TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 30 aprile 2016

"Lo Stato contro Fritz Bauer". Un film da vedere


Un film tedesco ricostruisce una pagina sconosciuta della caccia ai criminali di guerra nazisti. Da vedere.


Un magistrato patriota tra gli ex nazisti «Così ho riscoperto Fritz Bauer»

Intervista di Stefano Montefiori


Se l’organizzatore della soluzione finale Adolf Eichmann un giorno di maggio 1960 ha dovuto interrompere la sua vita serena in Argentina, turbata solo dallo scrupolo di «non avere finito il lavoro», come diceva, lo si deve in buona parte alla determinazione del procuratore tedesco Fritz Bauer. Un personaggio dimenticato dalla Storia, che lo scrittore e giornalista francese Olivier Guez ha raccontato anni fa nel saggio L’impossibile ritorno, storia degli ebrei in Germania dopo il 1945 (Flammarion) e ora, da co-sceneggiatore, nel film Lo Stato contro Fritz Bauer.

Bauer era un ebreo tedesco, un patriota socialdemocratico, costretto a rifugiarsi in Danimarca all’avvento del nazismo. Alla fine della guerra tornò a Francoforte e da magistrato si mise in testa di ridare onore al suo Paese cercando di processare i responsabili dell’Olocausto. Nella Germania degli anni Cinquanta i più teneri lo trattavano da scocciatore invasato; i servizi segreti tedeschi, ancora pieni di ex nazisti, cercavano di fermarlo.

Come ha riscoperto il personaggio di Fritz Bauer?
«Facendo le ricerche per il libro sul ritorno degli ebrei tedeschi in Germania. Avrei dovuto imbattermi in lui immediatamente invece non è stato così. Questo mi stupì molto, all’epoca. Il libro è uscito in Francia nel 2007, e dopo la sua traduzione in Germania nel 2011 il regista Lars Kraume mi ha contattato per pensare insieme a una sceneggiatura. Anche lui non conosceva Fritz Bauer. Tutti sanno che Eichmann è stato catturato in Argentina dal Mossad, poi processato e impiccato a Gerusalemme nel 1961, ma non che gli israeliani sono stati messi sulle sue tracce da Bauer».

Come si spiega questo oblio?
«La Germania ha un rapporto con il passato più complicato di quanto noi vogliamo credere. Solo l’attore protagonista del film, Burghart Klaußner, che è nato nel 1949, si ricordava di Fritz Bauer e della sua morte nel 1968, per lui era qualcuno di importante, è stato uno dei pochi tedeschi che hanno cercato di ri-appropriarsi del loro passato. Abbiamo in testa un’immagine falsa di una Germania che si è messa subito al lavoro per farsi l’esame di coscienza. Ma questo succede solo alla fine degli anni Settanta e agli inizi degli Ottanta, quando la generazione della guerra — i quadri nazisti erano piuttosto giovani — va finalmente in pensione».

Fritz Bauer è un ebreo tedesco che aiuta Israele, ma i suoi rapporti con gli israeliani non sono facili.
«È un aspetto molto interessante, che discende dalla storia dell’ebraismo europeo. Una delle scene più forti, alla quale abbiamo lavorato a lungo, è l’incontro di Bauer con il capo del Mossad a Gerusalemme. Gli ebrei tedeschi e quelli dell’Europa orientale si detestavano. I primi si sentivano emancipati e colti, parlavano tedesco e disprezzavano quel dialetto germanico che è lo yiddish; i secondi a loro volta non amavano gli ebrei tedeschi, che a loro parere avevano abbandonato la tradizione e il patrimonio ebraico per fingere di essere tedeschi. Fino al nazismo e alla guerra gli ebrei tedeschi erano in posizione di forza, si sentivano più moderni e civilizzati. Ma nel dopoguerra in Israele ci sono gli ebrei partiti anni prima verso la Palestina dall’Europa dell’Est: bielorussi, polacchi, ucraini. È la grande rivalsa nei confronti degli ebrei dell’Ovest, che in Israele arriveranno dopo».

Il capo del Mossad si rifiuta di parlare tedesco con Bauer.
«Vuole umiliarlo anche se sa benissimo il tedesco, gli si rivolge in yiddish e Bauer gli risponde innervosito a sua volta “io non capisco l’yiddish”. Per gli israeliani negli anni Cinquanta era impossibile vivere in Germania, il capo del Mossad dice “io mi occupo degli ebrei vivi, non degli ebrei morti”, per loro Fritz Bauer è un’anomalia storica. Non c’è alcuna complicità».

Fritz Bauer cerca con tutte le forze di fare estradare Eichmann in Germania, vuole processarlo a Francoforte come momento chiave di una palingenesi nazionale.
«Ma non è un diplomatico e non coglie la realpolitik del dopoguerra. Israele ha bisogno della Germania Ovest perché gli servono armi e tecnologia, la Germania ha bisogno di Israele per reinserirsi nel consesso delle nazioni, che è il grande obiettivo del cancelliere Adenauer. E il miglior modo di mostrare al mondo che la Germania è cambiata è fare la pace con gli israeliani. Poi, processare Eichmann a Francoforte porterebbe probabilmente alla scoperta di quanti quadri nazisti ancora detengono i posti più importanti dello Stato, e questo farebbe vacillare il governo Adenauer: un’eventualità che, in piena guerra fredda, gli americani non possono permettersi».

Alla fine comunque Eichmann viene catturato e processato. Altri continueranno a sfuggire.
«Sto lavorando a un libro su Josef Mengele. Che nel 1956, all’ambasciata tedesca di Buenos Aires, recupera tranquillamente un passaporto a suo nome. Il sentimento di impunità era assoluto».


Il Corriere della sera – 30 aprile 2016

Lou Dalfin, canzoni ai confini del mondo



Il ritorno del gruppo occitano, molto vicino ai movimenti No Tav. Brani su storie di insubordinazione e inni antimilitaristi. Parla il leader della band, Sergio Berardo.

Paolo Ferrari

Lou Dalfin, canzoni ai confini del mondo

La musica endemica è il titolo del dodicesimo album del gruppo occitano di passaporto italiano Lou Dalfin. Prodotto da Madaski degli Africa Unite e lanciato dal singolo Los Taxis de Barcelona, con video diretto dal cineasta torinese Davide Borsa, il disco contiene 14 inediti. Leader della band da 34 anni e da oltre 1.300 concerti è Sergio Berardo, che incontriamo a Caraglio, provincia di Cuneo, nel quartier generale dei cantori folk rock del Delfinato.

Avete definito in passato il vostro genere «ballo canzone»: vale anche per questo cd?
Sì, il nostro sforzo consiste sempre nell’abbinare la scrittura d’autore alla struttura coreutica della musica che in concerto detta i movimenti ai ballerini. Rispetto ai precedenti forse c’è un po’ più di canzone, come quando con L’Òste del Diau vincemmo la Targa Tenco nel 2004.

Passiamo dunque ai testi, partendo da «Glòria al Deseseten», una storia di insubordinazione a ordini scellerati. È un inno antimilitarista? 
L’importante non è che quei soldati non abbiano sparato, ma che non lo abbiano fatto sulla loro gente. Era il 1907, in Linguadoca era in corso una rivolta contro l’immissione di vino alterato chimicamente o di importazione algerina che metteva alla fame i coltivatori locali. La capeggiava un socialista, Ernest Ferroul, che chiudeva i comizi gridando «W la Nazione Occitana». Al momento della repressione, i ragazzi D’Oc del 17° Fanteria rifiutarono di fare fuoco sulla gente e si unirono alla protesta. Per farli rientrare in caserma vennero illusi con la chimera di un condono. In realtà furono inviati prima in Nord Africa e poi al fronte della Guerra Mondiale, dopo il 1918 su 400 ne erano rimasti vivi sette.



Altro anno cruciale nella storia delle tante repressioni perpetrate da Parigi contro gli Occitani e altro brano, «Tèrra 1209»…
Fu l’anno in cui l’Occidente ordì l’unica crociata contro sé stesso anziché rivolta al Medio Oriente. Il Papa e il Re di Francia attaccarono e distrussero gli Albigesi, tutti occitani e catalani, perché non potevano tollerare la loro civiltà illuminata. La società Catara fu un esperimento prerinascimentale formidabile: tolleranza, tradizione poetica dei trovatori, diritto per le donne di prendere la parola in pubblico. Gli Occitani si difesero come poterono da quell’invasione in arrivo da paesi distanti ed estranei, l’Île-de-France e Roma. Fu l’inizio della colonizzazione.

Ancora un testo, questa volta una storia di banditi piemontesi ghigliottinati a Marsiglia: che ruolo ha avuto il banditismo a cavallo tra Piemonte e Francia?
Il pezzo è La beata, che significa proprio la ghigliottina. La storia è vera, la gang imperversava a metà Ottocento e fu ghigliottinata nel 1868. Oggi si punta il dito contro nordafricani e zingari, considerati bacini di arruolamento per la bassa manovalanza criminale, ma allora quel ruolo nel Sud della Francia era spesso rivestito dai Piemontesi. Spesso erano ex soldati incapaci di reinserirsi nella società dopo le guerre. Erano dei poco di buono, ma rappresentavano a modo loro la natura posticcia dei confini tra Italia e Francia. Le nostre vallate sono un mondo unico, di qua e di là dallo spartiacque, per lingua, cultura, storia e musica.

Come funziona tutto questo immaginario al confronto con il pubblico extra occitano?
C’è un’attenzione sempre maggiore per la vera Europa, quella composta dalle comunità reali anziché dai grandi stati. Inoltre, in tanti anni di lavoro in giro per l’Italia e per il continente abbiamo seminato conoscenza anche in materia di ballo, non c’è concerto a Roma, in Toscana, a Milano e al Sud in cui qualche coppia non si metta a ballare la giga, la curenta, il rigodon. Gli altri provano a fare altrettanto, e chi non ci riesce salta come ai concerti punk. Siamo una band coinvolgente, è da sempre uno dei nostri punti di forza.

Nonché un gruppo molto vicino al movimento No Tav…
Sì, è una simbiosi naturale. Noi cantiamo la montagna violata dai grandi interessi, svuotata dei propri abitanti, emarginata dalla politica. Quando qualcuno, come il movimento contro il TAV, alza la voce, ci trova al suo fianco.

Il manifesto – 20 aprile 2016


venerdì 29 aprile 2016

Camminare verso l'utopia



Un articolo interessante, anche se segnato da una punta di moralismo. Perchè il camminare, unito alla disponibilità all'incontro, rappresenta una gioia (e un valore) in sé. 

Pasquale Coccia

Camminare verso l'utopia

Negli anni delle superiori, al suono della campanella che segnava la fine delle lezioni alle 13.30, guadagnavamo l’uscita a passi lunghi, il nostro stomaco stretto nella morsa dei crampi non consentiva la dilazione dei tempi, perciò tagliavamo il percorso lungo le scale del castello svevo-normanno. In fondo a quelle scale il nostro vociare si faceva d’improvviso silenzio, perché davanti al cancello a della basilica di San Michele, abbarbicata sulla cima di una montagna a 850 metri di altezza, ultima sosta dei crociati prima di imbarcarsi a Brindisi per raggiungere la Terrasanta, sostava in piedi una donna in preghiera.

Arrivava ogni giorno a piedi da San Giovanni Rotondo, qualsiasi fossero le condizioni meteo, percorrendo circa 50 chilometri tra andata e ritorno. Era una donna magra, con il viso scavato, i capelli raccolti, un fascio sottile di muscoli, vestita di marrone, ci dicevano che a infliggerle la penitenza fosse stato Padre Pio. L’immagine di quella donna ci è venuta in mente leggendo il libro del filosofo e teologo Andrea Bellavite,Piccoli passi alla ricerca della verità (Edicilo, 8.50), che raccoglie le considerazioni di un appassionato viandante.



Ad accendere le sue riflessioni l’incontro a Gorizia, in una sera di pioggia battente, con un uomo sulla cinquantina che si ripara sotto la pensilina di un portone. Alla richiesta se avesse bisogno di aiuto, l’uomo estrasse dallo zaino un foglio protetto da una copertina di plastica, firmato dal vescovo di Tarbes presso Lourdes, sul quale era scritto che quell’uomo di nome Francois era diretto a piedi a Gerusalemme, non poteva parlare con nessuno, possedeva solo un cambio di vestiario e un biglietto di ritorno Telaviv- Parigi da utilizzare entro un anno. Francois è un pellegrino del XX secolo, ma senza quel biglietto aereo potrebbe essere del Medioevo, con lo zaino in spalla e chissà quali fardelli dentro, viene accompagnato al vicino ostello della gioventù, gli viene offerta la cena, il pernottamento e un bicchiere di merlot.

Bellavite ci ricorda che ci sono vari tipi di cammini e camminatori meno impegnati di Francois. Nell’era del turismo globale c’è chi sceglie di rinunciare alla camera singola con bagno per qualche mese e percorrere la via Francigena, o chi si propone di percorrere a piedi trenta chilometri al giorno da Saint Jean pied de Port fino a Santiago di Compostela, altri partono dal San Bernardo o dal Monginevro e camminano fino a Roma: “Questa tipologia di marciatori, occorre dirlo, identifica una categoria di privilegiati. Sono infatti persone che se lo possono permettere, in quanto godono di buona salute, hanno sufficiente tempo libero a disposizione e inoltre contano su una disponibilità finanziaria in grado di consentire una dignitosa esperienza”.



Ricorda Bellavite che una attenta operazione di marketing ha avviato migliaia di giovani lungo le vie del nord della Spagna per raggiungere Santiago di Compostela e che alla fine del percorso si ottiene “La Compostela” l’attestato di partecipazione dove è scritto che si è camminato per motivi religiosi, in realtà molti hanno fatto quell’esperienza spinti da altri interessi.

Grazie alle migliaia di giovani, fino a 250 mila negli ultimi anni, molti paesini destinati all’abbandono hanno ritrovato anima e benessere lungo il cammino per Compostela, ma come nota Bellavite “ovunque si respira una strana atmosfera di fraternità fin troppo distante dalla vita quotidiana degli abitanti dei piccoli e grandi centri attraversati i quali, se non fanno parte del numero di coloro che comunque ci guadagnano qualcosa, osservano con un misto di irrisione e di invidia questi temporanei nullafacenti alla conquista di un’esperienza da raccontare”.

Inevitabile correre all’impressione destata dalle colonne di rifugiati dalla guerra in Siria, migliaia di rifugiati che in fila a piedi percorrono centinaia di chilometri per raggiungere l’Europa del benessere e dell’abbondanza, cammino percorso in gruppo e in silenzio, con una dignità che dovrebbe imbarazzarci, anche se ognuno ha una sua meta.



Ci ricorda l’autore che il cammino percorso in solitudine fa dell’isolamento il programma principale, ma il cammino può essere percorso in gruppo, anche se richiede uno spirito di adattamento e di tolleranza al quale non siamo abituati. In alcuni casi il cammino consente di trovare l’anima gemella, come racconta il francese Etienne Liebig nell’irriverente libro Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela. L’obiettivo del cammino non è raggiungere una meta, come tanti ritengono, ma provare il piacere di camminare.

Chi è, dunque, il camminatore? “Una persona che fa della propria vita, nel suo insieme o in brevi periodi, un simbolo dell’esistenza. Sperimenta la condizione particolare di chi lascia alle proprie spalle la certezza di un rifugio, per proiettarsi in modo più o meno evidente, in un’avventura che comporta anche il rischio e comunque la necessità di adattarsi alle varie circostanze”.

Il 2016 è l’anno nazionale del Cammino, da vivere da soli o in compagnia, per brevi tratti o per chilometri, in città o in montagna, lungo i percorsi medievali o della greenway. Perché camminare? Nel libro Parole in cammino ce lo spiega Edoardo Galeano: “Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini non lo raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.


Il manifesto – 16 aprile 2016

domenica 17 aprile 2016

Alla scoperta del Ponente ligure. La Val Nervia



Alla scoperta del Ponente ligure. La Val Nervia

Dopo l’apprezzato libro fotografico “Intemelia nel Cuore”, della fine del 2014, l’autore si dedica con questo suo nuovo lavoro al cuore della regione intemelia, la Val Nervia, offrendoci una bella carrellata di immagini che spaziano dalla foce dell’omonimo torrente sino alle cime che ne circoscrivono il bacino.

Dal litorale si risale la valle seguendo un ideale file rouge che si dipana nel territorio dei comuni che la caratterizzano. Accanto alla vite troviamo  l’ulivo che si spinge anche a quote inconsuete, ben oltre Buggio il borgo più settentrionale della valle, dove l’aria e la luce del mare già si mescolano a quella alpina delle conifere e dei prati che contraddistinguono la sua area  più calcarea, dove sorgono le cime più alte comprese nel Parco naturale regionale delle Alpi Liguri.

Oltre alle esaustive didascalie che accompagnano le fotografie, il libro è arricchito dalle schede degli affascinanti paesi che, aggrappati ai crinali o acquattati nel fondovalle, costituiscono solo le prime mete per cominciare a conoscere questo fragile, ma magnifico territorio delle antiche e fiere tribù liguri che tanto diedero filo da torcere ai conquistatori romani.

Alessandro Lasagno
Splendida Val Nervia
Atena Edizioni


Elvio Fachinelli. L’inconscio come percorso di liberazione



L'inconscio, la parte più nascosta di ognuno, non è la sede dell’irrazionale. Bensì l’occasione di trasformazione del soggetto. Davvero Fachinelli è stato uomo del '68 più autentico e libertario.


Massimo Recalcati

Elvio Fachinelli. L’inconscio alla ricerca di una nuova lingua




Una raccolta di scritti politici ripropone la figura di Elvio Fachinelli, psicoanalista originale che mette in discussione un pilastro della lezione freudiana.

La recentissima pubblicazione di alcuni scritti politici di Elvio Fachinelli, curati con attenzione dal filosofo Dario Borso, col titolo semplice ma suggestivo “Al cuore delle cose” (Derive Approdi), suggerisce un bilancio dell’opera di una tra le figure più notevoli e originali della psicoanalisi italiana. Fachinelli si è ricollegato per primo in Italia, sebbene in modo mai scolastico, ad alcune profonde intuizioni di Lacan conferendo loro uno sviluppo singolare. Fra tutte lo sforzo di costruire una nuova lingua della psicoanalisi. Il suo codice si è, infatti, logorato, cristallizzato, è divenuto un tecnicismo privo di vita.

Si rilegga in questa luce la breve ma folgorante introduzione a La freccia ferma (1979) dove Fachinelli dichiara di mettere tra parentesi la terminologia psicoanalista classica, al fine di poter seguire il filo di una interrogazione originale che in quel libro egli muove sul senso del tempo.

Ma il punto dove più sensibilmente si manifesta il lacanismo originale di Fachinelli concerne la concezione dell’inconscio. Come per Lacan anche per lui l’inconscio non è l’istintuale, l’irrazionale, l’animale che un rafforzamento pianificato dell’Io — posto come obbiettivo principale della terapia analitica — dovrebbe governare sino a sedare. L’inconscio non è il luogo di una minaccia che deve essere scongiurata, ma di un’apertura che può diventare un’occasione di trasformazione del soggetto.



Più radicalmente, per Fachinelli la dottrina psicoanalitica è stata colpevole di essersi eretta come una vera e propria “difesa” nei confronti dell’inconscio finendo per perdere il contenuto più specifico della propria invenzione. La sua tesi diventa sempre più chiara e audace col passare degli anni. Quello che in La freccia ferma attribuiva a una certa degenerazione scolastica della psicoanalisi, in La mente estatica (1989) viene descritto come un problema già presente nell’originaria posizione di Freud. Per Fachinelli la psicoanalisi stessa, già con Freud, tende a difendersi dall’inconscio, non essendo altro che un tentativo (“infantile”) di arginarne la forza eccedente.

L’apertura di La mente estatica, nell’intensissimo racconto fenomenologico delle proprie percezioni sulla spiaggia di San Lorenzo, pone al centro l’interpretazione della psicoanalisi come barriera, argine, difesa nei confronti dell’eccedenza dell’inconscio. La sua tesi è chiara: «La psicoanalisi ha finito per basarsi sul presupposto di una necessità: quella di difendersi, controllare, stare attenti, allontanare… Ma certo questo è il suo limite: l’idea di un uomo che sempre deve difendersi, sin dalla nascita, e forse anche prima, da un pericolo interno. Bardato, corazzato».

Questa “apologia della difesa” anziché rendere possibile l’incontro con l’inconscio come occasione, apertura, desiderio, finisce per sbarrarne l’accesso. È la metafora, giudicata da Fachinelli “soffocante”, che Freud offre dell’inconscio come “salotto” borghese separato dall’”anticamera”. Metafora «triste come la sua casa in Bergstrasse, con la finestra dello studio rivolta a un muro di cemento».



Come intendere l’inconscio senza ricondurlo paranoicamente a una minaccia? In diverse occasioni Fachinelli ha ricordato l’importanza della rilettura lacaniana del famoso detto di Freud Wo es war soll Ich werden (tradotto da Cesare Musatti in italiano: «Dove era l’Es, deve subentrare l’Io»).

Quello che Fachinelli trova decisivo di questa lettura è l’accento nuovo che Lacan pone non tanto sull’Io come istanza deputata a bonificare l’Es, ma sull’Es come luogo di una apertura inedita, di una possibilità nuova e, al tempo stesso, antica, scritta da sempre, che chiama il soggetto alla sua ripresa, alla sua soggettivazione in avanti. Fachinelli si spinge a pensare, con Lacan, l’inconscio all’avvenire e non più come mera ripetizione del già stato. Così in La mente estatica può scrivere che il sogno non è solo la ripetizione di tracce mnestiche già scritte, ma il testimone di «ciò che vuoi essere» e di «ciò che puoi essere». Si tratta di cogliere «l’inaudita penetranza dell’inconscio», la sua capacità di «creare il futuro», di «osare».

Un secondo grande tema della riflessione di Fachinelli, presente anche in questa raccolta di scritti politici, è il legame sociale, o, più precisamente, la possibilità di realizzare una comunità umana non alienata: «È possibile emancipare le relazioni tra chi gestisce il potere e chi lo subisce essendone escluso? È utopico pensare di costituire delle relazioni di eguaglianza tra non uguali?», si chiede Fachinelli. La relazione di uguaglianza non può essere una relazione che appiattisce le differenze ma che le emancipa dalla dipendenza. La relazione di uguaglianza non può mai essere relazione tra uguali. Non si dà, infatti, Comunità possibile se non sullo sfondo di una impossibilità condivisa: l’impossibilità della Comunione, di fare e di essere Uno con l’Altro, di scrivere il rapporto sessuale, direbbe Lacan.

È questo un tema decisivo in Fachinelli (la sola condizione in comune è l’impossibilità del comune) che troverà, in anni più recenti sviluppi considerevoli. Ma la particolarità psicoanalitica della riflessione di Fachinelli consiste nel mettere in connessione la problematica della Comunità con quella della femminilità. La versione dell’inconscio di Freud risente, infatti, di una priorità del “sistema vigilanza-difesa” che denuncia una chiara “impostazione virile”. La sua alternativa sarà allora quella di dare ospitalità e accoglienza al femminile come luogo dell’eccesso.

Si tratta di un movimento di apertura che riguarda innanzitutto gli psicoanalisti e la psicoanalisi: «Accogliere chi? Un ospite interno. Accoglierlo prima di esaminarlo ed eventualmente respingerlo. Intrepidezza, atteggiamento infinitamente più ricco e alla fine forse più efficace della prudenza di chi edifica muraglie». Questa accoglienza è un nome del femminile: «Diminuzione della vigilanza, allentamento della difesa». Si tratta, ancora una volta, di mettere in movimento “un’altra logica”. Di nuovo risorge forte il problema della lingua, di un’altra lingua per la psicoanalisi. «Come scrivere tutto questo?», si chiede Fachinelli. Come dare figura all’eccedenza del femminile? All’ospite che ci attraversa? «Vento sulla fronte, rombo del mare, luce torpore, pensiero dell’accettazione, gioia con senso di gratitudine, verso chi?».

La Repubblica – 13 aprile 2016



Elvio Fachinelli
Al cuore delle cose
Derive Approdi, 2016
euro 18 

Dove andare. Lungo le Yellowstone, dove Capo Giuseppe combattè contro le giacche azzurre



Viaggio nel Parco di Yellowstone, luogo dell'ultima resistenza dei nativi americani contro le giacche azzurre.

Gianni Riotta

L’ultima trincea pellerossa diventata icona della memoria



Nell’estate del 1877 la tribù di indiani dei Nasi Forati, con il suo capo Joseph, era su tutte le prime pagine dei giornali, considerata con l’ammirazione e la paura che l’America riserva ai nemici che non sa battere. In disperata cerca di territori in cui vivere in pace, Joseph, montando a cavallo notte e giorno, aveva portato i suoi, guerrieri, donne, bambini e anziani, dall’Oregon oltre le Montagne Rocciose, fino alle pianure. Il colonnello Gibbon aveva attaccato gli indiani al fiume Big Hole, in Montana, ma Giuseppe era un guerrigliero straordinario, lasciava i non combattenti indietro, mandava avanti i giovani a indurre alla carica gli americani, poi piombava loro addosso e si ritirava imbattuto, proseguendo la sua Anabasi.

Toccò allora al generale Howard, detto «il Cristiano», per la sua fede religiosa, mutilato della Guerra Civile, proseguire l’inseguimento. Il 20 agosto al Camas Creek nuovo combattimento e allora Joseph aveva condotto i suoi in una manovra incredibile. Lasciando di stucco i cavalleggeri, entrò nel Parco di Yellowstone, guadando torrenti e valicando canyon, giusto dove oggi sorge l’ingresso del Parco dei cartoni animati dell’orso Yoghi e del suo saggio amichetto Bubu.

    Big Hole River

La guerra

Il parco, odierna meta paciosa di turisti, d’estate ad ammirare Old Faithful, il geyser che getta vapore e acqua bollente a cronometro (messo a rischio dai cretini che lo tempestavano di lattine, usanza ormai proibita), d’inverno per scorribande in slitte meccaniche, un po’ vietate un po’ sopportate, divenne un Vietnam in anteprima, ancora studiato all’accademia militare di West Point. Giuseppe intuì che l’esercito Usa, cui si era unito ora il generale Sherman, eroe della guerra contro il Sud, avrebbe bloccato le uscite tradizionali dal Parco, e quindi condusse i suoi in un lento cerchio, fingendo di puntare a Sud, poi risalendo in fretta al Nord, via l’impossibile sentiero sulle montagne Absaroka (3000 metri d’altezza) e il Dead Indian Gulch, tra pascoli di alci e bisonti e branchi di lupi.

Nel parco villeggiavano tre dozzine dei turisti, pionieri delle orde che seguiranno, e presto l’astuto capo «Specchio», leader militare dei Nasi Forati, si trovò a decidere quando prenderli in ostaggio, quando ignorarli, quando usarli come schermo. Nei raid morirono un paio di civili.

L’esito della guerra dei Nasi Forati finisce con l’accerchiamento, al confine sognato del Canada, e un nobile discorso di resa del Giuseppe, ma da allora, almeno per i turisti meno distratti, è chiaro che ogni parco d’America non è solo libro di storia naturale, ma anche di storia umana. Gli scolari americani di una o due generazioni fa, imparavano due versi infantili, adesso censurati perfino da Trump: «Where we go to school each day, Indian children used to play», sulla nostra strada per andare a scuola, un tempo, giocavano i bimbi indiani.

    Capo Giuseppe

La memoria

Nel parco degli Adirondacks i turisti cercano dunque l’ombra dell’ultimo dei Mohicani, dal parco Denali, in Alaska, sono emerse tracce di cacciatori vecchie di 12.000 anni. Un parco è per gli americani, eredi dei Pellegrini arrivati nel XVII secolo, o Hmong sbarcati da pochi anni, simbolo di come era il Paese quando i bisonti ne coprivano le praterie, i salmoni sfamavano le tribù e Manhattan era isola ricca di ostriche e tabacco, attraversata da un solo sentiero sghembo, traccia originale della Broadway dei teatri. I capi tribù venivano seppelliti in direzione delle correnti che portavano il pesce, in simbolo di gratitudine.

Negli Anni 50 e 60 il parco diventò surgelatore della memoria, e in automobile con la benzina a 5 centesimi, la famiglia «incontrava» la natura, scacciati i lupi e gli indiani, spenti, alla prima scintilla, gli incendi. Lo studioso Bill McKibben ammonì nel suo saggio La fine della natura (Bompiani) che questi giardini finti, quinta da Hollywood per turisti, non erano più «naturali» e l’uomo non doveva esserne il regista. Tra mille polemiche gli incendi dell’estate 1988 a Yellowstone non vennero spenti per la prima volta, il fuoco non doloso tornò a essere parte della natura e, malgrado le proteste degli allevatori, il lupo e altri predatori vennero reintrodotti nei parchi.

L’America post 2000 si affolla sulle coste, Atlantico e Pacifico, e nelle Grandi Pianure, immense aree non coltivate né abitate, generano un nuovo, grande e solitario parco svuotato dall’Homo detto Sapiens. Nei parchi della California e del Colorado tribù di giovani si esercitano in alpinismo estremo, senza protezione, e in lanci nel vuoto con corde elastiche, sfidando la morte, a volte perdendo. I loro padri erano certi di dominare la Natura, confinandola in un parco. Loro, malgrado lo smartphone nello zainetto non ne sono più sicuri e si interrogano, acrobati digitali in un parco trasformato in terra di nessuno tra Natura e Storia.


La Stampa – 12 aprile 2016

sabato 16 aprile 2016

Malick Sidibé. Il set della vita



Addio a Malick Sidibé, il grande fotografo del Mali che ha raccontato la storia dell'Africa attraverso volti, corpi, vestiti.

Manuela De Leonardis

Malick Sidibé. Il set della vita

«In Africa un vecchio che muore è una biblioteca che brucia», si legge su uno dei tanti cartelli scritti a mano e conservati nella Maison des Esclaves all’Isola di Gorée, al largo di Dakar. Sebbene quest’immagine forte si riferisca alla tradizione orale che appartiene alla cultura africana, sembra appropriata anche per parlare di Malick Sidibé. Questo straordinario storyteller era nato nel 1936 nel villaggio di Soloba (Mali), ma si trasferì giovanissimo nella capitale – Bamako – dove si è spento il 14 aprile. Con la sola differenza che se lui se n’è andato silenzioso e discreto, come era nella sua natura, il suo archivio fotografico continuerà a raccontare oltre cinquant’anni di storia, ancora e ancora.

Certamente quando nei primi anni ’90 André Magnin lo scoprì, varcando la soglia del suo studio, nel quartiere di Bagadadji (lo Studio Malick era stato aperto nel 1962) non avrebbe mai immaginato che sarebbe diventato una star, consacrato dalla Biennale d’Arte di Venezia con il Leone d’oro alla carriera nel 2007 e onorato da numerosi premi, tra cui il premio Hasselblad (2003) e il World Press Photo 2010. «Nel 1991 al Center of African Arts di New York vidiAfrica Explores: 20th Century African Art, una mostra dedicata sia all’arte primitiva africana che a quella contemporanea – ricorda Magnin – C’erano anche cinque vecchie fotografie nella cui didascalia era scritto Anonimo/Bamako/Mali/anni ’50.

Parlai con Pigozzi e gli dissi che se l’autore fosse stato ancora vivo, lo avrei trovato. Comprai un biglietto aereo per il Mali, prenotai un hotel modesto e ingaggiai un autista a cui dissi che volevo incontrare i fotografi della città. Lui mi portò da Malick Sidibé, che era l’unico fotografo che lavorava ancora nel suo studio. Gli mostrai le copie delle foto che avevo visto a New York e lui riconobbe immediatamente che erano state scattate da Seydou Keïta e me lo presentò. Nel 1994 ho organizzato la sua prima mostra –Seydou Keita: 1949 à 1962 – alla Fondation Cartier di Parigi e per fare questo Keïta ha aperto il suo archivio ed io ho visto, una ad una, tutte le sue immagini. Solo allora ho saputo che anche Malick Sidibé aveva un archivio incredibile. Stavolta fu Keïta a introdurmi nuovamente a Malick che mi mostrò tutto il suo lavoro. La prima mostra che abbiamo fatto insieme – Malick Sidibé. Bamako, 1962-1976 – è stata nel 1995, sempre alla Fondation Cartier».

Il successo, però, non ha mai intaccato l’integrità di Sidibé: «La mia vita è cambiata molto, soprattutto perché adesso posso aiutare molte persone bisognose», disse il fotografo in occasione della personale organizzata nel 2010 alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia. «Compro trattori e motopompe per la gente del mio villaggio, Soloba, faccio scavare pozzi, ho chiesto di costruire scuole e centri di assistenza per la maternità. Do soldi a chiunque me li chieda. I miei genitori mi hanno cresciuto con quest’idea del dare. Donare è un piacere dell’anima».



Malick Sidibé iniziò a fotografare nel 1955 come apprendista del francese Gérard Guillat-Guignard (detto Gegé la pellicule), da cui imparò anche le tecniche di stampa: pur prediligendo il bianco e nero, molto più resistente in un clima inclemente come quello dell’Africa occidentale, Malick fotografò anche a colori, soprattutto a partire dagli anni ’90. Quando era ormai imprenditore di se stesso, qualche anno dopo, ebbe l’intuito e la passione di studiare i meccanismi degli apparecchi fotografici, diventando l’esperto a cui si rivolgevano tutti gli altri fotografi (anche il più anziano e noto Seydou Keïta) mettendo nelle sue mani le loro macchine fotografiche: lui sapeva risolvere qualsiasi problema.

Allineati sugli scaffali dello Studio Malick ce ne sono ancora tante che, come del resto le numerosissime le scatole che contengono i negativi (molti assai impolverati), testimoniano un’epoca che sembra lontana anni luce dal nostro presente digitale. C’è da dire poi che, nel quartiere, lo Studio Malick è sempre stato non solo lo studio fotografico di riferimento (con il suo pavimento bianco e nero a scacchi della stanzetta riservata alla posa), ma anche il luogo dove passare per le chiacchiere pomeridiane tra un consiglio e l’altro e una battuta del fotografo, sempre ironico con se stesso e con gli altri. Insomma, un pezzo di storia nella storia. Raccontare il presente è stata un’ambizione inconsapevole per Malick Sidibé, che non ha mai tradito lo sguardo innocente con cui ha intercettato quello dei soggetti che ha continuato a fotografare nel tempo.



La storia che leggiamo nelle sue fotografie è fatta di persone. Gente comune, soprattutto i tantissimi i giovani che – come lui – hanno partecipato alla nascita di un paese libero che nel 1960 si affrancava dalla Francia. «Quello che c’è stato di buono della colonizzazione francese, in particolare in Mali, è che fin dagli anni ’50 i giovani, grazie alla musica occidentale, hanno potuto difendersi. Potevano ballare abbracciati, cosa impossibile nella danza tradizionale. All’inizio le ragazze, quando andavano alle feste, nascondevano il vestito occidentale sotto quello tradizionale, perché i genitori avrebbero impedito loro di uscire di casa. Addirittura c’era chi metteva del sonnifero nell’acqua del padre, per farlo addormentare e poter tornare tardi. Le madri, invece, erano complici: se la porta di casa era chiusa a chiave, facevano in modo che le figlie riuscissero a entrare».

La giovinezza, l’eleganza, la musica, l’esuberanza, la vitalità: queste sono le qualità che Sidibé ha saputo cogliere e che ci fanno amare le sue fotografie, ieri, oggi e per sempre.


Il Manifesto – 16 aprile 2016

L’incanto spezzato della dialettica. Hegel o Spinoza



«Hegel o Spinoza» è il saggio di Pierre Macherey scritto intorno all’operazione compiuta da Hegel tesa a neutralizzare l’anomalia rappresentata dal filosofo olandese. Un esempio di limpida battaglia politica condotta attraverso un rigoroso lessico filosofico. Un libro non di facile lettura, ma importante.

Giso Amendola

L’incanto spezzato della dialettica


Crea uno strano effetto avere oggi a disposizione in traduzione, grazie alla preziosa cura editoriale di Emilia Marra, un libro importante come l’Hegel ou Spinoza di Pierre Macherey, uscito nel 1979, quasi come ultimo frutto di lotte teoriche le cui coordinate sono oggi decisamente inattuali (Hegel o Spinoza, ombre corte, euro 19). Ma un testo teoricamente densissimo continua evidentemente a porre questioni, anche se probabilmente in direzioni molto diverse da quelle all’interno delle quali era nato.

Nella premessa all’edizione italiana, Macherey indica subito al lettore questo sfasamento temporale, almeno dal punto di vista del clima generale dell’epoca: scritto quando la trasformazione radicale dell’esistente sembrava ancora un ovvio terreno di impegno per la teoria, il libro incontra oggi lettori per cui la rivoluzione non sembra essere all’ordine del giorno, o, almeno, non allo stesso modo. E certo questo cambia il tipo di lettura che il testo riceve. Probabilmente, però, non si tratta solo della temperatura più o meno calda dell’epoca, parametro poi sempre piuttosto discutibile. Quello che davvero fa la differenza, è il fatto che il libro è concepito quasi come una mossa strategica compiuta all’interno di una serie di battaglie filosofiche molto precise.



La forza dell’astrazione

Ricostruiamo allora il campo in cui Hegel o Spinoza si collocava: Macherey veniva dal lavoro in comune con Louis Althusser che aveva portato al Lire le Capital, e alcune questioni lì aperte si andavano riproponendo e radicalizzando. Soprattutto, rimane in primo piano l’obiettivo principale di portare la «lotta di classe nella teoria», stabilendo un nuovo rapporto tra pratica teorica e pratica politica. Su questo versante, il testo di Macherey è un esempio magistrale di lotta «dentro» la filosofia: una modalità di affrontare i grandi classici calandoli in un preciso campo di battaglia teorico.

Leggere i testi per quello che dicono e per quello che non dicono, nei loro buchi, nei loro silenzi e nei loro errori, secondo un altro evidente apporto althusseriano, quello della lettura «sintomatica»: in questo, l’incrocio delle interpretazioni, l’inseguimento delle forzature e dei veri e propri imbrogli che Hegel gioca con il testo spinoziano, offrono un’immagine affascinante di lotta nella teoria. Certo, il prezzo da pagare è un apparente retrocedere della storia sullo sfondo: ma proprio la forza dell’astrazione mette in luce l’importanza cruciale di queste battaglie concettuali.

E la posta in gioco in realtà è altissima, e politicamente assai concreta: anch’essa legata evidentemente a un preciso snodo del progetto althusseriano. Si tratta di far saltare tutto quel che aveva sempre ricondotto ad una sintesi pacificata il conflitto dialettico, tutto quanto aveva trasportato la dialettica nei cieli dell’«Assoluto» idealistico, eliminando proprio quel «negativo» motore del processo e relegandolo ad una semplice «stazione» della riconquista del perfetto coincidere dell’origine con se stessa. L’obiettivo fondamentale è farla finita con il finalismo già iscritto da sempre nella dialettica idealistica: solo liberando la storia dalla teleologia si libererà il pensiero dall’incantesimo idealistico e lo restituirà alla lotta di classe.

In gioco, ovviamente, c’era la separazione di Marx da Hegel, dalla filosofia della storia, dalla dialettica idealistica, e la rivendicazione del Marx del «Capitale», il passaggio a una dialettica materialista, la rottura con lo storicismo. La perfetta macchina filologica, ma nel segno di una filologia che funziona come arma di lotta, messa a punto da Macherey con questo testo, si inserisce in uno snodo successivo di questa battaglia: quando la rivendicazione althusseriana del Marx maturo contro il Marx «idealista» incontrerà finalmente lo spinozismo. Per la riflessione ultima di Althusser, è la scoperta della corrente sotterranea del materialismo aleatorio e dell’atomismo: nel testo di Macherey, questa conquista si traduce nell’immagine di uno Spinoza che offre una resistenza anticipata al rapimento idealistico della dialettica operato da Hegel.



Discesa verso l’evanescenza

Hegel non può evitare la forza di questa resistenza, l’unica a portare la sfida direttamente all’origine, al problema del cominciamento filosofico, o, in termini hegeliani, del fondamento. E proprio perché non può ignorare la resistenza di Spinoza, deve falsificarla, occultarne i passaggi critici, inventarne di sana pianta altri.

Nasce così la fin troppo celebre immagine dello Spinoza «orientale»: la sostanza spinoziana è rappresentata come un assoluto senza capacità di articolazione, «una rigida immobilità», come Hegel scrive nelle Lezioni sulla storia della filosofia, «la cui unica operazione è di spogliare ogni cosa dalla sua determinazione, della sua particolarità, e ricacciarla nell’unica sostanza assoluta, dove non fa che dileguarsi». Ma, per sostenere questa famigerata tesi sull’«acosmismo» spinoziano, Hegel deve forzare all’inverosimile il sistema, e Macherey, fedele al metodo della lettura sintomatica, illustra gli «errori» palesi che deve commettere.

Così, Hegel costretto a rappresentare il processo di espressione della sostanza negli attributi e nei modi come un processo di progressiva degradazione, fin quasi a farne una sorta di «discesa» neoplatonica verso l’evanescenza, verso il caos di una finitudine abbandonata a una negatività senza possibilità di ritorno e di riscatto. O più precisamente: proprio perché gli attributi restano «esterni» alla sostanza, si riducono a una sorta di semplici punti di vista formali sulla sostanza stessa. A una sostanza chiusa nel suo assoluto isolamento, corrisponderebbe allora un’opposizione formale e astratta di realtà e pensiero. Il monismo di Spinoza, secondo Hegel, si rovescerebbe così nell’accettazione del dualismo di Cartesio. È quella che, con grande efficacia, Macherey definisce come «interpretazione negativista» di Spinoza.

Tutto è però troppo lineare in questo Spinoza hegeliano: a partire dalla «processione» dalla sostanza agli attributi che si presenta come un rapporto discendente e privativo dall’assoluto ad una realtà umbratile che si «determina» solo per separazione e negazione. Ma per costruire quest’immagine tutta ricalcata sulla caduta, Hegel deve cancellare ogni dismisura del pensiero spinoziano: deve cioè letteralmente far fuori ogni riferimento al conatus.

Proprio attraverso il conatus, la sostanza come potenza è e resta tutta presente in ciascuno dei modi, la determinazione qui è tutta nell’affermazione della potenza, ben lungi dall’immagine evanescente del «negativismo» dell’interpretazione hegeliana. Ma per il conatus non può esservi posto nella lettura di Hegel, proprio perché non può esservi posto per l’affermazione.



La negazione assoluta

La determinazione affermativa, la potenza del conatus, costituiscono appunto il vero nucleo forte della resistenza anticipata alla riconciliazione dialettica verso cui muove Hegel: è invece la negazione assoluta, la «negazione della negazione» che dovrebbe, per Hegel, salvare la realtà dallo scivolare verso il nulla. Sono negando dialetticamente se stessa, la realtà assume autentica consistenza. O, in altri termini: la sostanza acquista movimento e si salva dal decadere a fantasma solo se, autonegandosi, ritorna a sé come Soggetto. È la trappola hegeliana: occultare l’affermazione, la positività, l’immanenza tra ordine del finito e ordine dell’infinito, insomma tutta la vera lezione spinoziana, per affermare la dialettica idealistica del «Soggetto» quale negazione della negazione.

La sostanza è soggetto, esiste solo in quanto coscienza di sé, solo in quanto tutta finalisticamente già orientata al movimento verso la coscienza: ed è proprio tutto questo che Spinoza rifiuta in anticipo. Non c’è negazione della negazione, e non c’è soggetto, il quale, scrive significativamente Macherey, è solo un altro nome della negazione che ritorna su di sé. Non c’è, per Spinoza, nessuna necessità che la sostanza si muova verso il soggetto. La vita della sostanza si esprime fuori dall’orientamento teleologico alla coscienza o al soggetto: «applicando la nozione di conatus alle essenze singolari, Spinoza elimina la concezione di un soggetto intenzionale, che non è appropriato né per rappresentare l’infinità assoluta della sostanza, né per comprendere come essa si esprima nelle determinazioni finite». Questo non significa – può concludere Macherey – che non vi sia dialettica. Si apre, anzi, la possibilità di una dialettica materialista: nessun finalismo, nessuna contraddizione autorisolventesi, ma lotta aperta tra forze e tendenze, senza nessuna conclusione garantita.



Le determinazioni finite

La dialettica idealistica è finalmente spezzata: una rottura che avviene, in questa impresa potentemente liberatoria messa in piedi da Macherey, nel segno di una felice conquista di una dinamica aperta, aleatoria, secondo il tracciato di Althusser.

Letto oggi il libro apre altri interrogativi, percorsi diversi. La distruzione della teleologia è sacrosanta: ma il conatus delle esistenze singolari ci parla non solo dell’incontro/scontro di forze e tendenze, ma in modo sempre più marcato dell’apertura del campo della produzione di soggettività. Oltre il Soggetto, senza nostalgia per la «coscienza di sé», ma anche oltre quel «processo senza soggetto» attorno al quale sembra ancora girare la pur straordinaria macchina montata da Macherey.

Macherey si tiene, infatti, piuttosto lontano dallo spingere la resistenza spinoziana su strade pienamente affermative e produttive: costruisce, per esempio, un gioco di specchi, un po’ troppo scopertamente simmetrico, tra l’interpretazione «negativista» hegeliana e quella «positivista» di Deleuze, per rigettarle simultaneamente. Ma il libro, appunto, arrivò come ultimo frutto di uno straordinario tentativo di liberarsi dalla cattiva dialettica, dall’orrore di un marxismo sequestrato dal «Dia-Mat». Oggi, per un verso, i morti hanno seppellito i morti, e possiamo finalmente occuparci d’altro. E, per altro verso, è lo stesso dispiegarsi della sussunzione reale, è lo stesso capitalismo contemporaneo che mobilita e attraversa la produzione di soggettività e sfrutta direttamente la cooperazione sociale.

Rotto ogni incanto finalistico e dialettico, è quindi proprio nel cuore di un’ontologia produttiva che ci troviamo già completamente collocati. Lo Spinoza della dialettica materialista e dell’aleatorio ci liberò dagli incubi peggiori, e aprì lo spazio del conflitto e della lotta senza false promesse per l’indomani e catture dialettiche: lo Spinoza della gioia della produzione e della pienezza ontologica ci può accompagnare a riappropriarci di autonomia e di democrazia assoluta nell’oggi.


il manifesto – 15 aprile 2016

Francesco Biamonti. Un inedito a 15 anni dalla scomparsa


PrimadOC


Complotto comunista a Holliwood. "Ave, Cesare!" dei fratelli Coen



Altro che Tarantino, i veri eredi del grande cinema americano sono i fratelli Coen. Non abbiamo timore ad affermarlo e questo film, rivisitazione anarchica e irriverente della Holliwood 1951, ne è la dimostrazione. 

Federico Gironi

Ave, Cesare!

Quello che colpisce, di Ave, Cesare!, non è tanto lo spirito anarchico e irriverente dei fratelli Coen. Non è una narrativa tanto esplosa e fuori da ogni regola da risultare quasi scombinata. Non è nemmeno la sintesi, in 109 minuti, di tutto quello che era la Hollywood degli anni Cinquanta: dentro e fuori dai set.

Quello che fa davvero impressione è il ritrovare - assieme ai sandaloni, ai western avventurosi e sentimentali, alle commedie sofisticate, ai musical alla Gene Kelly e alle fantasie acquatiche alla Ester Williams - anche un cinema di stringente attualità.

In questo divertissement metacinematografico, in questo gioco di scatole cinesi che un po' s'incastrano e un po' no, la trama del film che dà il titolo a quello deiCoen (l'Hail, Ceasar! Interpretato dal divo Baird Whitlock/George Clooney) è quella di un tribuno romano che rimane vinto dalla figura di Cristo: e tra qualche settimana nei cinema italiani ci sarà Risorto, che racconta una storia pressoché analoga.



Lo stesso Whitlock, nella trama dei Coen, viene rapito da quel set, e tenuto ostaggio da un gruppo di sceneggiatori comunisti sedotti dal “Capitale” di Carlo Marx e dalla filosofia del loro leader Herbert Marcuse, che in quegli anni insegnava in California. Impossibile non farsi venire in mente il film, attualissimo, che racconta Dalton Trumbo e i 10 di Hollywood.

Cosa vuol dire tutto questo? Che i Coen hanno avuto capacità paranormali, tanto da predire il futuro, sebbene prossimo? O forse, più probabilmente, significa hanno colto talmente in profondità la natura intima, profonda, l'anima del cinema, che rimane immutata e immutabile a quasi settant'anni di distanza? Anche e probabilmente soprattutto nei retroscena che il protagonista Eddie Mannix (realmente esistito e affidato, in una versione di fantasia, a un solidissimo Josh Brolin) deve gestire problemi e mantenere segreti per non spezzare l'incantesimo del grande schermo e dello star system? Il cinema, per i Coen e per Mannix, è tutto. Tutto quello che si ama, e tutto quello che si odia. È l'unica fede possibile, oltre la religione, oltre la politica, oltre l'economia.

L'Eddie Mannix di Ave, Cesare! è una figura cristologica (su un crocefisso di apre il film, su una crocefissione si chiude): è l'agnello che toglie i peccati da Hollywood, che si fa carico di tutto, che regala la salvezza attraverso i suoi film, che dubita ma alla fine accetta la sua croce fatta dell'intersezione tra industria e arte, che è figlio e diretta emanazione di un padre (il boss dello Studio per cui lavora e che amministra) misterioso e immanente.



È il cinema fatto uomo che prende a schiaffi – letteralmente - le sbandate comuniste e materialiste di Whitlock/Clooney, che si permette di mettere in dubbio il senso e la missione di Hollywood, e i suoi studios sono il suo pagano regno dei cieli in terra.

Anche perché di alternative non ce ne sono: l'unica alternativa di Mannix, la sua tentazione, è il mondo del business senza nemmeno la mascherata dell'arte, è la corporation, è la Lockheed e i suoi test nucleari. 

Mannix, così, è l'unica spina dorsale di un film che procede per sketch e balletti di tip tap, risate e vuoti, il trait d'union tra rievocazioni romantiche della Hollywood di ieri e precognizioni di quella del futuro, il collante tra macchiette che richiamano personaggi realmente esistiti e la trama sgangherata e surreale che li fa incrociare, sfiorare, collidere. 

Ave, Cesare! è il cinema di oggi visto dai fratelli del Minnesota, quello che ha superato la modernità classica, divorato il post-moderno e che è bulimico, frantumato, scostumato, votato al profitto prima di ogni cosa. 



Ave, Cesare! è il cinema più leggero e scanzonato dei Coen: anche se fanno aleggiare sulla storia e le sue ridicole assurdità un pathos spirtual-filosofico che non è però certo quello di A Serious Man, e al quale non credono, in fondo, nemmeno loro.

Perché Joel e Ethan lo sanno. Sanno che anche l'amore per cinema, come ogni fede che si rispetti, non deve diventare né fanatismo né idolatria sconsiderata. E sanno sul cinema - anche e soprattutto sul loro - si può e si deve scherzare, con sgangherata irriverenza, riportandolo coi piedi per terra, più in basso in tutti i sensi, a sporcarsi tra gli ingranaggi della fabbrica dei sogni.


http://www.comingsoon.it/

venerdì 15 aprile 2016

Appello degli scienziati per il SI al referendum del 17 aprile



Alla faccia di Renzi e di Napolitano (e dei loro amici petrolieri) noi il 17 aprile andremo a votare e voteremo SI


Sono già 50 gli scienziati che hanno sottoscritto un appello al SI per il referendum del 17 Aprile.

“Votiamo sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili” scrivono.

“Ci sono precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili”.


Tra i primi firmatari: Gianni Silvestrini, Direttore scientifico Kyoto Club; Luca Mercalli, Presidente Società Italiana di Meteorologia; Flavia Marzano, Professore Metodologie e tecniche della ricerca sociale alla Link Campus University; Giorgio Parisi, professore ordinario di Teorie quantistiche all’Università Sapienza di Roma e Accademico dei Lincei; Vincenzo Balzani, Professore emerito dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei; Mario Tozzi, geologo, Primo ricercatore CNR; Enzo Boschi, già Presidente Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia (INGV) e professore Geofisica della Terra Università di Bologna; Marcello Buiatti, già Professore di Genetica all’Università di Firenze; Stefano Caserini, Professore mitigazione del cambiamento climatico al Politecnico di Milano e Coordinatore di Climalteranti.it.

Liberazione e libertà delle donne


Genova. La memoria dei '70 dietro a quel sottile filo di seta nera



Storie di militanti o piuttosto di uomini donne passati attraverso gli anni '70. Libro dopo libro si compone l'autentica dimensione degli anni mitizzati come “di piombo”. In realtà gli anni in cui una generazione (la nostra) ha cercato faticosamente di diventare grande. Pagando di persona prezzi spesso molto pesanti.

Donatella Alfonso

La memoria dei '70 dietro a quel sottile filo di seta nera

Nasce ligure di ponente, Enza Siccardi. Nasce con un cognome che nella guerra di Liberazione è qualcosa di potente: è la figlia di Nino Siccardi, u Curtu, comandante della I Zona Operativa Liguria. Di lui e della madre Chiara porta con sè l'eredità del rigore e la fede comunista ma soffre altrettanto quella distanza, quella mancanza di leggerezza che negli anni ‘50 accompagna il comandante partigiano ormai disilluso.

Non può essere casuale per la schiva Enza l'incontro, anzi l'abbraccio con i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, dopo la restituzione nel ‘68 della tessera del Pci. E allora saranno gli anni del femminismo, la vita da insegnante di lingue pendolare con Torino, la frequentazione dei compagni di Lotta Continua e di Potere Operaio, ma anche dei luddisti di Balbi. E l'incontro fondamentale con Gianfranco Faina, il docente che poi parteciperà alle prime Br e fonderà Azione Rivoluzionaria.

Quasi fatale, il passo. Quello che porta verso l'antagonismo, la clandestinità. E un mancato attentato, nel 1976, a cui fa seguito un primo arresto. Poi, quando tutto sembra dimenticato, la sentenza passata in giudicato e l'arresto: a scuola, durante le lezioni, con il pensiero del figlioletto da andare a prendere a scuola. Gli anni nel supercarcere di Novara, il confronto tra le donne.



Poi, la nuova libertà, la scelta di svoltare verso una nuova vita: che potrebbe essere rappresentata, in una grande casa di Cà di Favale, nell'entroterra chiavarese, dall'allevamento d ei bachi da seta. Fili di seta leggerissimi e fortissimi, come le proprie passioni. " Sarà un filo di seta nera", edizioni Anarres, 7 euro: nelle librerie L'Amico Ritrovato e da Bookowski), è la storia che Enza narra di sè.

Poco raccontata, molto riflessiva, com'è lei. «Devi farlo, perché se vai al risparmio energetico non farai nulla - sorride lei, che presenterà il libro oggi alle 16.30 al Cream Café del Ducale insieme a Paolo Tellarini, l'amico che l'ha convinta che scrivere (molto bene peraltro, frasi secche e dure, ma grande gusto della parola) di sè era la cosa giusta da fare. «E' un racconto con esperienze e con vissuti pesanti, molto più del mio - dice Enza certo, non è stato facile, ma queste cose bisogna dirsele». Un percorso che si riapre. Senza giudizi, solo ricordi.


La Repubblica – 8 aprile 2016

Le solitudini incrociate nel Condominio dei cuori infranti




Un film poetico racconta senza patetismi e sbavature l'incontro di sei personaggi diversissimi fra loro ma accomunati da una identica solitudine.


Goffredo Fofi

Le solitudini incrociate nel Condominio dei cuori infranti


Asphalte, ovvero in Italia, più platealmente, Il condominio dei cuori infranti, è un film di Samuel Benchetrit, 40 anni, di origini ebreo-marocchine, attivo (troppo!) come attore autore regista in cinema e in teatro e come estensore di una sorta di autobiografia, dice Wikipedia, in più tomi che si chiama, appunto, Cronache dell’asfalto.

Ce n’è quanto basta per essere diffidenti, e invece no, il suo è un film significativo e simpatico. Si pensa, con la prima scena (una riunione di condominio, in zona periferica e squallida di una qualche città o banlieue), a un imitatore di Ballard o Cheever, e subito dopo a un seguace del Tati comico-critico di una triste modernità (da Mio zio a Playtime). 



E sicuramente Benchetrit ha preso qualcosa dalle sue gag a freddo, dalla sua distanza e dai suoi silenzi, ma puntando ad altro. Questo “altro” è un messaggio umanistico di stampo truffautiano, retto con un acume intellettuale del tutto assente dalla tradizione nostrana, più convenzionale e più sentimentale, che è poi quella dello zavattinismo. Ed è proprio questo a impressionare. Ma è meglio prima ricordare la trama.

Del condominio e del suo squallido contorno si è detto. In esso Benchetrit isola tre storie, tre incontri: un solitario costretto in carrozzina per abuso di ginnastica d’appartamento su cyclette che nottetempo incontra l’opaca infermiera di notte di un vicino ospedale; un’attrice che fu un tempo nota e brava e uno sveglio adolescente con un forte bisogno di madre; e la storia più improbabile di tutte, quella di un astronauta americano, la cui capsula cade sul tetto del condominio ed è accolto da una donna araba che ha il figlio in galera.



Qui la diversità tra i due personaggi si fa davvero estrema, a evidenziare che non si cerca il realismo e il plausibile, ma un’invenzione che, nella bizzarria dei confronti, consenta un discorso di tolleranza.

Basta poco per non sentirsi soli, dice Benchetrit, ma quello che in una commedia italiana mainstream suonerebbe insopportabile per il sovraccarico di smorfie e battutine e ricattucci, qui invece funziona, per il semplice motivo che si fa stile. Benchetrit cerca e trova un suo linguaggio andando oltre il banale. I silenzi sono importanti quanto i discorsi, l’ambientazione quanto le psicologie, le trovate quanto il messaggio.



Si tratta sempre, diciamo così, di una piccola o piccolissima borghesia che cerca di nobilitarsi, di “darsi una ragione”, ma a partire da una sofferenza reale, non dalla recita della sofferenza. I nostri eroi italici sembra non sappiano mai cosa siano solitudine e dolore, si stordiscono e stordiscono con la recita e la chiacchiera, con il compiacimento e l’autoesaltazione. Mentre gli eroi di Benchetrit la solitudine la conoscono e non ne nascondono il peso, la condanna, la tremenda fatica che bisogna fare per uscirne.

http://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2016/04/06/condominio-dei-cuori-infranti-recensione

giovedì 14 aprile 2016

Il Partito della Nazione Occitana e l'Armenia



Il Partito della Nazione Occitana e l'Armenia

Il Partito della Nazione Occitana sostiene :

1) la riunificazione pacifica in uno stesso Stato dei territori storici armeni. Ciò si applica al territorio armeno ora occupato dalla Turchia e al Nagorno-Karabak indipendente
2) il diritto della diaspora armena di far ritorno alla sua patria
3) il riconoscimento del genocidio armeno e il pagamento da parte della Turchia di un indennizzo a mò di riparazione.



Festa dei libri e delle rose


Roberto Agus, Aliens Robotters Apolidi & Smart Guns



ROBERTO AGUS
ALIENS, ROBOTTERS, APOLIDI
& SMART GUNS
a cura di Sandro Ricaldone
14 - 29 aprile 2016

Entr'acte
via sant'Agnese 19R – Genova
orario: mercoledì-sabato 16-19
inaugurazione: venerdì 15 aprile, ore 18


Entr'acte inaugura il 15 aprile “Aliens, Robotters, Apolidi” e “Smart Guns”, la mostra personale con cui Roberto Agus si ripresenta sulla scena genovese dopo un’assenza di oltre vent’anni. L’artista presenta, insieme ai nuovi lavori che danno il titolo alla rassegna, una serie di opere degli anni ottanta, a testimonianza della continuità del suo percorso.

La pittura di Roberto Agus era emersa, nel primo scorcio degli anni '80, dal magma del punk (in un ambito di contiguità fra espressione sonora e visiva contrassegnato da una mobilità estrema nel fagocitare inquietudini metropolitane ed immagini filmiche) già definita nei suoi tratti essenziali: un disegno acuto e sottilmente ironico che, se da un lato rimandava alle contemporanee esperienze di illustrazione fumettistica, assorbiva per altro verso la raffinatezza di certe soluzioni Art Nouveau; un colore steso in campiture piatte e giocato in contrasti a un tempo irreali e stridenti; un universo fantastico ove venivano introdotti simulacri e temi ossessivi, esemplificati dalla flora aggressiva e debordante, così come dalla perturbante presenza di insetti o dalla crudele inespressività delle figure infantili.



Agus, che dagli anni novanta ad oggi si è dedicato in prevalenza a composizioni musicali ascrivibili ad un’area che lui stesso definisce come techno space music, propone da Entr’acte due cicli realizzati dopo l’inizio del nuovo millennio. Il primo, “Aliens, Robotters, Apolidi”, si sviluppa a partire dal 2004 attorno “alla semplice idea di ricreare e sintetizzare ritratti primordiali miscelando fisionomie indios, afro, indigene, aborigene.

Col tempo i ritratti si sono irrigiditi in tratti robotici quasi sino a sparire tra campiture e linee che si intrecciano per tratteggiare volti/maschere immaginari in cui ho riversato l’immaginario che da sempre mi appassiona: la cultura della diaspora africana (la sua musica a partire dal jazz sino alla techno e dance elettronica, la grafica afro-space delle copertine dei dischi anni 70 ) la fantascienza come metafora della condizione umana, i suoi scenari opprimenti,  lo spazio immaginato negli anni 50/70, le vecchie copertine Urania, Galaxy, Nebula o Amazing Stories, il design aerodinamico optical e psichedelico, la computerizzazione e la tecnologia in continua trasformazione, le Città Insettoidi e Plug-In-City dello studio Archigram”.

Le recenti “Smart Guns” sono simboli di un mondo “allo stesso tempo globale e chiuso in se stesso, ingegnoso e stupido, che spreca la sua intelligenza per inventare armi sempre più sofisticate”; sono ironiche raffigurazioni “di una tecnologia assurda e improbabile, impossibili da maneggiare perché piene di spine, corredate da optional (missili nucleari, parabole, ingranaggi e condutture per il vapore, croci e rosari, inutili come quelli reali, che uccidono per davvero)”.