TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 31 gennaio 2016

Cacciatori di mammut al Polo. Sono i mitici iperborei?



Trovate tracce della presenza umana oltre il Circolo Polare artico risalenti a 45mila anni fa. Quei cacciatori di mammut erano gli iperborei di cui parlano miti antichissimi?

Gilberto Corbellini

L’«homo sapiens» venuto dal freddo


Se la scoperta dei paleontologi, pubblicata nei giorni scorsi sulla rivista Science, ovvero che individui della specie Homo sapiens andavano a caccia ben oltre il Circolo Polare artico già 45mila anni fa, forse sarà il caso di tornare a prendere sul serio alcune teorie che collocavano l’origine delle mitiche popolazioni cosiddette ariane al Polo Nord. In particolare, il suggestivo saggio del matematico, astronomo e fondatore del movimento indipendentista indiano Bal Gangadhar Tilak,

La dimora artica nei Veda (1903). Tilak, chiamato dai connazionali Lokamanya («colui che è onorato dal suo popolo come guida») avanzava l’ipotesi, basata sulla lettura di alcuni inni vedici, della cronologia e dei calendari vedici, nonché di passaggi dell’Avesta, che gli ariani abitassero il Polo Nord prima dell’inizio dell’ultimo periodo post-glaciale. Una teoria sostenuta anche nel libro del primo presidente della Boston University, William F. Warren, Paradise Found or the Crandle of the Human Race at the North Pole (1885). Libro che Tilak saccheggiò.

Al di là delle inverosimili speculazioni tendenzialmente razziste tardo ottocentesche fondate su tracce immaginabili a partire dalla letteratura mitologico-religiosa, la recente scoperta è di rilevantissima importanza, perché sposta di ben 15mila anni indietro la presenza dell’uomo moderno nella regione artica, e questo significa che 45mila anni fa i nostri antenati dovevano avere un’organizzazione sociale complessa e molto efficiente per abitare in territori ostili e cacciare mammut o i rinoceronti lanosi che brucavano le steppe-tundre erbose.

Sono stati proprio i resti di un mammut a fornire elementi per giungere a un conclusione abbastanza sorprendente. Infatti, per lungo tempo si era pensato che i nostri antenati cacciatori adattati ai climi freddi e in grado di cacciare la megafauna avessero raggiunto l’artico intorno a 15-12 mila anni fa, attraversando lo stretto di Bering per entrare nelle Americhe circa 15mila anni fa. Nuovi ritrovamenti agli inizi di questo millennio aveva portato a ipotizzare che già 35mila anni fa degli uomini cacciassero sui Monti Urali del nord e nella Siberia nordorientale. Ossa umane erano però finora state trovate non più a nord di Mosca, circa (57° nord). Mentre il mammut di cui parliamo è stato rivenuto casualmente da un bambino a 72° nord, cioè ben oltre il Circolo Polare Artico.



L’animale presenta una serie di ferite che sono chiaramente risultato di un’azione di caccia che ha portato alla sua uccisione, a cui sono seguite interventi di macellazione e asportazione di carne, grasso e di parte delle zanne. Per arrivare a quelle latitudini e cacciare un mammut dell’età di circa 15 anni e in piena salute, quegli uomini dovevano essere particolarmente abili nella costruzione di strumenti, nel fabbricare abiti caldi e temporanei rifugi per sopravvivere a climi decisamente rigidi e in ambienti inospitali. Tutte queste capacità applicate alla vita in ambienti rigidi si pensava che avessero richiesto diverse migliaia di anni in più per essere acquisite.

E sono proprio queste caratteristiche a far ritenere che si trattasse di uomini moderni e non di neandertal. Alcuni colleghi dei russi, negli Stati Uniti, stanno aspettando più informazioni. Prima di tutto sui metodi usati per la datazione. Ma anche una datazione effettuata su quei resti da qualche laboratorio diverso da quello dell’Accademia Russa delle Science di San Pietroburgo: una contaminazione è sempre possibile.

Naturalmente non tutti sono disposti a dare un significato così pregnante alla scoperta. Infatti, qualcuno sostiene, sulla base delle foto pubblicate, che l’animale non è stato completamente sfruttato per le risorse che offriva, soprattutto il grasso. E questa sarebbe un’anomalia, in quando dei cacciatori moderni, in quelle condizioni, avrebbero usato completamente l’animale, data l’importanza di accumulare e scambiare cibo per la sopravvivenza e il rafforzamento dei legami sociali.


Il Sole 24Ore – 31 gennaio 2016


''Si può ancora parlare di sinistra oggi?''



Lunedì 1 febbraio 2016
alle ore 20.45
presso la S.O.M.S. “Abba” di Cairo Montenotte (SV)

''Si può ancora parlare di sinistra oggi?''
Primo incontro del seminario tematico organizzato dalla associazione INTRABORMIDA

Relatore Giorgio Amico
Moderatore Giovanni Moreno


Rosa Fenoglio

Si può ancora parlare di sinistra oggi?” Riflessione collettiva interrogando la politica

“Libertà e eguaglianza sono termini concettualmente e assiologicamente molto diversi anche se spesso ideologicamente congiunti” scriveva Norberto Bobbio nel 1995. La riflessione del grandissimo (anche se attualmente quasi dimenticato) filosofo torinese presente nell’opera “Libertà e uguaglianza” è mossa dalla volontà di pensare i concetti e le parole che utilizziamo, mettendoli in discussione e dimostrando come spesso non corrispondano ai significato che attribuiamo loro.

Il ciclo di seminari tematici “Eredità e attualità delle ideologie” organizzate dal consigliere comunale Giovanni Moreno, portavoce di Intrabormida, si pone sulla medesima linea di riflessione e di autoriflessione. Il primo appuntamento “Si può ancora parlare di sinistra oggi?”, tenuto da Giorgio Amico si terrà lunedì primo febbraio alle 20.45, presso la S.O.M.S. di Cairo, indirizzato specificatamente ai giovani, si pone l’obiettivo di ripensare la “sinistra”, come termine e come concetto.

«La scelta della S.O.M.S. come luogo di dibattito non è casuale: vogliamo ricordare l’importanza che le società operaie hanno avuto durante il secolo scorso e la loro funzione di officine di quei fermenti che hanno portato al consolidamento delle ideologie politiche che saranno argomento di discussione nei seminari» Il dibattito, spiega Amico : «Sarà semplice, finalizzato alla riflessione. Non verranno fornite ricette, ma chiavi di lettura per ripensare e rivedere alcuni concetti»

Alla riflessione storica si sovrapporrà un’analisi della contemporaneità per riconsiderare termini cardine del pensiero di sinistra come la solidarietà, il pacifismo e il ruolo dei governanti. «Verrà riconsiderata la posizione gramsciana secondo la quale il governo del paese sarebbe stato a portata di ogni cuoca» riprende Amico e continua: «Personalmente non  condivido la posizione né allora né oggi. In un mondo ogni giorno più complicato la capacità e la preparazione sono sempre più necessari. Anche la questione dell’immigrazione verrà problematizzata: non sono ammissibili, infatti, sia le posizioni razziste e inumane, ma neanche il semplice buonismo».

    Salone della Società Operaia "Abba"

La parola “sinistra” ha ancora senso? Massimo Cacciari da trent’anni sostiene di no. In una recente intervista a “Repubblica” dichiara: “A me hanno insegnato che una parola ha senso all’interno di una frase, non da sola. Sinistra era una parola della fase keynesiana, democratico-antifascista, che non ci serve più, non ci sono più i fascisti , siamo tutti democratici. Se insisto a dire sinistra, mi porto dietro una “dicotomia” che è segnata dalla storia, mi ancora a un passato.   

Giorgio Amico si ricollega, invece, alla posizione di Bobbio, associando alla destra e alla sinistra il concetti di “Io” e “Noi”, rispettivamente legati a sistemi politici liberisti o socialisti. La libertà indicherebbe uno stato individuale che non richiede altro per sussistere mentre l’eguaglianza è un concetto di relazione, che acquista senso solo posto insieme ad altre entità. “X è libero” è una frase che esprime un significato; “X è eguale” no. Dichiara Agosto: «Naturalmente è necessario rivedere le posizioni e i termini per reimpostare i problemi, ma continuo a credere che la differenza tra un sistema fondato sull’Io o sul Noi rimanga, ancora oggi, un discrimine politico e culturale fortissimo».

I prossimi appuntamenti, che verranno segnalati e approfonditi, si svolgeranno lunedì 22 febbraio con l’incontro “I cattolici e la questione politica” (relatore: Nico Cassanello) e lunedì 7 marzo si svolgerà il tema “Federalismo: storia di un’utopia” (relatore: Guido Araldo).

Carta Bianca – 04/2016 - 26 gennaio 2016


La CIA contro l’Oscar a Don Camillo



La CIA nel 1953 impedì la corsa all'Oscar per Gino Cervi e Fernandel. I rapporti fra prete e sindaco comunista erano giudicati “troppo amichevoli” per quegli anni di guerra fredda.


Franco Giubilei

La CIA contro l’Oscar a Don Camillo


Che i comunisti italiani detestassero Giovanni Guareschi è cosa arcinota, molto meno conosciuta invece è l’ostilità che suscitò negli Usa l’uscita e il successo del film Il piccolo mondo di Don Camillo, e per motivi diametralmente opposti: se nell’Italia dei primi Anni ‘50 lo scrittore era considerato un reazionario, nell’America del maccartismo la strana storia di un sindaco del Pci in rapporti tutto sommato bonari col parroco di Brescello suscitava il sospetto di quanti vedevano ovunque il pericolo rosso.

E così contro il film, che era ben avviato a vincere l’Oscar come miglior opera straniera nel ’53, si mobilitò la Cia, riuscendo a scongiurare l’assegnazione della statuetta alle avventure di Don Camillo e Peppone. L’Oscar andò a Giochi Proibiti di René Clément e la pellicola tratta da Guareschi, che nella versione americana era doppiata da Orson Welles per le parti della voce narrante e del Cristo parlante, se ne tornò alla base a mani vuote.

Documenti americani desecretati rivelano che un ruolo determinante lo ebbe tal Luigi Luraschi, contatto dell’intelligence Usa all’interno dell’Ufficio censura della Paramount, come racconta Egidio Bandini, studioso di Guareschi e presidente del Club dei Ventitré, l’associazione fondata dai figli dello scrittore: «Siccome si era accorto che la componente “leftist” (di sinistra, ndr) dell’Academy Awards era intenzionata ad assegnare l’Oscar per il miglior film straniero a The little world of Don Camillo, si adoperò per impedirlo e ci riuscì, come dimostra la lettera scritta a Owen, il suo corrispondente all’interno della Cia: gli disse che pensava di essere riuscito a lasciare fuori la pellicola di Duvivier (il regista, ndr), spiegando di aver lavorato contro il film».

Non tanto perché lo ritenesse troppo pericoloso politicamente, quanto per mettere i bastoni fra le ruote ai giurati progressisti che invece spingevano per la nomination. Per Guareschi e la sua opera del resto non si tratta dell’unico episodio di incomprensione ideologica negli Stati Uniti: «Nell’edizione americana del primo volume vennero tagliati interi racconti in cui Peppone ci faceva una bella figura - aggiunge Bandini -. Solo l’anno scorso è uscita negli Usa la versione integrale».


La Stampa – 31 gennaio 2016

giovedì 28 gennaio 2016

Inglese maccheronico e statue inscatolate specchio di un'Italia senza anima.



Chi parla male pensa male e vive male” dice il protagonista di Palombella Rossa, il film di Nanni Moretti del 1989. Il dilagare di un inglese maccheronico in ogni aspetto della nostra vita ci rimanda l'immagine deprimente di un paese allo sbando, ignorante e privo di cultura (per usare le parole di Sgarbi relative alla recentissima pagliacciata delle statue inscatolate).

Adolfo Scotto di Luzio

Lo sforzo autolesionista di demolire la nostra lingua


Join the Navy, «entra in marina». L’ invito non viene da Annapolis, Maryland, dove ha sede la più importante accademia navale degli Stati Uniti d’America. Più domesticamente, da Roma. Lo slogan compare sui manifesti che in questi giorni annunciano nelle nostre città la nuova campagna di reclutamento della Marina militare italiana. Dopo il «Be cool and join the Navy» del 2015, qualcosa che in italiano suona come «Fai il fico ed entra in marina», lo Stato maggiore insiste con un giovanilismo di maniera che si pretende dinamico e internazionale ma che, riferito a un’istituzione militare della Repubblica italiana, suona alquanto privo di senso.

Non c’è dimensione pubblica del nostro Paese, ormai, che non sia affidata a pubblicitari e creativi di ogni risma per i quali l’uso dell’inglese è diventato una specie di tic nervoso. Clamoroso è lo slogan inventato per Roma, RoMe & You, «Roma, Io e Te», che ha finito per renderne irriconoscibile finanche il nome. Un paradosso non da poco per chi, dovendo vendere un marchio, lo confonde sotto un gioco grafico e linguistico buono, forse, per una paninoteca dalle parti di Campo de’ Fiori.



Non fa eccezione a questo andazzo sciatto e autolesionistico il ministero della Pubblica istruzione. Da tempo nella scuola italiana circola un nuovo latinorum che mescola alle vecchie formule della burocrazia un gergo monotonamente ripetitivo degno di un call center. Basta prendere il piano della scuola digitale del Miur e aprirlo a caso. È un succedersi di Acceleration Camp , percorsi di accelerazione per stimolare lo spirito di intrapresa nei giovani. Ci sono i Contamination Lab , luoghi di contaminazione interdisciplinare. Le studentesse patiscono i confidence gap , il pregiudizio di genere in ambito scientifico e tecnologico. Il ministero risponde con «Girls in Tech & Science». Su questo linguaggio c’è poco da dire, se non che è refrattario a qualsiasi elaborazione intellettuale.

Ma che dire, invece, dell'obbligo d’insegnare in lingua straniera una materia non linguistica imposto nelle scuole superiori, in quinta? È il famigerato Clil, acronimo inglese, che sta per apprendimento integrato di lingua e contenuto. Nasce dalle escogitazioni multilinguistiche di un esperto di origini australiane che fa base in Finlandia. Si prefigge il conseguimento di un livello di estrema generalizzazione linguistica al di sopra delle differenze «dialettali» fra cittadini europei. Un progetto di vasta portata, per chi lo ha concepito; un’idea, invece, da pezzenti culturali a ben vedere. Non si danno più ore alle lingue straniere. Né si assumono insegnanti specialisti. Niente di tutto questo.



Si sottraggono, invece, al dominio dell’italiano contenuti culturali importanti e insieme si svilisce il valore di questi stessi contenuti, riducendoli a mero supporto della lingua straniera. Soprattutto, se il ministero presuppone negli insegnanti certificazioni linguistiche che di fatto non posseggono, dà per scontato che gli studenti siano in grado di prendere attivamente parte a lezioni in lingue che non padroneggiano.

Gli effetti semplificatori sui contenuti saranno, inevitabilmente, disastrosi. La lingua, tanto quella straniera che l’italiano, qui è concepita come un mero strumento e non come un terreno sul quale sorgono, nel tempo, pensieri e idee, sentimenti. In questo modo gli italiani vengono educati, fin dalle aule scolastiche, a formarsi un’ immagine opaca del mondo per mezzo di parole generiche e vuote.

Da qualche tempo si sente ripetere che l’Italia è tornata protagonista. Per il momento sembra più che altro sommersa dalla fuffa.


Il Corriere della sera – 27 gennaio 2016

Carlo Magno. Il barbaro santo



Carlo Magno resta una figura centrale nella storia d'Europa. E' a lui che di fatto ci si riferisce quando si parla di “comuni radici cristiane” del nostro continente. Una biografia indaga le basi teoriche e morali del suo potere e il suo ruolo nella storia dell’Europa.

Marina Montesano

Un’incoronazione equivoca



Tra le varie monarchie romano-barbariche, una era destinata a interessare particolarmente la Chiesa e a segnare profondamente la storia europea: quella franca. Fra V e VI secolo, in circostanze che la leggenda vuole miracolose, re e popolo franco si erano convertiti in massa al cattolicesimo abbandonando il culto pagano, e ciò in un momento in cui le altre monarchie romano-barbariche conoscevano una fase di adesione al cristianesimo attraverso la confessione ariana. I Franchi divennero allora i «figli prediletti della Chiesa».

Nel corso del VI secolo il loro regno si era allargato su gran parte dell’attuale Francia, nella quale si potevano distinguere le regioni di Austrasia (nord-est), Neustria, Borgogna e Aquitania. I sovrani merovingi regnavano su una popolazione nella quale un ceto di proprietari terrieri ben armati, d’origine germanica reggevano le sorti di una popolazione d’origine gallo-romana che, specie nel Meridione del paese, continuava a vivere in città relativamente prospere. 



Tuttavia, la loro storia (delineata da Bernhard Jussen, I franchi, il Mulino, pp. 162, euro 14) difficilmente ci sarebbe parsa così di spicco se non fosse culminata nella monarchia e nell’impero di Carlo Magno. Sul personaggio negli ultimi anni (ma non solo, ovviamente) sono apparse diverse biografie; in Italia bisogna almeno ricordare quelle di Alessandro Barbero e di Franco Cardini, oltre a varie traduzioni.

Se ne aggiunge adesso una nuova: Stefan Weinfurter, Carlo Magno. Il barbaro santo, il Mulino, pp. 342, euro 25). Ritroviamo nel testo tutto quello che è lecito attendersi: un po’ di biografia tradizionale, le campagne militari, le riforme culturali, le basi teoriche, concettuali e morali del suo potere; e poi naturalmente il dibattito sul suo ruolo nella storia d’Europa: a partire dall’incoronazione imperiale. Elevato al soglio pontificio nel 795, Papa Leone III aveva chiesto protezione a Carlo contro l’aristocrazia romana che minacciava le sue prerogative; ma, siccome i Romani persistevano nel loro atteggiamento d’inimicizia nei suoi confronti, nel 799 si recò in Francia per chiedere un più energico sostegno. Carlo scese a Roma, in apparenza come mediatore; tuttavia, nella notte di Natale dell’800 assunse un equivoco titolo imperiale. Il papa lo incoronò, mentre la folla raccolta in San Pietro lo acclamava (l’acclamazione era un elemento giuridico importante nell’incoronazione imperiale fin dai tempi di Roma).



Il gesto del Natale 800 resta un enigma. Papa Leone aveva forse inteso ricompensare così chi lo aveva sostenuto; ma, con questo gesto, egli intendeva anche dichiararsi libero dalla tutela dell’imperatore bizantino? O addirittura rivendicare il suo diritto a disporre della corona imperiale, quindi a incoronare, ma anche – in caso di necessità – a deporre? Dal suo canto, l’aristocrazia romana rivendicava, con le acclamazioni, l’antico diritto del popolo romano a disporre dell’impero. Carlo, secondo alcune fonti, fu colto di sorpresa dalla situazione e mostrò sulle prime di non gradirla: certo, essa lo poneva in una situazione di obiettivo confronto con Bisanzio; d’altronde gli forniva un’autorità almeno morale sul suo popolo e sull’Occidente quale nessun re germanico aveva avuto fino ad allora.

Apparso in lingua tedesca nel 2013, viene ora tradotto con merito in italiano; operazione opportuna, vista la scarsa possibilità per i più di attingere all’originale. Bisogna dire che l’Italia resta uno dei pochissimi paesi al mondo nei quali si traduce la saggistica con una certa intensità; a giudicare dal pur ricco apparato di note del testo, per esempio, colpisce il fatto che Weinfurter abbia consultato molta storiografia tedesca, parecchia in inglese, pochissima in francese, e nulla in italiano. Forse il segno di un peso specifico non troppo elevato della nostra lingua e della nostra storiografia (però gli Atti dei Convegni spoletini sull’Alto Medioevo, almeno, sarebbero stati indispensabili), ma certo anche un segno preoccupante della scarsa volontà delle storiografie nazionali di guardare a un panorama più ampio. Il che, in tempi in cui si parla tanto di globalizzazione, lascia molto perplessi.


Il Manifesto – 27 gennaio 2015

mercoledì 27 gennaio 2016

Sant'Antonio Abate e il maiale



Con Sant'Antonio Abate comincia il carnevale. La leggenda narra che il maligno si manifestò sotto forma di maiale prima ancora che di femmina e la cosa da allora ha sempre sollecitato la creatività di artisti e scrittori.

Marino Niola

Il santo e il porco

Da sempre il porco regna incontrastato sul periodo più grasso e licenzioso dell’anno, il carnevale. A carnevale ogni scherzo vale e ciascuno è libero di fare i suoi porci comodi. Quello tra la festa più trasgressiva e la bestia più allusiva è un incontro largamente annunciato, visto che la nomea del suino come sex symbol è antichissima.

Fu Aristotele a consacrarne la fama, quando gli attribuì una natura sessuale particolarmente calda, facendone così il simbolo di un desiderio insaziabile, ma anche dell’abbondanza, della fecondità, dello scialo. Voluttuoso ma anche generoso. Del maiale, si sa, non si butta via niente. Come in altri campi dello scibile, anche in materia suina l'ipse dixit aristotelico è diventato legge e da allora il porcello è, per antonomasia, l’emblema dei piaceri della carne, in ogni senso del termine.

Forse anche per questo il cristianesimo, che riconobbe subito l’attrazione calorica ed erotica esercitata da questa energia vitale, ne fece un simbolo del basic instinct, l’icona della debolezza congenita della carne, sempre tentata dalle porcherie. O dalle maialate, se si preferisce. E addirittura la chiesa associò il maialino a uno dei suoi santi più popolari. Cioè Antonio Abate, il vecchio dalla barba bianca la cui ricorrenza, che cade proprio oggi, apre i battenti del carnevale.

A dire il vero, la sua figura avrebbe poco a che fare con lussurie e lascivie, frenesie e fantasie, eccitazioni e fornicazioni. Non ci indurre in tentazioni, potrebbe essere il suo motto. Perché nella realtà, storica e teologica, Antonio è stato un asceta del deserto, un eremita di costumi rigorosi e severi, considerato il fondatore del monachesimo cristiano. Visse nell’Egitto del terzo secolo dove passò gran parte della sua vita chiuso in una tomba scavata nella roccia a pregare, mortificarsi e autopunirsi, ad maiorem dei gloriam.

Ma cosa c’entra un sant’uomo del genere con la licenza del carnevale e con la concupiscenza del maiale? C’entra eccome! Perché il diavolo, che ci mette sempre la coda, indispettito dall’incorruttibile continenza del santo, lo sottopose a mille e una tentazione, nel tentativo di far divampare il fuoco che covava sotto quella cenere devota. Alcune storie narrano che il maligno gli apparve in forma di suino. Altre, absit iniuria, dicono che si manifestò sotto sembianze di femmina.



Due immagini non certo equivalenti, eppure equipollenti, perché rappresentano entrambi una sorta di apparentamento, perfino linguistico, tra corpo e porco. Riflettendo un’idea della carne come peccato originale, come impurità da emendare. Fatto sta che, sin dal Medioevo, la tentazione di sant’Antonio diventò un leitmotiv dell’immaginario colto e di quello popolare, dalla letteratura alle arti visive.

L’episodio ispirò a un pittore sensibile a visioni e allucinazioni come Hieronymus Bosch ben due dipinti. L’onirico Giardino delle delizie del Prado e, soprattutto, il vertiginoso Trittico delle tentazioni del Museu Nacional di Lisbona, dove il povero Antonio deve vedersela sia con delle donne vestite da sacerdoti che celebrano una messa satanica, sia con un uomo dal muso di porco. Il divino, l’umano e il bestiale. Un triangolo sconveniente su uno sfondo rosso ardente. È la fiamma del desiderio, difficile da controllare e dolorosa da spegnere. Che diventa croce e delizia della condizione umana. Nonché attributo iconografico del santo. Sempre rappresentato mentre tiene in mano una fiammella. Il fuoco di sant’Antonio, appunto. E con un maiale ai piedi.




Il grande Gustave Flaubert, in visita a Genova nel 1845, fu letteralmente folgorato da un quadro di Pieter Brueghel il Giovane, raffigurante l’eremita molestato dal demonio, che si trovava nella quadreria di Palazzo Balbi. «Darei un’intera collezione, più centomila franchi, per avere quel quadro» disse, esaltato e scottato dalle vampate di colore del fiammingo. Non tardò a tradurre la bruciatura in letteratura. E scrisse la celebre Tentazione di Sant'Antonio che, ai suoi occhi, diventa l’immagine stessa dell’uomo in lotta con le sue passioni.

Paul Valéry confessava di preferire la Tentation anche a Madame Bovary. Perché Flaubert non si era limitato a raccontare una storia di tentazione. Era riuscito addirittura a definire la «fisiologia della tentazione» come forza motrice della vita. In questo senso, Antonio è l’altro lato di Madame Bovary. Anche il Novecento delle avanguardie si è misurato con la storia del santo abate. Lo hanno fatto surrealisti col pennello, come Salvador Dalí che trasforma la lotta con il demonio in una processione di bestie apocalittiche. E surrealisti con la macchina da presa come Luis Buñuel, che alle tentazioni ha dedicato più di un capolavoro, da Salita al cielo a Simon del deserto.

Ma la più geniale variazione sul tema è quella offerta nel 1962 da Federico Fellini con Le tentazioni del dottor Antonio, uno dei quattro episodi di Boccaccio '70, sceneggiato da Tullio Pinelli e Ennio Flaiano. Con Peppino de Filippo nei panni del dottor Mazzuolo, un inflessibile guardiano della morale, posseduto da una divorante ossessione-passione per il corpo femminile. Nella fattispecie quello di una straripante Anita Eckberg che, dall’alto di un cartellone pubblicitario, lo tormenta con l’allusivissimo jingle “bevete più latte”.



Qualcuno ha visto nel sessuofobo moralista felliniano, che in una scena del film schiaffeggia una donna molto discinta, un’allusione a un episodio reale, con protagonista Oscar Luigi Scalfaro. Che in realtà, agli occhi del regista, sarebbe stato colpevole soprattutto di averchiesto il sequestro della Dolce Vita. Certo è che la vendetta di Federico il grande colpì nel segno, con la perfidia beffarda di un tiro a rientrare e la stralunata precisione di un’ellissi barocca.

Asceta e non solo. Accanto al sant’Antonio della cultura alta c’è quello completamente diverso della devozione popolare. Che ristilizza a proprio uso e consumo gli attributi del santo. La signoria sull’ardore delle passioni diventa padronanza del fuoco. E la sofferta familiarità con le tentazioni della carne, nonché con il porco che le incarna, si trasforma in amicizia con la bestia che è in noi. Non più l’anacoreta del deserto ma il santo del porcello. Capace di uccellare anche il diavolo a beneficio di quei poveri cristi di peccatori.

Una leggenda diffusa in tutta Europa, e riportata da Italo Calvino nelle Fiabe italiane, racconta che il misericordioso Antonio viene mandato a fare il portinaio all’inferno. Ma lascia sempre la porta semiaperta per far evadere le anime dei dannati. Allora viene richiamato sulla Terra ma, prima di tornare a riveder le stelle, con la complicità dell’inseparabile maialino, ruba un tizzone infernale e lo regala agli uomini.

Un Prometeo cristiano che diventa patrono degli animali e protettore del quarto stato. Di cui allevia la fame e le sofferenze. Fornendo calore e calorie. E rimedi contro le malattie. L’amico delle bestie, infatti, veniva invocato contro l’herpes zoster, il male che proprio da lui prende il nome di fuoco di sant’Antonio. E che, fino all’Ottocento, veniva curato dai monaci dell’ordine antoniano con la somministrazione di un unguento ottenuto dal grasso di maiale.

Un vero cortocircuito dell’immaginario che inverte il senso del rapporto tra tentazione e inibizione. Rendendo virtuoso quel che per il dogma era un circolo vizioso. Insomma una guerra degli appetiti che, mutatis mutandis, si continua a combattere anche oggi. Con la censura dietetica che ha sostituito quella religiosa nella lotta contro il carnevale dei nostri sensi.


La repubblica – 17 gennaio 2016

'ORIZZONTI' di Luigi Francesco Canepa



'ORIZZONTI' di Luigi Francesco Canepa


Dal 15 al 31 gennaio 2016, Galleria delle Esposizioni
Galata Museo del Mare, Genova

Curatore: Mario Fantaccione
Critica e Teorizzazione: Maurizio Mantero


Dal 15 al 30 gennaio 2016 il Galata Museo del Mare ospita la mostra "Orizzonti" dello scultore, pittore, ceramista e incisore Luigi Francesco Canepa. In esposizione circa 16 sculture di materiali vari quali marmo legno d'ulivo e pietra e 18 opere inedite in tecnica mista. In mostra inoltre 20 quadri eseguiti in diverse tecniche. Tutte le opere hanno un tema comune: "il mare" e rappresentano il percorso degli ultimi anni di questo artista. Luigi Francesco Canepa, nativo di Genova, ma stabilitosi ad Albissola da diversi anni è un artista dal bagaglio variegato sia per le proposte sia per i materiali utilizzati; con molta disinvoltura passa dall' Ardesia al Bronzo, dal Granito nero del sud Africa al marmo bianco di Carrara, dal marmo rosa del Portogallo alla famosa Pietra di Finale Ligure utilizzando altresì il Legno e l'Argilla. Artista molto apprezzato sia a livello nazionale che internazionale, fra le tante partecipazioni si ricordano : Word Trade Center di Baltimora in Maryland (2005), Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati a Roma (2009), selezionato per la 19^edizione di Huntenkust in Olanda (2011).

Ha inoltre partecipato nel 2011 al Simposio Nazionale di scultura promosso nella città di Enna per i 150 anni dell'Unità d'Italia con la realizzazione di un opera in pietra collocata presso il Comune di Cerami. Il maestro Canepa ha donato nel 2015 al Cimitero di Voltri, presso il sacrario dei Caduti per la Libertà, un opera costituita da un insieme di lastre di marmo di colori diversi, unite in blocco monolitico a simboleggiare l'unità delle tante anime ideali e politiche della Resistenza. Le opere realizzate da Luigi Francesco Canepa comprendono vari stili pronti a rappresentare anche la complessità della vita e del genere umano che l'artista codifica in qualcosa di materico molto personale e stilizzato, che arricchisce chi con sensibilità d'animo riesce a cogliere le sue mille sfaccettature. Una mostra da non perdere.


http://www.galatamuseodelmare.it/

Da vedere. Il figlio di Saul



Uno degli aspetti più orribili della Shoah fu l'utilizzo da parte dei nazisti di una parte dei prigionieri come manodopera nella sistematica e industriale azione di sterminio degli ebrei. «Il figlio di Saul» di Lázló Nemes, già vincitore del gran premio della giuria al Festival di Cannes e ora candidato agli Oscar come miglior film straniero, racconta questo orrore. Un film da vedere.

Cristina Piccino

Il quotidiano dell’Olocausto

Allo scorso festival di Cannes — era in gara, ha vinto il Gran premio della giuria — Il figlio di Saul è diventato subito un caso mediatico e il suo regista, Lázló Nemes, sia che si amasse sia che si criticasse il film un nome e un talento del cinema a venire. C’è il soggetto, l’Olocausto, il trauma del nostra Storia, ma soprattutto il giovane regista, all’opera prima, ha «osato» ricostruire la vita quotidiana nei campi attraverso gli occhi di un Sonderkommando, quei prigionieri utilizzati per garantire il funzionamento dei forni crematori.

Saul Ausländer spoglia i deportati, li spinge nelle camere a gas, che poi ripulisce inginocchiato nei loro liquidi corporali, recupera orologi, denti e li brucia. È un dannato che la macchina nazista ha spogliato di ogni umanità. Con lo sguardo allucinato compie quei gesti come uno zombie ogni giorno. Ma quando nel corpo di un ragazzino che sopravvive al Zyklon B e poi viene soffocato da un medico crede di riconoscere il figlio, Saul inizia ossessivamente a cercare un rabbino che gli dia sepoltura.

Claude Lanzmann, l’autore di Shoah, convinto sostenitore dell’impossibilità di filmare la Soluzione finale (e che riserva a sé l’esclusiva del racconto dell’Olocausto) ha dato al film di Nemes il suo plauso, filosofi come Didi-Huberman ne hanno esaltato l’unicità, e in Francia Il figlio di Saul (che è nella cinquina agli Oscar per il miglior film straniero) è stato al centro di grandi discussioni, coi dubbi di pochi, come la critica di Libération che pure gli ha dedicato una prima pagina.



Qual è dunque questa sua unicità rispetto a tutto quello finora mostrato sull’Olocausto? Rendere appunto visibile l’irrappresentabile (chi ricorda le critiche del critico francese Serge Daney al carrello di Kapò?), immergerci in un’esperienza «fisica» del sistema del genocidio nazista con un dispositivo visuale che delimita il nostro sguardo e un colonna sonora assordante, a tratti «spettacolare» che sembra quasi fare da contrappunto a ciò che il cineasta non può (non vuole) rappresentare. Un fuoricampo sottolineato anche dal formato 1:37 che restringe il quadro lasciando spazio alla nostra ricostruzione.

Ungherese (è nato a Budapest nel 1977) Lázló Nemes è cresciuto sui set di Bela Tarr (ma la sua idea di cinema è molto distante da quello del regista di Satantango) ed è stato proprio durante le riprese di un suo film, L’uomo di Londra, a Bastia, che ha scoperto Des voix sous la cendre, una raccolta di testimonianze di Sonderkommandos. In una intervista (sul quotidianoLiberation, lo scorso novembre) Nemes diceva: «L’immagine del film rimane con Saul, il personaggio principale. Noi diveniamo i suoi compagni, veniamo trascinati nella sua frenesia … Lui non vede più nulla e nemmeno noi … Il fuoricampo costruisce uno spazio mentale per lo spettatore. È lì che nasce il vero orrore … Al cinema oggi la Shoah è divenuto un genere in cui i campi di concentramento servono a ’preparare i fazzoletti’. Esiste invece un cinema della restrizione che fa funzionare l’immaginazione dello spettatore e che permette a un film di conservare il suo segreto».

Nemes ci porta così nell’orrore delle camere a gas, nel ventre del campo di concentramento che da questa angolazione non si era mai visto. Filma gli esseri umani gettati vivi nelle fiamme, i residui lasciati da corpi, la macchina da presa sulla pelle del suo personaggio, con primi piani claustrofobici, implacabili, incollati alla nuca (più Dardenne che Tarr), al suo movimento incessante nei labirinti del campi. E al tempo stesso delimita una distanza, qualcosa che non sia «sentimentalmente» praticabile, che permetta cioè il pianto liberatorio, la commozione di empatia. Il suo personaggio e tutti gli altri prigionieri sempre indistinti, lontani in un certo modo — e flou è anche nello sguardo del protagonista, l’unico a condurci il campo — non diventano «vittime» dentro una modalità narrativa, ma servono come veicoli per trasmettere l’idea di un sistema.



Lo sterminio è lavoro, produzione ma fine a sé stessa, in cui il solo imperativo che conta è quello dell’organizzazione. La base del lavoro nel capitalismo industriale si trasforma in un valore assoluto: tutto è organizzato al dettaglio e al di là del profitto, la morte e l’ossessiva ricerca dell’umanità sono una specchio dell’altra, gli esseri umani si annullano, sono creature che deambulano senza identità.

E quell’ostinazione folle di seppellire un figlio che forse, quasi sicuramente non sarà tale appare come l’ultima disperata possbilità di una rivolta. Metropolis di Fritz Lang e i videogiochi, la contemporaneità delle immagini e la scelta di girare in pellicola. È una presa di posizione molto forte quella di Nemes che alla messinscena della violenza predilige la sua astrazione.

E il fuoricampo? Perché nonostante l’insistenza di Nemes su questo punto, la sua regia sembra progressivamente schiacciare anche noi, gli spettatori, fino a mozzarci il respiro. E non soltanto per ciò che vediamo, per la tensione e la fatica (sì è anche un film fisicamente faticoso Il figlio di Saul e questo potrebbe essere un pregio). C’è qualcosa di autoritario nel modo in cui il regista presenta la sua visione, espressione di un fare-cinema che lo spazio per il pensiero dello spettatore lo risucchia nel suo progetto fino a che nel nostro «fuoricampo» riusciamo in fondo a immaginare poco.


Il manifesto – 20 gennaio 2016

martedì 26 gennaio 2016

Attualità indonesiane


IL RAMO D’ORO
Centro d’arte e cultura
Via Omodeo, 124,80128 Napoli
tel 0815792526 

6-14 febbraio 2016

Made Bayak, Setyo Mardiyantoro, Gede Sayur

Attualità indonesiane

Inaugurazione il 6/2/2016 ore 18 con presentazione di Naima Morelli. Sarà possibile visitare la mostra tutti i giorni tranne il giovedì dalle 16 alle 20 fino al 14/2/2016.

Al di là degli stereotipi che vedono in Bali un paradiso turistico Made Bayak, Setyo Mardiyantoro e Gede Sayur esprimono nostalgia della tradizione, preoccupazione e denuncia per le problematiche ambientali e sociali dell’Indonesia attuale. Cercano attraverso l’arte una propria via per la modernità che salvi il meglio della propria identità culturale.

La mostra è curata da Naima Morelli autrice del libro “Arte contemporanea in Indonesia”

Verrà presentato da Antonia Soriente il libro della scrittrice balinese Oka Rusmini “La danza della terra”.



Altro che '68. Cinquant'anni dopo in Italia il figlio dell’operaio fa ancora l’operaio



Siamo cresciuti negli anni '60 quando il Liceo era per “i figli dei dottori” e agli altri, se “dotati e meritevoli”, era concesso al massimo di diventare periti, ragionieri, geometri e maestre. Pensavamo di aver spazzato via tutta questa merda nel '68-69 (che non fu non festa esistenziale, ma una dura battaglia che costò morti e incarcerati). Ci sbagliavamo. Poco a poco il sistema si è ripreso quanto perso allora e di nuovo oggi i figli di operai sono condannati alla fabbrica.


Irene Brunetti

Italia immobile: il figlio dell’operaio fa ancora l’operaio



Che cosa significa mobilità sociale? Il termine non è molto diffuso nel linguaggio comune ma indica un fenomeno importante per tutti gli individui. Come evidenzia il Rapporto Istat 2012, la mobilità sociale è il processo che, in una data società, consente agli individui di muoversi tra posizioni sociali diverse. I destini individuali possono risentire degli squilibri delle posizioni di partenza. Ognuno di noi nasce infatti in una certa famiglia e in un determinato contesto, ha quindi una sua «origine sociale». Diventando adulto, costruisce una famiglia e svolge un’occupazione, acquisisce cioè una «posizione sociale» autonoma. Talvolta, questa risulta più elevata rispetto a quella dei propri genitori, ma è anche possibile che sia inferiore: o perché il reddito percepito è minore, o perché svolge un lavoro più basso nella scala sociale. I figli possono quindi ereditare i vantaggi, ma anche gli svantaggi associati alle posizioni dei loro padri.

Molti sono gli indicatori che vengono utilizzati per misurare la posizione sociale di un soggetto: il reddito, il livello di istruzione, la ricchezza posseduta e la classe occupazionale. Quest’ultima, definita come l’occupazione più alta nella scala sociale raggiunta sia dai padri che dai figli, viene considerata un buon indicatore: permette infatti di considerare sia il prestigio che la società attribuisce a ciascuna occupazione, sia i possibili cambiamenti della struttura occupazionale.



Quanto è mobile l’Italia da un punto di vista occupazionale? Per poter rispondere a questa domanda abbiamo utilizzato i dati forniti dalla Banca d’Italia. La Banca permette l’accesso ai dati sulle indagini sui bilanci delle famiglie italiane, indagini da cui si possono reperire informazioni riguardanti le occupazioni svolte dai padri e dai figli definiti «capifamiglia», che quindi vivono fuori dalla casa paterna. Le classi occupazionali considerate sono sette: disoccupato, operaio, piccolo imprenditore, lavoratore autonomo, impiegato o insegnante, libero professionista e manager. Le occupazioni sono state classificate sulla base del reddito medio legato a ciascuna di essa, e del prestigio che la società vi assegna.

Per misurare la mobilità si è calcolata la probabilità che ciascun figlio ha di raggiungere una classe occupazionale uguale o diversa da quella del proprio padre, data l’occupazione svolta dal padre stesso.

Il quadro che emerge è tutt’altro che promettente: si osserva infatti un peggioramento delle opportunità di riuscita occupazionale dei giovani e, per determinate classi occupazionali, un aumento della persistenza da una generazione all’altra, ad esempio per la classe operaia e impiegatizia. In particolare i nati nei periodi 1967-1976 e 1977-1986 hanno un’elevata probabilità di trovarsi in una classe occupazionale più bassa rispetto a quella dei propri padri. Consideriamo due individui, il primo nato nel periodo 1947-1956, e il secondo nato nel periodo 1967-1976, il cui padre svolge un’occupazione da libero professionista. Il primo ha una probabilità di svolgere un’occupazione più bassa nella scala sociale, ad esempio essere insegnante o impiegato, pari al 15 per cento, mentre la stessa probabilità per il secondo soggetto sale al 41 per cento. Si osservi a questo proposito la visualizzazione: il flusso di colore giallo, che rappresenta la probabilità di essere impiegato o insegnante, nella sesta colonna, che a sua volta indica la professione del libero professionista per il padre, va ampliandosi per la generazione più giovane. Tale andamento suggerisce quindi un peggioramento nelle opportunità di occupare una posizione migliore nella scala occupazionale rispetto ai propri padri implicando quindi una più alta probabilità di muoversi verso il basso.

Per le coorti più anziane vale invece l’opposto: la probabilità di accedere a un’occupazione più elevata rispetto a quella dei padri resta alta. Osserviamo la terza colonna, dove il padre è un piccolo imprenditore: il flusso di colore azzurro denota la probabilità per i figli di diventare liberi professionisti, salendo così nella scala occupazionale. Per la generazione nata tra il 1947 e il 1956 tale probabilità è pari al 14 per cento. Rimane stabile per la generazione nata tra il 1957 e 1966, ma inizia a diminuire drasticamente per le generazioni più giovani fino a raggiungere un livello vicino allo zero.



Emergono altri due fenomeni: la crescente probabilità di accedere alla classe operaia e a quella impiegatizia, e la maggiore difficoltà delle generazioni più giovani a ricalcare le orme dei padri. Nel primo caso si osserva che la probabilità che un figlio ha di diventare operaio avendo un padre manager aumenta dal 4 per cento per i nati nel periodo 1947-1956 al 10,5 per cento per i nati nel periodo 1967-1976. Queste stesse probabilità variano dal 36 al 47 per cento se il figlio rientra nella classe impiegatizia. Nel secondo caso invece appare sempre meno probabile che il figlio di un libero professionista svolga la stessa professione del padre.

L’Italia mostra quindi da un lato un basso livello di mobilità causato dall’aumento della persistenza in certe classi occupazionali, e allo stesso tempo, un aumento della mobilità discendente. Tra le cause, il peggioramento delle opportunità tra i più giovani che può essere imputato sia a una minore equità nei processi di allocazione delle persone nelle varie posizioni, sia ai cambiamenti strutturali che il nostro sistema occupazionale ha subito negli ultimi decenni.

Alle coorti più giovani non è permesso accedere a certe occupazioni non tanto perché non ne hanno le opportunità, ma piuttosto perché c’è meno richiesta dal lato della domanda di lavoro. L’incremento della mobilità discendente può dare origine a diversi effetti, che sembrano essere favoriti, paradossalmente, dalla crescita dei livelli di istruzione dei giovani: venendo collocati in posizioni professionali meno qualificate di quelle in cui erano i loro padri, a parità di istruzione, assistono a una dispersione del loro capitale umano.


Il Corriere della sera – 24 gennaio 2016

L'assalto al cielo dei figli di nessuno. Autonomia Operaia a Varese



Un libro ricostruisce la storia dell'Autonomia Operaia a Varese. Dal rifiuto del lavoro ai centri sociali autogestiti la parabola di un movimento che tentò l'assalto al cielo.

Gigi Roggero

Diventare figli di nessuno



Leggere l’insieme attraverso il particolare: è uno dei grandi meriti di Sergio Bianchi con Figli di nessuno. È la «storia di un movimento autonomo» in un’area territoriale tra Milano e Varese (Tradate, Venegono, Castiglione Olona). Una provincia metropolitana, tra gli anni Sessanta e Novanta investita dalle lotte e dai profondi mutamenti produttivi e della composizione di classe: dalla fabbrica alla fabbrica diffusa, dall’operaio massa all’operaio sociale, fino ai lavoratori autonomi e precari. In questo contesto negli anni Settanta nasce l’esperienza dei collettivi autonomi, raccontata e analizzata attraverso testi, testimonianze e corrispondenze.

Sono figli di nessuno, non hanno legami di parentela con la sinistra e segnano una cesura con i gruppi. E sono protagonisti di uno scontro generazionale materialisticamente interpretato: la trasformazione della soggettività di classe si manifesta anche in conflitto tra padri e figli, figure sociali divise dal rapporto con il lavoro, dall’accesso ai consumi e alla scolarizzazione di massa. I giovani si rivoltano ai genitori, alla fatica della fabbrica e al ricatto del lavoro, alla rinuncia della libertà in cambio delle garanzie dello sfruttamento. E si contrappongono alle istituzioni tradizionali, dai partiti alla chiesa, dalla fabbrica alla scuola.

La teoria delle «due società» è perciò una mistificazione, quelli che il PCI considerava soggetti marginali costituivano il vettore di una nuova composizione politica di classe, portatrice di nuovi comportamenti, bisogni e possibilità di antagonismo. Era la «prima società» a scivolare nella marginalità politica della mera resistenza. Il rifiuto del lavoro, dunque, si incarnava in una ricchezza di cooperazione sovversiva non più contenibile nell’involucro etico di una società definitivamente rotta.



Questi figli di nessuno della provincia, spesso immigrati di seconda generazione, erano gli operai della fabbrica sociale, si aggregavano nei bar e nelle piazze, volevano appropriarsi della ricchezza prodotta e di spazi di autonomia. Così nasce l’esperienza del Cantinone a Tradate, centro sociale occupato a metà anni Settanta: qui l’espressione culturale si radica nella condizione materiale, anche il teatro vive dentro e contro la fabbrica diffusa. Il proletariato giovanile si ricompone infatti a livello territoriale, sceglie i punti di attacco, conquista tempi e luoghi della rottura. Il capitale lo insegue per frammentarlo e metterlo a valore individualmente, l’operaio sociale tenta di sfuggirgli e aggredirlo dove è più forte.

Con estremo rigore analitico, i testi discutono i punti di avanzamento e di blocco, tra lo sviluppo dei processi di organizzazione autonoma e l’affacciarsi della lotta armata. Alla fine degli anni Settanta ci sarà il carcere, riattraversato con le corrispondenze e Gli invisibili. E ci sarà l’eroina, devastante soprattutto in aree di provincia, che penetrerà nelle contraddizioni soggettive della composizione di movimento: «Sergio Bologna, a tempo debito, l’aveva detto esplicitamente: se si teorizza a fondamento della liberazione il desiderio di per sé, disancorato dai processi di liberazione che devono segnare passaggi materiali, è inevitabile finire in una certa direzione».



Arriviamo così agli anni Ottanta e Novanta: la sconfitta non si spiega solo con la repressione, ma innanzitutto con l’innovazione. Il lavoro indipendente, nella morsa tra scelta e necessità, mantiene nella propria origine il rifiuto del lavoro di fabbrica, ma lo rimodella dentro il riflusso nel privato e nell’individualismo. L’ambivalenza diventa schizofrenia, ricomposta dal capitale nella forma dell’autosfruttamento. Ecco le «identità smarrite», analizzate in un fondamentale testo del 1993. Nelle trasformazioni della composizione di classe e sociale si colloca il fenomeno leghista, nella ricostruzione di un’identità per quei frammenti. Qui la soggettività antagonista si arrocca e scivola nella marginalità abbandonando il tema della composizione di classe, mentre proprio nella sua comprensione si radica il primo progetto leghista, come quello salviniano è basato sulle trasformazioni della crisi. Dall’autonomia all’autonomismo, la composizione politica si ribalta di segno.

In questo passaggio i centri sociali sono luoghi di resistenza, però nella crisi politica molti tornano sotto il tetto del cadavere putrescente della sinistra: «Spesso, all’impegno dell’autoproduzione fa da presupposto motivazionale una concezione volontaristica, miserabilista, populista, moralista, un’attrazione fatale per le tematiche riferite ai poveri, ai disperati, agli emarginati ecc. È stupefacente questo riemergere di concezioni “terzomondiste”, retroterra di un agire che rischia una comunione oggettiva di intenti, e una competizione soggettiva impossibile da sostenere, con il volontarismo cattolico». Parole del 1995, sembrano pronunciate oggi.

Insomma, il passaggio all’operaio sociale resta il nodo irrisolto, da qui dobbiamo ripartire per andare in un’altra direzione: riappropriarci di una storia lunga, ripercorrerla nelle sue vittorie e nelle sue sconfitte come fa Bianchi, non vuol dire ricavare la propria identità da padri e madri più o meno immaginari. L’autonomia dei figli di nessuno è piena di genealogia sovversiva, un’eredità da utilizzare e non un testamento notarile da esibire. Ecco perché ripensare quella storia ci fornisce delle indicazioni decisive sulla nuova curva da intraprendere, sugli errori da non ripetere, sulle rotture da conquistare.

Sergio Bianchi
Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo
Milieu, 2015
14,90


https://www.alfabeta2.it/

Dove andare. A San Francisco sui luoghi di Hitchcock



Un viaggio tra le location di Alfred Hitchcock che nel quartiere Castro, il ponte, e San Juan Bautista girò «Vertigo». Ne parla Luis Camara, della California State University.

Silvia Veroli

Una vertigine chiamata Golden Gate


San Francisco e il cinema si amano, non v’è dubbio. La città più dramatica d’America seppur lambita dal Pacifico, simbolo del Golden State eppure rigida da far rabbrividire Mark Twain (che, si sa, non conobbe mai un inverno freddo come l’estate a Frisco) è stata talmente rappresentata in pellicola e digitale da dispensare déjavu cinematografici ad ogni angolo.

Il Golden Gate è ormai patrimonio collettivo quasi come il ponte di Brooklyn, per averci scorrazzato su tutti almeno una volta con Michael Douglas quando percorreva le strade di San Francisco nell’omonima serie tv o con Dustin Hoffmann laureato; per le discese ardite e le risalite si sono scapicollati quasi tutti i protagonisti della cinematografia USA del secolo scorso: Robin William nei panni soffocanti di Mrs Dubtfire e Sharon Stone senza mutande in Basic istinct, il Maggiolino tutto matto e l’ispettore Callaghan. Anche la Walt Disney, attraverso i suoi classici studi di animazione e quelli acquisiti della Pixar, trova oggi nella Sylicon Valley il set delle sue favole tecnologiche: Big Hero 6 si ambienta in una San Fracisco nippo-distopica (San Frasokyo) mentre in Inside Out la città, col suo corredo di auto incastrate sulla Russian Hill e pizzerie vegane, è la migliore attrice non protagonista del film e quasi un sesto stato d’animo a oseé accanto ai cinque che governano la giovane Riley.



Il turista cinefilo non può perdersi il quartiere Castro dove Harvey Milk è vivo e lotta insieme a noi e anche le strisce pedonali sono arcobaleno (e al Castro Theatre proiettano The Wizard of OZ restaurato e un sacco di altra bella roba) né, qualche isolato più giù Mission District il quartiere più antico di San Francisco: lì, nella settecentesca Mission Dolores, Alfred Hitchcock girò la scena della visita al cimitero per il suo Vertigo, pellicola che a San Francisco — e alla California del Nord in genere — deve molto.

La protagonista del film infatti tenta (finge) il suicidio nelle acque della baia del Golden Gate, come molti purtroppo prima e dopo di lei (Il Ponte dei suicidi è un controverso documentario tutto sull’argomento, girato da Eric Steel nel 2006); la causa della paura dell’altezza che atterrisce Scottie Ferguson –James Stewart e dà il la alla storia, è la vista dai tetti della città vertiginosa i cui edifici sono versione urbana delle sequoie del Muir Woods National Monument, pochi miglia fuori San Francisco, dove pure è ambientata una scena cruciale del film.

E sempre poco distante da San Fran, nel comune di San Juan Bautista, si trova il set della scena clou del film forse più famoso di Hitchcock e meglio conosciuto in Italia col titolo spoiler La donna che visse due volte. La cittadina in questione, pomposamente autoproclamantesi come La Città della Storia, è collocata nella contea di San Benito e conta circa 2000 anime senza considerare quelle del cimitero annesso alla chiesa della Old Mission: li sono sepolti 4000 nativi americani appartenenti alla tribù dei Mutsunes, evangelizzati ovviamente, ché i nativi in questione avrebbero per tradizione precolombiana praticato la cremazione.



Amministrata anche dal padre di quel Castro (Josè, leader dell’opposizione messicana nel 19° secolo) che dà il nome al quartiere iridato di San Francisco, San Juan Bautista deve la sua notorietà all’antica missione affacciata sull’unica plaza spagnola rimasta intatta in California dal Settecento. Disposti lungo i lati della stessa piazza ci sono quattro location fondamentali di Vertigo: la chiesa del tragico inseguimento tra Kim Novak e James Stewart, l’edificio che fu l’Hotel Plaza, la plaza Hall e le stalle annesse dove la coppia ripercorre le sequenze dell’incubo di Madeleine Elster alias Carlotta Valdes alias Judy Barton.

Il luogo scelto da Hitchcock su insistenza della figlia del produttore associato del film mostra una certa personalità: non immolato al ricordo delle riprese anche se certamente compiaciuto (ci sono il caffè Vertigo e memorabilia cinematografiche incorniciate qua e là in altri punti di ristoro) è piuttosto vitale, anche perché la missione gestita da frati è ancora operativa e animata da un proprio turismo religioso, e la cittadina appare nel suo complesso più autenticamente legata alle sue origini amerindiane rispetto ad analoghe situazioni californiane (l’Old Town di San Diego ad esempio).

Se da una parte la piazza non ha cambiato di molto aspetto dall’epoca della sua fondazione dall’altra l’aria che tira sembra rimasta sospesa a quel primo autunno hitchckochiano di quasi sessant’anni fa, e questo nonostante l’emblema del film, il campanile del duplice volo, sia stato aggiunto in post produzione, ricostruito negli studi della Paramount così come le scale fatali.

Il risultato è che l’Old Mission risulta al tempo stesso un posto familiare e straniante come si conviene al «doppio sogno» del plot che Hitchcock mutuò dal romanzo francese D’Entre les Morts di Pierre Boileau; a fine settembre San Juan Bautista ha ospitato, oltre a una mostra di cactus e piante grasse che sembrava organizzata da Spike il fratello di Snoopy, anche una giornata dedicata a Vertigo con proiezione del film nella piazza della missione antica, visita guidata alle location e conferenza a cura di Luis Camara, professore associato di Arti creative e tecnologia alla California State University di Monterey.



Camara ha indagato, oltre alla struttura a spirale del film, il tema del doppio in Vertigo, a partire dalla colonna sonora; le arie d’opera wagneriane tratte da Tristano e Isotta infatti sottolineano le assonanze tra la storia di Scottie e Madeleine e quella del mito celtico in cui, dopo il tentativo d’amare un alter ego del proprio impossibile oggetto del desiderio, d’amore si muore tragicamente.

La California è un set e uno stato d’animo che non potrebbe essere più lontano dal paesaggio inglese e dallo spirito in bianco e nero di Hitchcock. Questo fino a Vertigo dove la prima vertigine è appunto quella suscitata da San Francisco

Vero, anche se in effetti la storia d’amore tra Hitchcock e la California del nord ha preso le mosse già col suo primo film americano, Rebecca, girato nella riserva statale di Point Lobos, non lontano dalla missione di San Juan Bautista, anche se in quel film i cipressi e la scogliera recitavano la parte del paesaggio di Monte Carlo…nondimeno Hitchcock rimase intrigato dal luogo e prese casa a nord di Santa Cruz. Poi c’è stato L’ombra del dubbio girato nella sonnacchiosa Santa Rosa, a un’ora di macchina dal Golden Gate e infine Hitch è approdato a San Francisco dove ha girato a colori prima Vertigo e poi Gli Uccelli. Il fascino che la California ha suscitato nel regista ha a che fare con la nebbia, le sequoie giganti antichissime e minacciose…tutto così distante da casa sua ma anche per altri versi dai paesaggi desertici del sud della California. Certo ha contato l’aspetto pratico della relativa vicinanza con Hollywood, dove poter lavorare negli studios, come pure quello enogastronomico della presenza dei vigneti della Napa Valley…una volta sistematosi qui Hitchcock ha trovato un’intimità con quest’area che poi ha esplorato girandoci i suoi film più famosi.



Nel vasto set californiano perlopiù raggiante Hitchcock trova l’elemento della paura dentro enclavi religiose europee: le missioni spagnole. In Vertigo l’incontro con la morte avviene a Mission Dolores a San Francisco e raggiunge il culmine a San Juan Bautista, dove Madeleine evoca la sua infanzia di proibizioni, le stesse che ammorbarono la prima giovinezza del regista in collegio dai gesuiti.

Certamente la rigida educazione cattolica ha creato in Hitchcock una paura profonda dell’autorità che si vede riflessa in tutti i suoi lavori: i suoi protagonisti sono spesso innocenti perseguitati da figure incombenti, autorevoli, paternalistiche. Mostra inoltre nei suoi film una certa comprensione verso l’umana propensione al peccato e spesso rimarca la frattura che corre tra la dimensione pubblica che occulta i peccati e la vita privata che nel peccato indulge.
In Vertigo si trova anche un’allusione alla fede nella resurrezione dei corpi come pure una discesa nel senso di colpa che ovviamente deriva dalla profonda frequentazione del Cattolicesimo da parte di Hitchcock.

Vertigo, accolto tiepidamente nel 1958, è oggi considerato il film più intimo e personale di Hitchcock, concorda?

Si, Vertigo può essere considerato un autoritratto del suo regista (il ritratto di un manipolatore e creatore di artifici) ed anche un’ammissione delle sue più profonde ossessioni. Hitchcock sembra confermare, con “Vertigo” un fatto: ogni volta che ha amato una donna (come nel caso di Tippi Hedren) ha espresso il suo amore forzando l’oggetto del suo desiderio fino a renderlo copia conforme di un proprio ideale. Questo è un film sull’Artista che ama e distrugge.


Il Manifesto Alias – 16 gennaio 2016

lunedì 25 gennaio 2016

Dissidenti americani: Dalton Trumbo, il fantasma di Hollywood



Un libro e un film rivalutano la figura di Dalton Trumbo,  lo sceneggiatore perseguitato nell'America degli anni 50' e costretto a scrivere sotto pseudonimo.

Mirella Serri

Il fantasma di Hollywood



Deborah Kerr, con l’aria paciosa e i capelli cotonati, nella notte degli Oscar del 1957, proclama vincitore il film La più grande corrida per il miglior soggetto originale di cui è autore Robert Rich. L’attrice rimane però interdetta: sul palco non appare nessuno a ritirare l’ambita statuetta per quella pellicola di gran successo. Il giorno dopo domina le prime pagine la discussione sul «mistero-Rich». I produttori negano di aver mai incontrato quello sceneggiatore-fantasma che ha lavorato senza contatti diretti con loro.

Il mistero di Mr. Rich

Lo strano caso di mister Rich è destinato a ripetersi di frequente e nell’America degli Anni Cinquanta proliferano gli scrittori cinematografici senza identità né volto: La legge del Signore, il bel lavoro di William Wyler, appare privo del nome dello sceneggiatore nei titoli di coda; Pierre Boulle viene incoronato dall’Oscar per l’adattamento per lo schermo del suo libro, Il ponte sul fiume Kwai, ma è noto che a confezionare il testo non è stato il narratore francese digiuno della lingua inglese. A chi appartengono tutte queste penne senza nome?

Carl Foreman e Michael Wilson sono in realtà gli autori del famosissimo «Ponte» di David Lean, la scrittura della Legge del Signore è sempre di Wilson, Rich è lo pseudonimo dietro cui si nasconde Dalton Trumbo. Che peraltro ha avuto l’Oscar anche per il soggetto del meraviglioso Vacanze romane, con Gregory Peck e Audrey Hepburn, siglato però con un altro nom de plume, Ian McLellan Hunter.

A raccontarci la vera storia di Trumbo, una delle più pagate e ricercate firme di Hollywood, è il saggista Bruce Cook ne L’ultima parola (in uscita da Rizzoli ). La biografia ha ispirato il film Trumbo che, diretto da Jay Roach e interpretato da Brian Cranston, Diane Lane, Helen Mirren e John Goodman, sarà nelle sale italiane a partire dall’11 febbraio. Nella pellicola viene ricostruita l’avventurosa vicenda dei cosiddetti Hollywood Ten, ovvero dei dieci attori, scrittori, produttori, registi - di cui Trumbo è uno degli esponenti di maggior spicco - i quali a partire dal 1947 rientrano nella blacklist della commissione maccartista incaricata di indagare sulle attività antiamericane.

In epoca di caccia alle streghe e di guerra fredda, con il globo diviso tra America e impero del male, questi uomini di spettacolo si rifiutano di compiere opera di delazione nei confronti dei loro colleghi. Chi collabora, come Jack L.Warner, capo della Warner Brothers, Gary Cooper, Robert Montgomery, Ronald Reagan (futuro presidente degli States) e Robert Taylor, viene scagionato. Chi si sottrae, invece, ha davanti il carcere: tra gli accusati, insieme ai magnifici dieci, c’è anche Bertolt Brecht che ribatte alle accuse in maniera così convincente da sfuggire alla citazione per vilipendio al Congresso. Poi però scappa subito dagli Usa per approdare nella Germania dell’Est, finendo dalla padella nella brace.



Nella lista nera

Trumbo è arrivato nel paradiso degli Studios facendo la gavetta. Intollerante, gran bevitore, non è uno dei tanti «comunisti da piscina», come vengono chiamati gli esponenti dell’intellighenzia di sinistra. Ha lavorato tutte le notti come panettiere crollando con la testa sui libri della University of Southern California, ha sfondato come reporter per il Grand Junction Sentinel, il quotidiano della sua città, e poi ha avuto successo a Hollywood.

Quando la commissione lo interroga sui suoi legami con il Partito comunista, si appella al diritto di non rispondere: in aula al suo fianco vi sono Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Gene Kelly, John Garfield e John Huston. Ma il sostegno delle grandi star non basta. Viene condannato a 11 mesi di galera. Dalton è accompagnato dai suoi estimatori come un eroe ai cancelli del penitenziario federale di Ashland, Kentucky. Ma quando esce la propaganda contro i sovversivi ha convinto gran parte della pubblica opinione che è un «losco traditore» assieme a tutta la sua famiglia. Le porte di Hollywood per lui sono sbarrate.

È costretto a rifugiarsi in Messico dove, offrendo le sue prestazioni in nero e nel più completo anonimato, produce addirittura più di trenta copioni. Ma nel 1960 il regista Otto Preminger compie un gesto eclatante: rivela che Trumbo è stato incaricato della sceneggiatura di Exodus, tratto dal romanzo di Leon Uris che prende il nome dalla nave che nel 1947 porta in Israele un numeroso gruppo di immigranti. Il desiderio di verità e di giustizia si sta facendo strada: Kirk Douglas rende noto che Spartacus, con la regia di Stanley Kubrick, ha avuto origine dalla magia di Trumbo. La reazione degli attivisti non si fa attendere: gruppi di manifestanti anticomunisti organizzano picchetti in tutti gli States per impedire l’ingresso nelle sale dove viene proiettata la pellicola.



L’apprezzamento di JFK

Il clima però sta cambiando e non c’è più spazio per gli adepti di Joseph McCarthy. A dare la spallata definitiva ai fanatismi è il neoeletto John F. Kennedy: superando gli sbarramenti entra in un cinema di Washington dove si proietta Spartacus. «Un bel film», commenta all’uscita. Il suo giudizio pone fine a tutte le ostilità. Da quel momento Trumbo è riaccolto nella Mecca del cinema e può riprendere apertamente la penna in mano. Ultima sceneggiatura, prima della sua scomparsa nel 1976, sarà Papillon in cui presta pure il suo volto ad un arcigno ufficiale. Lo sdoganamento di Trumbo rappresenta non solo la sua personale riabilitazione ma la fine dell’era della caccia alla streghe e dei fantasmi dello schermo.


La Stampa – 24 gennaio 2016