TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 29 febbraio 2016

Sebastiao Salgado, Genesi




SEBASTIÃO SALGADO
GENESI
Palazzo Ducale – Sottoporticato
piazza Matteotti 9 – Genova



Genesi è l’ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentarista del nostro tempo.

Uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia.

Il mondo come era, il mondo come è. La terra come risorsa magnifica da contemplare, conoscere, amare. Questo è lo scopo e il valore dell’ultimo straordinario progetto di Sebastião Salgado.



In mostra oltre duecento fotografie eccezionali: dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia.

Genesi è un viaggio fotografico nei cinque continenti per documentare, con immagini in un bianco e nero di grande incanto, la rara bellezza del nostro principale patrimonio, unico e prezioso: il nostro pianeta.


Progetto di Contrasto e Amazonas, organizzazione Civita.  

Croce e il suo amico Einstein



Cento anni fa nasceva Benedetto Croce, un filosofo forse un po' frettolosamente messo da parte dopo le scorpacciate che ce ne hanno fatto fare fino agli anni '60. Un personaggio interessante per molti aspetti, come il rapporto intessuto con Einstein.

Vincenzo Barone

Croce e il suo amico Einstein



«La gente si lamenta che la nostra generazione non abbia filosofi. Non è assolutamente vero: solo che i filosofi, oggi, stanno in un’altra Facoltà, e si chiamano Planck e Einstein». Così si esprimeva nel 1911 un illustre intellettuale tedesco, il teologo e storico Adolf von Harnack, nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Società Kaiser Wilhelm.

Il dominus del pensiero nostrano, Benedetto Croce, era di parere opposto: riteneva che gli scienziati dovessero fare il loro mestiere – cioè «maneggiare e classificare» –, senza intromettersi in faccende riguardanti la filosofia e il «vero». In quello stesso 1911, il matematico Federigo Enriques organizzò a Bologna il IV Congresso Internazionale di Filosofia. Chiamò a parteciparvi i più importanti filosofi dell’epoca, ma anche grandi scienziati come Peano, Poincaré, Langevin (quest’ultimo, dovendo parlare di relatività a una platea di umanisti, introdusse proprio in quell’occasione il cosiddetto «paradosso dei gemelli»).

Croce presenziò con un certo fastidio alle sessioni del congresso. Durante il viaggio di ritorno, rilasciò una famosa intervista in cui, senza mezzi termini, accusava Enriques di incompetenza e di dilettantismo filosofico. «Si addossa le fatiche dei congressi dei filosofi, meritorie quanto sarebbero meritorie e disinteressate le mie, se organizzassi congressi di matematici», disse. Enriques, però, era uno storico e filosofo della scienza di prim’ordine, mentre la matematica di Croce non andava oltre le quattro operazioni. Né il pensatore napoletano riteneva opportuno approfondire le scienze astratte ed empiriche, alle quali non attribuiva valore conoscitivo.

    Einstein con Enriques a Bologna nel 1921

Ancora nel 1951 (quando ormai la rilevanza concettuale delle scoperte scientifiche del Novecento era incontestabile), parlava di una «tranquilla rivoluzione filosofica» compiutasi nella prima metà del secolo, che sarebbe consistita nel fatto che «le scienze naturali e le discipline matematiche, di buona grazia hanno ceduto alla filosofia il privilegio della verità ed esse rassegnatamente, o addirittura sorridendo, confessano che i loro concetti sono concetti di comodo e di pratica utilità, che non hanno niente a che vedere con la meditazione del vero».

Com’era scontato, Croce non avvertì il bisogno di esprimere un’opinione sulla teoria della relatività, neanche quando, nei primi anni Venti, in occasione della venuta in Italia di Einstein (su invito proprio di Enriques), molti altri filosofi italiani (per esempio, Antonio Aliotta, Annibale Pastore, Francesco Orestano) ritennero di pronunciarsi. Ruppe parzialmente il silenzio solo nel 1929, in un breve scritto di commento a un libro dello studioso tedesco Alexander Maria Fraenkel, Le scienze naturali nella filosofia di Benedetto Croce (tradotto per Laterza solo nel 1952).

Convinto dell’impossibilità di principio di una filosofia della natura, Croce si diceva scettico riguardo al tentativo, attuato da Fraenkel, «di dimostrare che il progresso della scienza, che sarebbe rappresentato soprattutto dalla dottrina della Relatività, ha importanza filosofica e trasforma profondamente la vecchia scienza fisica e naturale, rendendo possibile per la prima volta in questo campo, non il semplice ordinamento classificatorio dell’esperienza, ma il giudizio dell’individuale, affatto analogo al giudizio storico a cui mette capo la Filosofia dello spirito». «Non oso decidere - aggiungeva retoricamente - se abbia ragione esso [Fraenkel] o l’Einstein con gli altri matematici e fisici della nuova scuola; esso che chiama filosofiche le loro scoperte e filosofi quegli scienziati; quelli che protestano contro l’interpretazione filosofica delle loro escogitazioni».

Croce era nel giusto quando respingeva come priva di senso l’interpretazione soggettivistica della relatività, ma lo faceva solo per difendere la purezza dell’idealismo, visto che considerava i concetti della teoria einsteiniana, come tutti i concetti scientifici, nient’altro che «pseudogiudizi riferiti a una fictio». Del tutto infondato, poi, era l’agnosticismo filosofico che pretendeva di attribuire al padre della relatività: con buona pace di tutti gli idealisti, era stato Einstein – assieme ad altri fisici come Schrödinger, Heisenberg, Dirac - a compiere la vera (e non così tranquilla) rivoluzione filosofica del Novecento. 

Croce e Einstein non potevano evidentemente incontrarsi sul terreno della scienza e della filosofia, ma trovarono elementi di intesa e di stima reciproca nel campo della politica e degli ideali civili. I due si conobbero a Berlino nel 1931, scoprendo di condividere lo stesso sentimento di preoccupazione per le sorti dell’Europa. Anni dopo, nel 1940, quando la tragedia della guerra si stava già consumando, contribuirono entrambi a un volume sulla libertà (Freedom: its meaning), edito a New York, che raccoglieva gli interventi di molti altri grandi intellettuali dell’epoca.



Nel 1944, all’indomani della liberazione di Roma, Einstein inviò a Croce una lettera di stima e di incoraggiamento per l’importante ruolo che il filosofo stava svolgendo nella ricostruzione della democrazia italiana (la lettera, assieme alla risposta di Croce, fu pubblicata dapprima in opuscolo e poi nella raccolta crociana Pagine Politiche, Laterza, 1945). «Mi consolo – scriveva il grande fisico – nel pensiero che Ella è ora presa da occupazioni e sentimenti incomparabilmente più importanti, e particolarmente dalla speranza che la sua bella patria sia presto liberata dai malvagi oppressori di fuori e di dentro».

E proseguiva: «La filosofia e la ragione medesima sono ben lungi, per un tempo prevedibile, dal diventare guide degli uomini, ed esse resteranno il più bel rifugio degli spiriti eletti; l’unica vera aristocrazia, che non opprime nessuno e in nessuno muove invidia, e di cui anzi quelli che non vi appartengono non riescono neppure a riconoscere l’esistenza».

Croce rispose cordialmente, dicendo di aver dovuto prendere temporaneo commiato da quel mondo spirituale di cui parlava Einstein, per partecipare direttamente alla vita politica e allo sforzo collettivo per la rinascita del paese. La filosofia, osservava, «è un’azione mentale, che apre la via, ma non si arroga di sostituirsi all’azione pratica e morale, che essa può soltanto sollecitare». Alla fine della lettera, si scusava con l’illustre amico per essersi dilungato in ragionamenti: «Naturam expelles furca, tamen usque recurret» («Potrai scacciare la natura con la forca, ma essa ritornerà sempre»), scriveva, citando Orazio e riferendosi alla natura del filosofo, «che distingue e teorizza». La stessa massima, ironicamente, potrebbe applicarsi al suo spiritualismo: scacciata dalla forca del Filosofo, la Natura finisce sempre per tornare.


Il Sole 24 Ore – 28 febbraio 2016

Céline, la vagina e il segreto del mondo

    Céline negli anni '30

Pubblicato da Adelphi «Lettere alle amiche» di Céline. Negli anni trenta Céline ebbe molte relazioni. Ne emerge un'immagine tutto sommato simpaticamente amorale di un autore forse nel suo momento più felice, prima che il delirio antisemita gli stravolgesse la vita trasformandolo in una maschera di rancore e di odio.


Massimo Raffaeli

Céline, il pigmalione igienico-morale


Nello sguardo di Louis-Ferdinand Céline, che era quello di uno gnostico o forse di un cataro, la pésanteur e la grace, sordida opacità e leggerezza lievitante, si spartivano equamente il campo della percezione: da un lato lo investiva il peso di un mondo asservito alla carne, agli appetiti elementari (gli stessi che murano il fosco orizzonte del Voyage o di Mort à crédit) dall’altro lo smaltiva uno stile pulsionale ma stilizzato al ritmo dello spasmo interiore, quasi una musica dell’essere, sussultante e compulsiva, portata ai limiti della gratuità. Infatti, per autoassolversi, Céline giurava di non avere idee e si vantava altresì di una sua invenzione esclusiva, l’emozione stilizzata in pagina, la petite musique, la danza in prosa.

È noto che a Parigi, negli anni trenta, si appostava nella scuola di danza di Madame Alessandri come un Degas vizioso, dove oggetto della sua scopofilia era il corpo delle giovanissime ballerine, solo linee incise e muscoli vibranti, come è noto che elesse a donne della propria vita due danzatrici di plastica eleganza, prima l’americana Elizabeth Craig, cui è dedicato il Voyage, poi Lucette Almanzor detta Lili, che gli sarà vicino da compagna/moglie/musa negli anni della guerra, della prigionia in Danimarca e nell’esilio terminale di Meudon.

    Elizabeth Craig

Nell’interregno fra Elizabeth e Lili (il che significa fra il successo clamoroso del Voyage, 1932, e la pubblica infamia di Bagatelle per un massacro, il suo vomito antisemita del 1937) Céline ha rapporti amicali, sentimentali e carnali con un cospicuo numero di donne e ne reca ampia traccia il volume Lettere alle amiche (a cura di Colin W. Nettelbeck, Adelphi, «Piccola biblioteca», pp. 257, euro 15.00) che esce in italiano nella splendida versione di Nicola Muschitiello, un poeta già allievo di Guido Neri e rinomato traduttore fra gli altri di Baudelaire.

Sono circa centoquaranta missive indirizzate a una decina di corrispondenti, un microuniverso cosmopolita di donne in genere più giovani di lui che ha appena valicato i quarant’anni, il dottor Destouches, medico nella banlieue rossa di Clichy, che ancora stenta a firmarsi in privato Céline. E fra costoro spiccano: Erika Irrgang, studentessa tedesca e futura scrittrice; Lucienne Delforge, pianista di caratura internazionale, giovanissima, l’unica forse che gli abbia suscitato qualcosa di simile all’amore nel senso corrente; Evelyne Pollet, giornalista e scrittrice di Anversa, una sua fan, e però di vena intimista, che nel dopoguerra ritrarrà dal vero la loro relazione nel romanzo Escaliers; Karen Marie Jensen, ballerina danese, sua eterna confidente nonché tramite bancario dei diritti d’autore depositati, in lingotti d’oro, a Copenaghen, dove Céline verrà arrestato nel dicembre del ’45 per l’accusa di collaborazionismo; infine colei che è cifrata nel libro con «N.», un’ebrea austriaca, ginnasta dal fisico scultoreo, legata agli ambienti della psicoanalisi ed in particolare ad Annie, l’ex moglie di Wilhelm Reich.

   

Con rare eccezioni, l’atteggiamento di Céline è costante e per sé tiene la parte di un Pigmalione che prodighi consigli d’ordine igienico e morale chiedendo in cambio affetto e una disponibilità fisica indenne comunque da legami ufficiali o, peggio, da pretese matrimoniali. In altri termini, egli è il cinico che conosce tutto della vita e non si fa più illusioni ma è un cinico che raccomanda alle sue donne (il tono è sempre quello di chi si rivolge a delle protette o a delle elette) un matrimonio borghese e rassicurante il quale garantisca loro un culto spregiudicato del corpo e la piena libertà di goderne. Nella igiene raccomandata dal dottor Destouches non rientrano né il pensiero astratto né la soverchia concretezza di una gravidanza. Questo il consiglio profilattico e ben paradossale che dà ad Erika il 21 giugno del ’32: «Usi tutte le sue armi, tutt’insieme, tutte, il sesso, il teatro, la cultura, il lavoro. Ma si mantenga in salute. Niente amore senza preservativo, ALTRIMENTI DA DIETRO».

Céline, mascherandosi da vecchio inerte e acciaccato, da nichilista cui il futuro è per sempre ostruito, non lesina rilievi sul presente e tende a usare le sue donne (pari a chiunque altro, sappiamo dall’epistolario) come specchio ustorio e barra d’appoggio per riflessioni che soltanto nei libelli o nei romanzi verranno totalmente stilizzate: alla Pollet, chiedendole riproduzioni di Bosch e di Brueghel, raccomanda di attenersi nello stile a un «tono irresistibil»”, a «N.» confessa interessi freudiani e domanda una copia di Trauer und melancholie, alla Jensen, reduce da un viaggio negli Stati Uniti all’inizio del ’37, comunica di essere passato dalla Scuola di Balanchine e ribadisce la passione rapinosa, quasi una coazione voyeuristica, per le ballerine: «Lì sì che ci sono belle donne! Oh! Oh! Una meraviglia! Che agilità! Che miracolo! Proprio al limite estremo dello spirito! La raffinatezza del corpo in maniera assoluta!».

    Evelyne Pollet

Ogni altro rilievo, ogni notizia concernente la letteratura, nel prosieguo di quella che ormai è una carriera, rimane desultorio o sullo sfondo, e infatti si pronuncia en passant anche su argomenti ideologici e politici (più che altro per compatirsi e autoassolversi) così sbadatamente accostati che il carteggio, ad esempio, con «N.» viene chiuso da una gaffe a dir poco criminale: nel febbraio del ’39, alla notizia della morte del marito di lei, un ebreo annientato nel campo di Dachau, il firmatario di Bagatelle non ha altro da addurre se non l’elenco delle persecuzioni di cui il medico Destousches sarebbe vittima (da parte di comunisti ebrei, o viceversa) nel dispensario di Clichy, concludendo la lettera con un ineffabile «Vede che anche gli ebrei sono dei persecutori… purtroppo! Qui siamo letteralmente invasi, sa, e per giunta ci esortano apertamente alla guerra».

Va detto per inciso che «N.» si chiamava in realtà Cillie Pam e che il suo nome è già svelato nella biografia Céline. Entre haines et passion di Philippe Alméras del ’94 edita in Italia da Corbaccio tre anni dopo. Qui il curatore Nettelbeck, nella introduzione come nelle note, è invece costretto al silenzio perché Cillie Pam, ancora viva, non intende comparire col suo nome nelle Lettres à des amies che escono da Gallimard («Cahiers Céline», n. 5, una collana di contributi documentari e specialistici) nell’ormai lontano 1979: fatto sta che oggi Adelphi ne propone testo e apparati pari pari ignorando decenni di filologia céliniana e, nel qual caso, il volume complessivo delle Lettres (1907–1961) edito nella Pléiade, 2009, a cura di Henri Godard con la collaborazione di Jean Paul Louis.

Un simile e piuttosto discutibile anacronismo editoriale non toglie che Céline rimanga Céline specie se doppiato da un autore del rango di Nicola Muschitiello, appunto un Céline dell’eterno femminino, l’astuto cascamorto, il guardone, l’uomo della assoluta pesantezza che scruta e allucina nel corpo femminile, nella sua stilizzazione più compiuta, l’incarnazione della musica. O, meglio, di una utopia artistica finalmente libera dalla legge di gravità, dal peso delle cose e degli esseri in terza dimensione.

Poco dopo il Voyage, mettendo mano alla farsa grossa dal titolo L’Eglise, Céline vi aveva introdotto il passaggio, autoriferito, che vale una poetica e suona più o meno in questo modo: «Ah Ferdinand! finché vivrete, voi andrete tra le gambe delle donne a chiedere il segreto del mondo!


il manifesto/Alias – 28 febbraio 2016

Obama chiama e gli ascari preparano gli zaini. Gli italiani in Irak



Elicotteri e 1.200 uomini, i primi contro l’Is

Entro l’estate, l’Italia potrebbe diventare il paese con più “scarponi sul terreno” in Iraq: il potenziamento dell’impegno contro l’Is prevede di portare il contingente a oltre 1.200 militari. Reparti con una missione che non comprende il combattimento, ma che nelle prossime settimane si potrebbero pericolosamente avvicinare alla linea del fuoco. Presto, probabilmente entro marzo, arriverà in Kurdistan lo squadrone di elicotteri italiani che aiuterà i peshmerga nella guerra contro lo Stato islamico.

Ci saranno i grandi Chinook da trasporto a doppio rotore. Ma la missione più insidiosa toccherà ai tre Nh 90 incaricati di soccorrere i feriti a ridosso della prima linea: il rischio di finire sotto il tiro del Daesh è elevato. Gli equipaggi sono abituati: sono tutti veterani dell’Afghanistan e appartengono al Reos, la squadriglia delle forze speciali.



I loro velivoli sono zeppi di equipaggiamenti hi-tech, con cabine blindate e mitragliere sulle fiancate. Oltre a recuperare i feriti, non si può escludere che vengano chiamati anche a “esfiltrare” commandos alleati caduti in imboscate. Attività queste che richiedono una scorta ravvicinata ed ecco che prende piede l’ipotesi di mandare in Kurdistan almeno due Mangusta da combattimento: sarebbe un altro primato, perché nessun paese occidentale ha schierato elicotteri da battaglia contro l’Is.

Ancora più complessa si annuncia la protezione del cantiere della diga di Mosul. Sarà affidata a quasi cinquecento bersaglieri della brigata Garibaldi: l’unica task force straniera in territorio iracheno, per questo subito osteggiata dall’ala dura del governo di Bagdad.

L’infrastruttura sorge a circa cinque chilometri dagli avamposti con la bandiera nera ed è facile prevedere che il Califfato farà di tutto per ostacolare le riparazioni di quest’opera, destinata a diventare un simbolo della riscossa contro i jihadisti.


La Repubblica – 28 febbraio 2016

domenica 28 febbraio 2016

Il mistero irrisolto di Hieronymus Bosch



Chi era veramente Hieronymus Bosch, l'ultimo grande artista medievale? Un genio visionario la cui vera essenza ci sfugge.

Dario Pappalardi

Bosch

Alla fine i misteri restano. Non bastano sette anni di studi, un pool internazionale di ricercatori, il coinvolgimento di decine di musei, un catalogo di opere ridiscusse e passate letteralmente allo scanner. E questa mostra, che con venti dipinti dati per certi e riuniti per la prima volta, più 19 disegni, ma anche con oggetti, sculture e quadri del tempo, celebra – a 500 anni esatti dalla morte – l'ultimo uomo che ha dipinto il Medioevo.

No, chi era veramente Hieronymus Bosch non si capisce nemmeno qui, a Den Bosch, la città olandese dove tutto è cominciato ma quasi nulla è rimasto. Hieronymus van Aken nasce a Den Bosch intorno al 1450. E qui torna mezzo millennio dopo con l'allestimento di Hieronymus Bosch. Visioni di un genio, da ieri (e fino all'8 maggio, a cura di Matthijs Ilsink e Jos Koldeweij;www. bosch500. nl) al Noordbrabants Museum, l'istituzione diretta da Charles de Mooij che ha lanciato il Bosch Research and Conservation Project a cui si deve un nuovo studio critico e il restauro di nove opere.



A Den Bosch – "il bosco" – da cui prenderà il nome, l'artista rimane tutta la vita. Non c'è testimonianza di un solo viaggio. Lavora nell'atelier sulla piazza del mercato: ancora si vede l'esterno del palazzo dove visse. Ma i documenti che lo citano si contano sulle dita di una mano. Si trovano nell'archivio dei libri di conti della Confraternita di Nostra Signora, a cui i van Aken appartengono. Tre sono esposti in mostra. Due riferiscono che Hieronymus ospita i confratelli per la cena tradizionale a base di cigno, nel 1498-99 e poi dieci anni dopo. Il terzo foglio registra il funerale del pittore, tenutosi nella cattedrale di San Giovanni il 9 agosto 1516.

Oltre a questi manoscritti, le certezze sono pochissime. Il suo mistero sembra quello di Omero o di Shakespeare. Bosch è il primo artista figurativo a costruire quasi dal nulla un immaginario nuovo, un mondo di visioni uniche, che porta solo il suo marchio. Tolkien, Disney, George Lucas si sarebbero affacciati sul pianeta Bosch per fondare il loro. Per tentare di avvicinarsi all'origine degli incubi di Hieronymus, alle sue "guerre stellari", ci si può arrampicare sui ponteggi esterni della cattedrale di San Giovanni, ora in restauro. Ma tra i gargoyle, le bestie, gli angeli e i demoni e un'unica donna che si inerpicano sulla chiesa, non si trovano quelle figure postumane, i corpi ibridi, gli anfibi e gli umanoidi delle tavole dell'artista.



La mostra prende il via da due libri: il breviario di Giovanna di Castiglia, moglie di Filippo il Bello, committente di Bosch, e La Nave dei folli del tedesco Sebastian Brant, tradotto in Olanda nel 1500. Sono due testi che suggeriscono un'iconografia di partenza e il clima di fermento morale che influenza gli artisti nei Paesi Bassi.

Il Medioevo fiammingo è agli sgoccioli. Erasmo da Rotterdam è a pochi passi. In meno di vent'anni, Martin Lutero sconvolgerà l'Europa. Hieronymus respira l'aria e attraverso di lui è come se l'età di mezzo celebrasse l'ultimo esorcismo, si liberasse fino in fondo dei suoi mostri su quelle tavole dipinte. Accade nel frammento con La Nave dei folli del Louvre, una inconsapevole zattera della Medusa, dove ognuno combatte la sua guerra, anche cantando. E poi in quel set teatrale che è la Morte dell'avaro della National Gallery di Washington.

L'uomo di Bosch – come nel tondo del museo di Rotterdam – è un vagabondo con una scarpa e una pantofola sullo sfondo di un mondo in dissoluzione. «Ogni carne è fieno» dice il profeta Isaia. E il pittore segue questa traccia per costruire il Trittico del Carro del fieno in arrivo dal Prado. È una processione divisa in tre, dal Paradiso all'Inferno. In mezzo, la cieca avidità che porta re, monaci e mendicanti ad accaparrarsi una inutile porzione di fieno. Non lo sanno, ma si stanno dirigendo tutti verso il fuoco eterno e torture inedite: il terzo pannello è un fantasioso campionario di sadismo.

Anche nei soggetti religiosi apparentemente più semplici, Bosch inserisce dettagli "lunari". Il Battista di Madrid medita perso in una vegetazione antropomorfa, sullo sfondo un orso divora un cervo e una scimmia si arrampica sull'albero. Gli uccelli beccano i semi di un frutto sproporzionato e l'agnello, attributo iconografico del santo, sembra quasi fuori posto. Il San Girolamo di Gand prega davanti a uno stagno, tra zucche rotte e psichedeliche, mentre il suo leone è ridotto a un piccolo animale domestico.



Il Bosch Research and Conservation Project ha censito 24 dipinti "certi". Uno è attribuito per la prima volta: La tentazione di Sant'Antonio del Nelson-Atkins Museum of Arts di Kansas City. A vederlo sembra fratello dello stesso santo del Trittico degli eremiti prestato dall'Accademia di Venezia. Per un Bosch nuovo che arriva almeno tre eccellenti sono stati "espulsi" dal catalogo ufficiale. Sono: i Sette peccati capitali, La pietra della follia e Le tentazioni di Sant'Antonio: tutti dal Prado. Madrid, che non ha prestato il capolavoro totale – Il giardino delle delizie – si prepara alla battaglia con la mostra che celebra il "suo" El Bosco al Prado dal 31 maggio, ribadendo la paternità delle opere.

Smorza i toni il direttore olandese De Mooij: «Nessuna polemica. Loro presenteranno la loro ricerca. Il dibattito sarà interessante». C'è un disegno di Bosch che raffigura una civetta in un albero cavo e occhi e orecchie distribuiti sul prato e tra i tronchi. Una scritta recita "Il campo ha occhi, la foresta ha orecchie". È un invito a custodire i propri segreti. Bosch, 500 anni dopo, ci riesce ancora.

La repubblica – 14 febbraio 2016

Guido Araldo, Una Ginevra sulle Langhe

    Castello di Simancas

A proposito di federalismo. Da documenti storici rinvenuti nel castello di Simancas (in Castiglia e Leon) nel lontano 1577 fu ipotizzata la creazione di una “Nuova Ginevra” fra Langhe e mare da Finale Ligure a Saliceto-Gorzegno.

Guido Araldo

La Ginevra sulle Langhe



Nel 1577 vi fu un complotto dei marchesi e conti delle Alte Langhe e del Finalese per istituire in Val Bormida un cantone simile a "Nuova GINEVRA" tra Piemonte e Liguria, più precisamente tra il Ducato Sabaudo e la Repubblica di Genova. Una specie di “nuova Ginevra delle Alte Terre Langasche” con sbocco al mare nel Finalese, ispirandosi proprio alla città sul lago di Lemano che proprio in quegli anni si era affrancata dai duchi sabaudi. 


Così scriveva di suo pugno il duca di Savoia Emanuele Filiberto, noto come "Testa di Ferro", il 31 dicembre 1577 al marchese Ayamonte, governatore dello Stato di Milano, parte della Spagna (mazzo 1249, fascicolo 46, archivio generale di Simancas): “Oltre a quanto già detto, avviso Vostra Eccellenza di dare un’occhiata ai luoghi dello stato di Milano che si trovano nelle Langhe, poiché sono a conoscenza che alcuni piccoli marchesi complottono di costituire, in base alla pace di Francia, una Ginevra sulle Langhe e andare oltre, se fosse loro possibile. La volontà è buona, per quel che ne so; non so se le loro forze corrisponderanno ai loro desideri. A loro dire, aspetteranno che sia terminato il passaggio della gente che va in Fiandra (le truppe spagnole sbarcate a Finale e dirette nelle Fiandre). Da parte mia ho fatto rinforzare  i miei presidi in Valle Bormida, che quei marchesi potrebbero più facilmente occupare. Procurerò di ottenere più informazioni su questo complotto e di quando verrò a sapere avviserò Vostra Eccellenza!”

  

Copernico e la musica segreta dell'universo



Il grande scienziato e la sua ultima rivoluzione: sentire la musica segreta dell’universo. 

Pietro Citati

Copernico , visione e fallimento


Di John Banville, nato in Irlanda nel 1945, il pubblico italiano conosce soprattutto L’intoccabile , pubblicato nel 1997 (Guanda): un romanzo straordinario, forse il più bel romanzo europeo degli ultimi cinquant’anni; ricco, vasto, terribilmente comico, dominato da una fantasia fiammeggiante e grottesca. All’inizio della propria carriera Banville aveva scritto La notte di Keplero , La lettera di Newton e La musica segreta , un bellissimo libro uscito in questi giorni dall’editore Guanda (traduzione di Irene Abigail Piccinini).

Tutti e tre questi libri sono dedicati ai protagonisti della rivoluzione cosmologica moderna: quando l’Europa fu presa da una ispirata malattia, che aveva come sintomi la cupidigia, una curiosità colossale, e una specie di irresistibile allegria. L’eroe della Musica segreta è Nicolaus Koppernigk.

Come è sua abitudine, John Banville ricostruisce l’ambiente nel quale egli crebbe: il porto di Torún, sulla Vistola, uno splendido caos assordante, con lo stridore degli argani, le cantilene e le imprecazioni degli scaricatori; la Polonia e la Germania del sedicesimo secolo, sovrani, vescovi e studiosi di astronomia. Nel 1496 Copernico lasciò la Polonia: raggiunse Bologna, con quella piatta aria immobile che gli gravava pesantemente sui polmoni. Infine Roma, madida di paura: dove si parlava di portenti e di prodigi; sangue pioveva dal cielo a mezzogiorno, fragori di zoccoli soprannaturali scuotevano la notte, misteriosi gridi riempivano l’aria.



Molti dicevano che era il regno dell’Anticristo, e che la fine era vicina. Il figlio del papa, Cesare Borgia, tornò vittorioso dalla Romagna, cavalcando in trionfo con il suo esercito per le strade di Roma in festa. Sembrava che il Signore delle Tenebre fosse venuto a farsi acclamare dalle folle in delirio. Dio era stato deposto: Rodolfo Borgia governava in sua vece. Copernico detestava Roma: gli ricordava un vecchio leone morente al sole, con la pelliccia fulva graffiata e puzzolente, sulla quale si moltiplicavano i pidocchi, in un ultimo carnevale convulso. Egli non si chiedeva se quella fosse la fine, o se un’ultima, terribile benedizione sarebbe stata impartita alla città e al mondo.

A Roma Copernico incontrò la filosofia ermetica, derivata dai misteriosi testi di Ermete Trismegisto, secondo i quali l’universo è un’ampia rete di azioni interdipendenti e simpatetiche. Apprese che, dopo la morte, gli uomini si sarebbero riuniti al Tutto: l’uomo spirituale, l’anima libera e splendente sarebbe ascesa attraverso le sette sfere di cristallo del firmamento, liberandosi a ogni sfera di una parte della sua natura mortale, fino a trovare piena redenzione nell’Empireo. Quando Copernico immaginava quell’anima fiammeggiante levitare verso l’alto, un’esultanza indicibile si impadroniva di lui.

Copernico ritornò in Polonia. Sulla torre di Heilsberg aveva un osservatorio. La sua stanza assomigliava più al covo di un alchimista che allo studio di uno scienziato moderno: come la trovò al suo ritorno, la scienza era ancora l’antica confusione di incantesimi e talismani e segni segreti. Lo studio era provvisto di ogni apparecchio che fosse di ausilio all’arte dell’astronomia: globi di rame e di bronzo, astrolabi, quadranti, il triquetrum più intricato, una rappresentazione dell’universo di squisita fattura, con sfere e bacchette d’oro.



In passato Copernico si era spesso rifugiato nella scienza per difendersi dall’orrore della vita, facendo di lei una specie di trastullo. Ora comprese che doveva essere una disciplina fredda e straziante da accettare consapevolmente, obbedendo alle sue regole. Inseguiva la cosa più profonda: il nocciolo, l’essenza, la verità. Obbediva alla faticosissima necessità di trovarsi a distanza ravvicinata dal mondo, di cui aveva bisogno: ma questo mondo non doveva contaminare le sue visioni, inquinando con la propria volgarità la purezza trascendente delle teorie celesti. Una volta si chiese se al fondo di tutto non ci fosse una forza selvaggia ribollente, la quale, torcendosi in oscure passioni, tutto produce, sia ciò che è grande sia ciò che è insignificante. Forse sotto ogni cosa si nascondeva un vuoto senza fondo, mai colmo. Allora, la vita non sarebbe stata altro che disperazione.

Copernico sapeva che Tolomeo, nell’ Almagesto , si era sbagliato, e che da allora la scienza dei pianeti era stata una vasta cospirazione per salvare i fenomeni. Pensava che il Sole, non la Terra, stesse al centro del mondo, e che il mondo fosse molto più vasto di quanto Tolomeo immaginasse. Il Sole era il centro di un universo immensamente espanso: la nota fondamentale della musica segreta. Dicendo, e scrivendo così, egli temeva di essere confutato, insultato, messo in ridicolo. Infatti i dotti del tempo lo insultarono: le persone comuni provavano dispiacere al fatto che la vecchia Terra fosse deposta e relegata nel buio del firmamento, saltellando e piroettando agli ordini di un muto e tirannico dio del fuoco.

Copernico venne invitato a partecipare al Concilio Lateranense sulla riforma del calendario: ma rifiutò, adducendo come scusa la convinzione che questa riforma non andasse portata avanti senza aver prima determinato con maggior precisione il moto del Sole e quello della Luna. Pensava che l’astronomo è un cieco che, con la matematica come unico sostegno, debba compiere un viaggio pericoloso e interminabile attraverso innumerevoli luoghi desolati.

Per tutta la vita Copernico cercò di diventare se stesso, scoprendo il proprio io. Non sapeva per quale ragione, questo misterioso io gli era sempre sfuggito. La vita scorreva al di sopra di lui, in una corrente e, sotto la corrente, lui aspettava, senza sapere che cosa. Cominciò a soffrire di insonnia: spesso di notte si avventurava per la città, immergendo il cervello febbrile nella fredda aria notturna. Sentiva che l’intelletto lo dominava, rinchiudendolo in una sublimità asfissiante; e liberò in sé stesso l’uomo fisico, che per tutta la vita aveva atteso di essere liberato. I sensi avrebbero avuto il loro momento di gloria. Eppure, stranamente, il corpo liberato sembrò ignorare cosa fosse la libertà appena ritrovata .



Alla fine, Copernico ebbe la sensazione di svanire a poco a poco: il suo io fisico stava evaporando: diventava trasparente; era soltanto mente; una specie di grigia ameba fantasma, che vorticava silenziosamente nell’aria. C’era in lui una mancanza, che andava al di là del naturale distacco dello scienziato. Dietro le sue azioni e i suoi gesti, si estendeva una sottile corda tesa di inesprimibile angoscia, che si allungava nel nulla. A tratti, sentiva in sé una muta intensità e ferocia, che spaventava chi gli si avvicinava. Sembrava gravato da una conoscenza segreta e intollerabile, o da una sterminata innocenza, che si difendeva dal mondo degli uomini con un piccolo sogghigno grigio.

Con ferocia, violenza, istinto tragico, John Banville racconta in bellissime pagine la vita di Copernico negli ultimi anni: la sua paura di parlare, di scrivere, di pubblicare. Aveva cercato di intravedere «quella cosa, appassionata eppure calma, intensa e remota, favolosa eppure ordinaria, quella cosa che è tutto ciò che importa e il grande miracolo»: la musica segreta dell’universo. Ma non ci riuscì: tutto si perse in un grande fallimento. «Ho mancato in tutto quello che mi ero ripromesso di fare: discernere la verità, il significato delle cose», disse. Non gli restava che morire. Si ritrasse dal regno della vita: giaceva, ammasso informe di carne e sudore e muco, nel più primitivo e rudimentale stato dell’essere, come un oggetto quasi morto dal respiro impercettibile.


Il Corriere della sera – 26 febbraio 2016

Unioni civili, un brutto primo passo



Diritti. Aveva visto giusto Antonio Gramsci: il problema della debolezza liberale in Italia sta nella presenza non tanto del cattolicesimo ma del Vaticano e del suo grande potere di veto.

Nadia Urbinati

Unioni civili, un brutto primo passo



Sì, vi è da rimanere delusi per l’incapacità dei nostri rappresentanti di andare oltre gli ostacoli del pregiudizio; per l’incapacità di osare di sentirsi davvero liberi legislatori che rispondono alla richiesta di eguali diritti che viene dal paese. E vi è di che rammaricarsi che il Pd sia così miscellaneo sui valori fondamentali (una tara che si porta dietro fin dalla nascita) da essere incapace di approdare a una decisione unanime, dando l’impressione che si tratti di due partiti in uno più che di un partito con visioni plurali.

Il bisogno di bussare alla porta di Verdini è da solo una dichiarazione di impotenza e pochezza. E c’è di che inquietarsi per la massiccia e nemmeno velata interferenza del clero romano con le istituzioni dello Stato. Aveva visto giusto Antonio Gramsci quando scriveva che il problema della debolezza liberale del nostro paese sta nella presenza non tanto del cattolicesimo ma del Vaticano.

La cattolicissima Irlanda è molto più libera nelle sue leggi della meno religiosa Italia. Il Vaticano ha un potere di veto che non deve essere sottovalutato mai. E per questo, avere una legge zoppa è un meno peggio. Ma sarebbe auspicabile non viverla come punto di arrivo e quindi come una sconfitta, ma invece trasformarla in un punto di partenza. Come punto di arrivo è semplicemente brutta e vergonsosa. Ma ci sono buone ragioni per cercare di verderla come punto di partenza.

La prima ragione sta nella natura stessa dei diritti – che aprono molte più strade di quel che una timidissima legge non faccia apparire. Una volta aperta la porta nessuno, nemmeno i prelati e i loro rappresentanti nelle istituzioni dello Stato, potranno chiuderla. I diritti vengono a grappolo e la vita delle persone si imporrà. La forza del diritto sarà la forza della vita.

Questa legge brutta e zoppa sulle unioni civili verrà usata subito (per esempio per risolvere il problema lasciato aperto delle adozioni) e subito mostretà la propria insufficienza, la necessità di modificarla. Le maggioranze in Parlamento non possono fermare il torrente della vita che segue la libera scelta delle persone. Il diritto è ben oltre questa legge e sfiderà questa legge. La quale quindi è solo un brutto e timidissimo primo passo, ma non può essere nè sarà l’ultimo.

La seconda ragione è più radicale e la si è toccata con mano nella discussione sulla maternità surrogata. La violenza della discussione alla quale abbiamo assistito ci deve far riflettere sull’opportunità che lo Stato non intervenga.

E’ buona norma di un ragionevole liberalismo che quando si tratta di decisioni che coinvolgono valori e concezioni del bene è preferibile che la legge non intervenga fino a quando non si sia raggiunta una convergenza larga nella cultura morale della società. Ma fino a quando ci sono divisioni forti sui valori sarebbe meglio che la legge tacesse poichè non potrebbe evitare di essere ingiusta.



Questo vale naturalmente per la maternità surrogata. Abbiamo già leggi che proteggono le persone e i minori dall’abuso, dalla mercificazione, dalla monetarizzazione – se non si dà reato o violazione dei diritti umani e delle norme che li proteggono, la legge dovrebbe tacere. Questo non può ovviamente valere per le unioni di coppia, poichè in questo caso l’esistenza dell’istituto del matrimonio rende fondamentale che la legge intervenga per regolamentarne l’estensione o la parificazione nei casi di unione tra non eterosessuali.

La terza ragione pertiene alla funzione liberatoria del diritto, ovvero alla ricchezza per tutti che il rispetto degli eguali diritti comporta e corporterà. La discussione al Senato ha mostrato l’assurdità di chi voleva servirsi della “fedeltà” per discriminare tra il “vero” matrimonio e le unione civili. Si pensava cioè di nobilitare il matrimonio degli eterossesuali attribuendo solo ad esso l’obbligo della fedeltà.

Il paradosso è che la discussione ha dimostrato che sarebbe desiderabile che l’obbligo di fedeltà venisse a cadere anche per il matrimonio. L’esito di quella che è stata a tutti gli effetti un’intenzione discriminatoria si è rovesciato e ha mostrare quanto invadente e anacronistica e corcitiva sia la legge che regola il matrimonio degli eterosessuali. La maggioranza ha tutto da guardagnare dall’eguale diritto, dall’inclusione della minoranza. Le unioni civili tra persone dello stesso sesso possono costituire un arricchimento di libertà per tutti.

Queste ragioni delle implicazioni positive non rendono comunque buona una legge che non è buona. Mostrano tuttavia che da questo momento si può aprire un nuovo spazio di libertà – o meglio ancora, uno spazio alla contestazione e alla lotta per estendere e perfezionare il diritto all’eguaglianza che tutti devono avere di godere degli stessi diritti.


il manifesto – 27 febbraio 2016

sabato 27 febbraio 2016

La Repubblica italiana ha settant'anni. E li dimostra tutti...



In “Storia della Repubblica” Guido Crainz ripercorre la storia d'Italia a partire dal giorno in cui le donne andarono a votare per la prima volta, settant'anni fa.


Simonetta Fiori

Nascita di una nazione (democratica)



Quel giorno le donne si svegliarono allegre. Qualcuna la notte prima non aveva chiuso occhio, perché si trattava di una prima volta, e chi può sapere cosa si prova davanti a una scheda bianca. Alba de Céspedes uscì di casa con il passo leggero, come di chi «si sente i capelli ben ravviati sulla fronte». Maria Bellonci provò anche una sorta di smarrimen-to, in fondo era il suo battesimo da cittadina, ma bastò riconoscerlo per riprendere la rotta. E Anna Banti fu la più spietata con se stessa, in un modo che solo le donne conoscono: e se sbaglio tra il segno della repubblica e quello della monarchia?

Così settant’anni fa le italiane andarono al loro primo voto, quello che avrebbe segnato l’inizio della democrazia repubblicana. E così ha inizio la lunga storia che Guido Crainz ha scritto per Donzelli, bruciando i tempi sull’anniversario della Repubblica che cade il prossimo giugno: una cavalcata di quattrocento pagine che dall’Italia devastata dalla guerra arriva alle “terre incognite” di questi giorni.

Ma è possibile storicizzare l’oggi, riducendosi praticamente a zero la distanza tra lo storico e i tumultuosi accadimenti della contemporaneità? L’autore di Storia della Repubblica ci ha provato con un ammirevole sforzo di sintesi che è difficile rintracciare nell’attuale produzione storiografica. E la chiave del felice esperimento va cercata nelle fonti predilette da Crainz, che sono prevalentemente romanzi e film, quotidiani e riviste, il variegato deposito dell’immaginario popolare capace di fotografare negli italiani umori e allergie, speranze e disillusioni più di quanto raccontino le aride statistiche.



È grazie ad Alberto Moravia che nel 1947 entriamo nella periferia degradata di Roma, «un campo di concentramento senza filo spinato e torri di guardia». Ed è con Anna Maria Ortese che ci si interroga in quegli stessi anni sulla strana convivenza dentro il Pci «tra spiriti profondamente liberali e altri incapaci di laica indipendenza». Senza l’ironia agra di Luciano Bianciardi sarebbe difficile mettere a fuoco il volto crudele della modernizzazione.

E nel successivo decennio dei Settanta spetta ad Alberto Arbasino sancire «ascesa e caduta delle illusioni », con il tramonto dei «valori come lo Sviluppo e il Progresso e la Crescita». Gli scrittori assolvono con ostinazione al ruolo di coscienza critica. Nella bufera di Tangentopoli, con mezza classe politica in galera e la gente in piazza ad applaudire, Giovanni Raboni non riesce a scacciare «un pensiero sordo e odioso come certi dolori: e noi, nel frattempo, dove eravamo?».

Ecco, forse la domanda che corre lungo settant’anni è come sia stato possibile passare dalla “necessità dei partiti”, da una politica onnipresente con un tasso altissimo di partecipazione al voto, al trionfo del suo esatto contrario, tra astensionismo e trionfo dell’antipolitica. Domanda che potrebbe essere estesa a molti altri paesi ma che in Italia ha una sua particolare urgenza.

E secondo Crainz vi si può rispondere solo risalendo ad alcuni vizi di origine del sistema politico, ossia la continuità con il fascismo che aveva segnato la presenza invasiva del partito- Stato dentro le vite degli italiani. E anche il concetto di democrazia, puntualizza lo storico, non appariva del tutto chiaro e scontato, «né per il partito comunista né per il mondo cattolico». Oggi possono sembrare fogli ingialliti d’un album rimosso, eppure colpiscono le ferite dell’amputazione democratica negli anni della guerra fredda: un centinaio di lavoratori uccisi dalle forze dell’ordine tra il 1947 e il 1950, schedature per centinaia di migliaia di cittadini sospetti di militanza comunista, ripetuti controlli sugli insegnanti con interrogatori ai colleghi e ai genitori degli alunni. Nella “democrazia congelata” di quella stagione i diritti esistono, ma non per tutti.

Un altro filo rosso che attraversa questi decenni è l’incapacità della politica di guidare i grandi cambiamenti del paese. La società appare sempre un passo avanti, dietro una classe politica perennemente in affanno. Accade in questi giorni con le unioni civili ma è un tratto costante, ripetitivo, che si manifesta sin dai tempi dell’«inattesa Belle époque» – come la chiama Italo Calvino – ossia il grande salto del miracolo economico, quando l’Italia conosce «un nuovo modo di produrre e consumare, di pensare e di sognare, di vivere il presente e progettare il futuro».

A fronte di colossali rivolgimenti, continua a operare per tutti gli anni Cinquanta un sistema arcaico, «apparati, uomini e culture portati a considerare il mutamento come una minaccia mortale». E anche «il più serio tentativo riformatore dell’Italia Repubblicana » – la stagione dei Lombardi e dei Giolitti – avrebbe visto presto all’opera forze contrarie, accompagnate da “un tintinnar di sciabole”.

È in questo passaggio, nello sfumare «non tanto di una singola riforma ma del modello riformista in quanto tale», che secondo Crainz comincia la grande mutazione genetica, «la trasformazione di una società operosa in un verminaio dedito alla dilapidazione». E nella severa diagnosi coincidono le analisi di Pietro Scoppola e le riflessioni di Eugenio Scalfari che denuncia un mercato senza regole e rapporti ormai imbarbariti.

Così come era stata cieca alla nascita dell’età dell’oro, la classe politica non si sarebbe accorta della sua fine, sancita dalla crisi petrolifera. Siamo già nei Settanta, il decennio delle “occasioni mancate” o forse – come ipotizza Giorgio Bocca – delle “occasioni inesistenti”. Anni di piombo che però secondo lo storico non sono riducibili al solo dilagare di violenza e terrorismo ma anticipano culture e comportamenti di massa affiorati in superficie più tardi: il successo come valore assoluto, il disprezzo per le regole e i vincoli collettivi, l’ambizione mai frenata da scrupoli etici.

Comportamenti che se prima vengono trattenuti da identità collettivi forti – leggi i partiti di massa – in assenza di anticorpi sono destinati a deflagrare. Una “diseducazione civica” che in Italia avrebbe trovato svariati “eroi”, con l’imperversare della corruzione nella politica e nella società.



Il sistema partitocratico sarebbe arrivato al capolinea negli anni Novanta, travolto dalla “grande slavina” di Tangentopoli. E ancora una volta è uno scrittore come Claudio Magris a dare voce al timore «che il paese si dissolva e tra breve l’Italia – nell’attuale forma politico statuale e dunque anche culturale – possa non esistere più». In questo clima da camposanto avanza con “il sorriso alla Fernandel” (copyright Cesare Garboli) un nuovo protagonista che riuscirà più volte a vincere le elezioni ma non a governare il paese.

E suona profetico l’editoriale scritto da Norberto Bobbio nel 1991 per La Stampa, poi ritirato per eccesso di pessimismo: «La gestione della seconda Repubblica se dovesse nascere sarà lunga. Ma poiché se dovesse nascere... nascerebbe con gli stessi uomini che non solo sono falliti ma sono inconsapevoli del loro fallimento, non potrà che nascere male, malissimo, come male, malissimo è finita la prima». La seconda Repubblica non è mai nata, sancisce Crainz. Al suo posto un “lungo regno” berlusconiano su cui la sentenza degli storici appare unanime e inappellabile. E ancora si fanno i conti con la sua pesante eredità.

E oggi? La cavalcata di chiude con il premierato di Renzi in «un’Italia che ha difficoltà a invertire la rotta ». Un paese spaesato che continua a pagare cecità e sciupii di precedenti classi dirigenti. Il racconto dello storico mostra fatalmente un passo più affannato, in una inedita geografia devastata da terrorismo globale e apocalisse migratoria. E sempre più fioche risuonano le voci di quel ceto intellettuale che l’aveva accompagnato fin dal principio della storia (a proposito, dove sono finiti gli scrittori?). Così quelle donne che allegramente si affrettavano alle urne, la mattina del 2 giugno del 1946, nel disincanto di oggi sembrano ombre arrivate dalla luna.

La Repubblica – 22 giugno 2016


Guido Crainz
Storia della Repubblica

Donzelli 2016

Mia madre femminista


Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria


venerdì 26 febbraio 2016

Il fascista Sironi artista rivoluzionario



Una mostra a Bologna documenta il tentativo di Sironi di creare un'arte murale “pubblica” capace di uscire dai salotti e parlare al popolo. Un'arte rivoluzionaria per un regime che l'artista considerava rivoluzionario. Testimonianza di un rapporto forte fra l'arte d'avanguardia italiana e il fascismo che rimette in discussione un'interpretazione del ventennio come mera reazione.

Roberta Scorranese

Il fascismo e la nemesi storica Quando Sironi sbagliò l’affresco



Uno degli appuntamenti collaterali di Mercanteinfiera è la mostra Mario Sironi. Pittura, illustrazione, grande decorazione , promossa da Edizioni Cinquantasei-Bologna in collaborazione con Art Fair. Novanta opere che richiamano l’attenzione (con una ricca scelta di cartoni preparatori) su uno dei temi più importanti e controversi dell’artista scomparso nel 1961: la pittura murale. Quella «grande decorazione» per la quale, all’alba degli anni Trenta, decise di abbandonare il cavalletto, che ormai vedeva come un alfabeto desueto.



Che cosa era successo? Siamo al culmine del consenso fascista, con il regime che è un sempre più abile manovratore dell’arte come strumento politico. Specie nell’architettura: per esempio, nel 1932 Marcello Piacentini realizza il primo grattacielo d’Italia, la Torre della Vittoria a Brescia. Si vuole colpire l’immaginario della massa: per farlo, occorrono opere grandi, riconoscibili, popolari, educative. Un’arte che esca dai salotti e che parli alla società. Sironi coglie questo aspetto sottilmente rivoluzionario e, già protagonista del movimento «Novecento» di Margherita Sarfatti, si fa portavoce di un’arte totale , che unisca pittura, architettura, urbanistica.

    Vetrata La Carta del Lavoro

Tra gli anni Venti e Quaranta Sironi realizzò molte opere murali, come la vetrata La Carta del Lavoro (Ministero dell’Industria) o i murali per la Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, al Palazzo delle Esposizioni. Ma il progetto del 1933 sarebbe stata un’altra cosa. La V° edizione della Triennale Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne, la prima ospitata a Milano, nel nuovissimo Palazzo dell’Arte di Giovanni Muzio, sarebbe stata la sua occasione.

Avrebbe dovuto essere il suggello di questa sua idea di «arte pubblica», al servizio non delle gerarchie fasciste ma delle persone. Sironi si mette a capo di un team d’eccezione, che comprende artisti come Giorgio De Chirico (tornato apposta da Parigi), Massimo Campigli, Achille Funi, Corrado Cagli. Cura l’intera organizzazione che coordina i grandi decori plastici e murali. Firma persino il Manifesto della Pittura murale , con Campigli, Carrà e Funi nello stesso anno. Ma è qui che una sorta di nemesi storico-culturale fa la sua comparsa: quegli affreschi si rivelarono effimeri, durarono pochissimo, a causa di un’imperfetta tecnica pittorica.

    Sironi, Manifesto

Come era successo a Leonardo da Vinci quando, chiamato ad affrescare il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio di Firenze, recuperò dai testi di Plinio il Vecchio le istruzioni per applicare l’antica tecnica romana dell’encausto (colore fissato a caldo sulla parete). Non funzionò: l’ambizione e la cattiva sorte rovinarono la sua Battaglia di Anghiari , da allora uno dei grandi misteri della storia dell’arte.

«Certo, l’errore non fu solo di Sironi — commenta Andrea Sironi-Straußwald, erede dell’artista e a capo della Fondazione a lui dedicata — ma anche gli altri affreschi realizzati per l’occasione cominciarono a deteriorarsi subito dopo». Solo Gino Severini, che era un maniaco della tecnica pittorica da parete, scelse di fare un mosaico («Le Arti») e perciò l’opera sopravvisse. Troppi i limiti, a cominciare dallo scarso tempo a disposizione degli artisti: la tecnica del buon fresco venne rimpiazzata da procedimenti più veloci, quali, ad esempio, la pittura al silicato e surrogati composti con nuovi materiali come il «silexore».

    Mostra della rivoluzione fascista. Bozzetto

Poi, paradosso estremo, la critica fascista attaccò le grandi figure di Sironi, definendole «troppo moderne». Il suo intento innovatore, quell’idea di arte pubblica («Noi crediamo fermamente che l’artista deve ritornare a essere uomo tra gli uomini» si legge nel Manifesto) era stato polverizzato da una propaganda becera e populista. Era solo l’inizio di un lungo tramonto italiano.


il Corriere della sera – 25 febbraio 2016

La guerra verticale. La prima guerra mondiale sulle Alpi



Il Manifesto recensisce un libro sulla guerra sulle Alpi nel 1915-18. Un articolo interessante a parte quell'aggettivo “sublime” sfuggito all'autore che riferito alla guerra (e in un giornale “comunista”) fa riflettere sui modelli culturali di un certo pensiero di sinistra.

Claudio Vercelli

La materia alpina della guerra

Una guerra fatta di rapide salite e veloci discese, di scontri che non avevano nulla di campale ma, semmai, di apicale, nel senso di stare non al vertice di una piramide ma sulla scomoda sommità di un cocuzzolo, nel mentre dal basso ritornava l’immagine vertiginosa di qualcosa di molto lontano ma anche, in fondo, di vicinissimo, ossia i territori per i quali si combatteva e si «cadeva».

Una guerra bianca, come la panna, fatta di neve, tanta neve, come dalle innumerevoli lastre di ghiaccio, ma in realtà resa rossa dal sangue dei combattenti. Non di meno, un conflitto dove i militari si incrociano e si confondono con i civili, dove le «culture belliche» (in tutte le loro espressioni, dalle tecniche elaborate dagli stati maggiori fino alle credenze diffuse tra la truppa) si incontrano con il ricco substrato di saperi elaborati dalle popolazioni locali ma dove la montagna si staglia sempre all’orizzonte in piena autonomia. Comunque sia, un’impressionante figura, ovvero una sorta di inquietante sanzione come, a volte, anche una rassicurante presenza, poiché ineludibile e definitiva nel rapporto tra uomo e natura.



Uno spazio colonizzato

Il Primo conflitto mondiale fu una guerra sublime, al netto di qualsiasi estetizzazione, per il variegato fronte italiano-austro-tedesco: magnificenza dei panorami e orrore generato dallo strazio delle carni; sforzo tecnologico e spasimo dei muscoli di centinaia di migliaia di fanti e di animali; soprattutto, terra, fango, freddo, ghiaccio, roccia e acciaio. Il tutto fuso in un insieme esclusivo, in una sorta di capovolgimento dell’ordine naturale delle cose, laddove lo spazio alpino viene occupato, colonizzato, trasformato, in parte devastato, reso artificiale in molti suoi aspetti, quindi scomposto e poi ricomposto dall’azione degli esseri umani.

A cose finite, nel tardo autunno del 1918, nulla di quello che un tempo era stato, laddove si era combattuta una guerra di cime e altopiani, sarebbe rimasto come prima. A testimonianza di ciò, l’infinita quantità di «reperti» che ancora oggi le nevi perenni, in via di costante contrazione, ci restituiscono.

Dal Golfo di Venezia, salendo su per le pendici delle Alpi e della Prealpi italiane orientali, passando per la Carnia, il Cadore, proseguendo verso l’Adamello e poi oltre ancora, il fronte era un saliscendi continuo. Si innervava, come un ricco sistema arterioso, in complessi e plurisecolari ecosistemi, dove la presenza umana non era stata per nulla casuale o contingente ma legata a dinamiche stratificate, complesse, articolate.

Il conflitto mondiale precipita, letteralmente, su questo tessuto sociale, antropico e naturale. Lo impasta del suo, con i suoi strumenti, le sue tecnologie, i suoi saperi ma anche e soprattutto le sue urgenze, il suo bieco e mortifero fervore, un’alacrità che dipinge d’urgenza, di movimento, di continuo cambiamento lo stallo apparentemente interminabile, al quale segue poi il cedimento repentino, proprio o altrui. Non a caso la disfatta di Caporetto, nel 1917, aveva creato il panico, segnando il passaggio dalla guerra sui monti allo spettro dell’invasione della pianura.



Il prima e il dopo

Diego Leoni, insegnante, studioso, ricercatore, uomo di pianure, di alture e di montagne con il suo libro dedicato a La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna, 1915–1918 (Einaudi, pp. 552, euro 36) ci rende magnificamente il quadro della incredibile complessità di una guerra tanto immobile quanto spericolata, tanto arcaica quanto tecnologizzata. Soprattutto, ed è solo uno dei diversi pregi di un testo di storia che si legge come il romanzo di un’epoca, stabilisce dei nessi di continuità tra il prima e il dopo. La guerra che «sta su» non è la somma dei soli combattimenti e dei loro infiniti cascami sulla popolazione civile, quasi che pezzi dei combattenti stessi cadessero letteralmente sulle teste di chi «stava sotto», ma un tratto importante di un percorso che ha dei precedenti e delle conseguenze.

I precedenti sono i miti della montagna ma anche la rincorsa generata dalle sfide alpinistiche, nel conquistare le vette candide e al medesimo tempo diaboliche. È una cultura alpinistica di taglio positivista, che si misura con il principio, fortemente competitivo, che nulla sia inesplorabile, e quindi irraggiungibile, per l’uomo di talento e di coraggio. Raggiungere una cima era «prenderne possesso», antropomorfizzarla, renderla terreno conosciuto e, quindi, non più ostile. Questa disposizione d’animo si confronta con la persistenza di saperi all’apparenza immobili, quelli di chi la montagna la conosce perché la vive, la usa, sopravvivendo grazie ad essa. Le conseguenze sono quelle che derivano dalla riformulazione di un immaginario che adesso, dopo il 1918, deve confrontarsi con la commistione tra modernità e primordialità.

Le montagne, ed il rapporto con esse, esce infatti trasformato da quattro anni di combattimenti. Sono state ripetutamente affrontate, attraversate, abitate, spesso perforate, comunque scavate, frequentemente bombardate. Per lungo tempo vi hanno vissuto interi raggruppamenti umani. Non vengono restituite alla loro originaria funzione, quando nella percezione di molti dei nostri connazionali costituivano ancora la naturale linea di divisione che avrebbe protetto da «invasioni» straniere. Sono adesso un tessuto poroso. Leoni, che da decenni lavora su questi temi, avendo partecipato anche alla costituzione dell’Archivio della scrittura popolare di Trento, dà corpo ad una spessa trama di elementi, un intreccio composito dove una pluralità incredibile di fonti viene continuamente intersecata, dai resoconti ufficiali delle unità di combattimento alla memorie personali dei singoli combattenti, dai repertori letterari alle risultanze delle indagini sul campo.

Ne risulta un volume solidissimo, non solo di agevole lettura, malgrado le corpose dimensioni, ma costellato di vivaci intuizioni. Un apparato a sé di note costituisce, di fatto, un secondo testo, con un suo scorrimento parallelo. La montagna ne rimane la protagonista indiscussa. Non di meno, la guerra in montagna, che è anche dato tecnico, perizia e competenza, si confronta con la fisicità dell’esperienza quotidiana di chi, cent’anni fa, si trovò a trasporre il lavoro nei campi, assai più raramente in una fabbrica, nel mestiere delle armi.



La materia della guerra

Un ritratto corale, quindi, quello che ci consegna, dove la divisione tra eserciti contrapposti è superata dalla condivisione di situazioni comuni. Ne rimane l’umano che resiste, nelle pieghe degli anfratti naturali, nel sibilo del vento, nel freddo aurorale. Non è facile letteratura, si tratta semmai di dura esistenza, dove il rapporto con la roccia e l’altitudine diventa la metafora di una condizione che va ben oltre quella dell’esperienza del combattente, per assurgere ad una sorta di condizione universale, quella della distanza e della vicinanza, del superiore e dell’inferiore, della gerarchia naturale e di quelle sociali. Di ciò Leoni ci restituisce solide immagini. E ci rende la «materialità» dell’evento bellico, allora ed oggi.


Il Manifesto – 16 febbraio 2016

giovedì 25 febbraio 2016

Non solo spionaggio. Il coinvolgimento di ufficiali USA nelle stragi degli anni '70



Dopo lo scoop di Repubblica i giornali di ogni tendenza denunciano lo spionaggio americano della politica italiana. La destra esige un'inchiesta parlamentare. Peccato che nessuno di questi figuri (politici e giornalisti di destra, centro e sinistra) riprenda l'esito processuale delle indagini sulle stragi nere da cui emerge il diretto coinvolgimento negli attentati delle autorità militari americane in Italia. Eppure i documenti sono pubblici da quasi 20 anni.

Il coinvolgimento della struttura informativa americana nella strategia della tensione.
Estratto dalla sentenza del giudice Salvini del febbraio 1998

La figura del capitano David CARRET è essenziale nella ricostruzione di Carlo DIGILIO esposta nei primi due capitoli di questa sezione della sentenza/ordinanza, in quanto l’ufficiale era stato responsabile della struttura di sicurezza dalla metà degli anni ‘60 sino al 1974, e cioè negli anni centrali in cui erano avvenuti gli attentati più gravi e la struttura eversiva di Ordine Nuovo aveva raggiunto i suoi massimi livelli operativi.

Si osservi che non vi sono dubbi in merito all’esistenza e al ruolo sul territorio italiano di tale Ufficiale, in forza alla Marina degli Stati Uniti (e quindi facente la spola fra Verona e Venezia) e che aveva anche invitato Carlo DIGILIO a visitare una portaerei americana alla fonda nel bacino di San Marco (int. DIGILIO, 5.4.1997, f.3).



Infatti Dario PERSIC è riuscito a recuperare e a consegnare a personale del R.O.S., in occasione delle sue audizioni, un piccolo gruppo di fotografie scattate, in momenti amichevoli e conviviali, quando all’inizio degli anni ‘70 egli frequentava la famiglia SOFFIATI e gli altri personaggi del gruppo di Colognola ai Colli.

In una di queste fotografie, scattata nell’abitazione di Giovanni BANDOLI e che porta manoscritto sul retro da parte della moglie di PERSIC la data 23.12.1972, si nota, oltre ai coniugi PERSIC, un uomo robusto, di circa 35/40 anni, con i capelli corti, che Dario PERSIC ha appunto indicato nell’americano di stanza a Verona chiamato CARRET o GARRET (cfr. album fotografico, vol.21, fasc.7, f.5 retro e ingrandimento f.6; dep. PERSIC al G.I., 18.4.1997, f.3).

Anche Maria Luisa FONDA, moglie di Dario PERSIC, ha ricordato che la persona presente quel giorno a casa di Giovanni BANDOLI era un ufficiale americano (dep. a personale del R.O.S. in data 7.4.1997) e anche Enzo VIGNOLA, che frequentava il gruppo di Colognola più che altro per motivi amichevoli, ha riconosciuto nell’uomo alto e massiccio con i capelli castano-rossicci effigiato nella fotografia, un ufficiale americano legato a BANDOLI e a SOFFIATI (dep. al G.I., 28.4.1997, f.3).



Carlo DIGILIO aveva fornito una descrizione del capitano David CARRET del tutto corrispondente a quella di Dario PERSIC e all’immagine risultante dalla fotografia (int. DIGILIO, 5.1.1996, f.4) e, presa visione di tale fotografia, non ha avuto difficoltà e riconoscervi l’ufficiale che per tanti anni era stato suo referente e superiore (int.19.4.1996, ff.1-2).

Fatta questa premessa, non è necessario spendere molte parole per rendersi conto che il quadro definitivo delineato da Carlo DIGILIO negli interrogatori resi fra l’autunno 1994 e l’estate 1997 travalica di molto quel "controllo senza repressione" che, in prima approssimazione, era stato individuato al momento della stesura della prima sentenza/ordinanza nel marzo 1995 quale schema di interpretazione dell’intervento della struttura di sicurezza americana negli eventi oggetto della presente istruttoria e delle indagini collegate.

In realtà, tutti gli avvenimenti principali, dalla presenza di componenti della struttura al casolare di Paese sino agli attentati all’Ufficio Istruzione di Milano e ai convogli ferroviari e sino a quelli del 12.12.1969, dalla presenza dell’avv. Gabriele FORZIATI in Via Stella sino all’addestramento nello stesso luogo di Gianfranco BERTOLI e ancora oltre, sino alla valigia di esplosivo che doveva giungere a Brescia, presentano non solo un asettico controllo da parte della struttura, ma anche un’attività di rafforzamento e di sostegno delle scelte proprie delle cellule di Ordine Nuovo.



Si caratterizzano altresì come una consulenza e un apporto tecnico affinché tali scelte potessero concretizzarsi, il che comporta, sul piano dell’astratta rilevanza penale, una forma di concorso anche se, secondo gli intendimenti della struttura americana, gli attentati in preparazione dovevano solo avere una portata dimostrativa e non provocare vittime.

Concretamente il capitano CARRET risulta essere stato informato degli attentati ai treni dell’8/9 agosto 1969 solo dopo che tali attentati erano avvenuti (int. DIGILIO, 17.5.1997, f.10), ma essere invece stato informato con ricchezza di dettagli da Carlo DIGILIO in relazione agli attentati del 12.12.1969 sia prima (int. 5.3.1997, f.2) sia dopo (int, 17.5.1997, f.10) la loro commissione.

Anche della presenza di Gianfranco BERTOLI in Via Stella e dei preparativi per l’attentato all’on. RUMOR, il capitano CARRET era stato informato dettagliatamente da Carlo DIGILIO e, in tale occasione, non a caso l’ufficiale aveva mostrato la sua preoccupazione per un’azione rischiosissima che poteva mettere a repentaglio l’intera struttura (int. DIGILIO, 13.4.1997, ff.4-5).

Quanto avvenuto nel dicembre 1969 non era quindi un fatto casuale o isolato, ma corrispondeva ad un preciso dovere di Carlo DIGILIO di informare, in relazione ai progetti e agli avvenimenti più gravi, il proprio referente al più alto livello.



In presenza di tale situazione e in presenza altresì di un numero notevolissimo di riscontri, esposti nei capitoli precedenti, in merito all’esistenza e al funzionamento della struttura di sicurezza svelata da Carlo DIGILIO, appaiono pienamente prospettabili nei confronti dell’ufficiale americano diverse ipotesi di reato che vanno da quella generale di spionaggio politico-militare, già contestata a MINETTO e DIGILIO, a quelle specifiche di concorso o favoreggiamento in strage e altri attentati.

Tali valutazioni e tali approfondimenti, compresa la piena identificazione dell’Ufficiale anche tramite attività di rogatoria, appaiono di competenza della Procura della Repubblica di Milano che già conduce le indagini preliminari relative agli attentati del 12.12.1969.

A tal fine, con il dispositivo della presente sentenza/ordinanza deve essere disposta, ai sensi dell’art.299, II comma, c.p.p. abrogato, la formale trasmissione alla Procura della Repubblica di Milano di tutti gli atti relativi alla posizione del capitano David CARRET e degli atti collegati, atti peraltro già da tempo nella disponibilità di tale Ufficio, affinché sia valutato l’eventuale esercizio dell’azione penale.