di eseguire mentalmente calcoli straordinari per i suoi contemporanei, generò leggende sinistre sul suo conto. Aveva ideato un organo idraulico per far suonare le campane, utilizzando i principi scientifici della macchina a vapore. Aveva fondato una scuola dove agli studi teologici si affiancava la scienza del quadrivio. Il papa che si era adoperato per diffondere l’uso dell’abaco in Europa, che aveva curato personalmente la traduzione dall’arabo, in collaborazione con Lupido da Barcellona, di trattati d’algebra e astronomia sconosciuti nell’Occidente cristiano: un gigante tra folle gementi in attesa dell’anno Mille, patì un’autentica “damnatio memoriae”. Chierici superstiziosi cominciarono a malignare d’intese segrete con gli Arabi; proprio lui che aveva progettato la liberazione di Gerusalemme con un’armata di pellegrini combattenti. La maldicenza è come pasta del pane che lievita.

Un confessore di Trastevere, un certo Quirino, avvezzo a sedurre le donne maritate che gli svelavano i loro peccati adulterini, diede per primo un nome al diavolo seduttore del papa; anzi, una diavolessa di nome Meridiana. Un nome che, per la verità, rievocava il “diavolo del meriggio”: spiritello citato da scrittori antichi, neppur troppo malvagio, che andava a visitare i cristiani durante la pennichella pomeridiana per indurli a peccare, con fantasie censurabili. Un certo Erminio, prelato presso la basilica di San Pietro, simoniaco e pedofilo, blaterò infingardo di aver visto il papa giocare in compagnia di quella diavolessa, davanti a una scacchiera muovendo torri, cavalli, re, regine, elefanti, vescovi. Gli Scacchi che il papa lo chiamava “il gioco dell’imperatore” poiché anche il giovane Ottone se ne dilettava. Anzi, proprio per questo, a detta del prete Erminio, l’imperatore era morto in giovane età: punito da Dio.

   San Juan de La Peña.  Il mito di Hiram

La maldicenza è pianta che cresce e diventa enorme, soprattutto se prospera sulla tomba di un papa.
Alla storiella della diavolessa Meridiana ne seguì un’altra, all’apparenza innocua: un busto misterioso meccanico che il papa si era costruito da solo e che consultava nottetempo, poiché rispondeva alle domande assentendo o dissentendo. Proprio quel busto, in grado d’intravedere il futuro, gli aveva svelato l’ora della morte, che l’avrebbe colto quando sarebbe andato a Gerusalemme. Il significato di quell’oscura e misteriosa profezia sarebbe stato inteso da papa Silvestro II il giorno in cui andò a celebrare messa nella chiesa romana consacrata alla Santa Croce di Gerusalemme. 

La cupa leggenda vuole che si udissero strani rumori salire terrificanti dalle viscere della terra, con un grande scuotimento di catene: il diavolo che veniva a prendersi l’anima di un papa con il quale aveva stipulato un patto sacrilego. Soltanto allora, cinereo in volto, Silvestro II capì il senso della profezia del busto meccanico e senza esitare implorò che gli fossero amputate braccia e gambe, affinché il diavolo non potesse ghermirlo. Subito dopo, orribilmente amputato, agonizzante, papa Silvestro II era stato adagiato su un carro trainato da una coppia di buoi lasciati liberi di vagare per le vie di Roma, finché non si erano fermati proprio davanti alla più santa delle basiliche: San Giovanni in Laterano, dove il papa “amico di Lucifero” fu sepolto, protetto dalla sacra unzione. In un certo senso papa Silvestro II era riuscito a raggirare anche il diavolo. La leggenda più diffusa in tutta Europa per 500 anni: un mito che stupiva, inorridiva e persino esaltava.

Altre leggende fiorirono. Altre storie si accavallavano, s’intersecavano, si confondevano. Su tutti tuonò il cardinale Tommaso de Corsellis, considerato tra i prelati più acculturati al concilio di Basilea all’inizio del XV secolo: “Ricordatevi che un pontefice, cosa assolutamente grave e orribile, divenne papa con l’aiuto del demonio”. Non fu necessario citarne il nome: tutti i presenti sapevano a chi si riferisse.

    Particolare della tomba di Silvestro II

In tanto bailamme si giunse finalmente all’anno 1684, quando papa Innocenzo XI decise di consolidare le fondamenta della basilica di San Giovanni in Laterano. Fu aperta l’arca marmorea di Silvestro II e venne smentita definitivamente la cupa leggenda di un papa scellerato che si era fatto tagliare a pezzi nell’intuire l’arrivo ferruginoso del demonio. Lo scheletro di papa Silvestro II apparve integro, sontuosamente coperto da abiti pontifici, con le braccia incrociate, le gambe distese e la tiara sul capo. Il canonico Cesare Rasponi testimoniò che, a contatto con l’aria, quel corpo meravigliosamente conservato si trasformò in polvere: rimase soltanto il suo anello con la scritta emblematica “Sic transit gloria mundi”.


Ma certe leggende sono dure a morire. Ancora oggi a Roma si mormora che la tomba di Silvestro II s’inumidisca alla morte di un cardinale e vi fuoriesca dell’acqua alla morte di un papa. E forse non fu un caso se i primi nove Templari erano originari della regione della Champagne, di cui Reims ne era la città principale e cuore culturale.