TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 29 settembre 2016

Oltre l’antropocentrismo. Uomini e animali, stessa mente



Frans de Waal, etologo di fama mondiale, invita ad «allontanarci dall’ingenuo tentativo di trovare ciò che ci distingue» dagli animali. In realtà sono più gli elementi comuni che le differenze. «Non dico che occorra smettere di mangiare carne – afferma - ma dobbiamo pensare con più attenzione alla vita degli esseri di cui ci nutriamo». I cosiddetti “primitivi” lo facevano, erano consapevoli del fatto che uomini e animali facevano parte dello stesso ecosistema e per non alterarlo svolgevano riti di purificazione e di riconciliazione con gli animali prima di andare alla caccia. Una lezione di civiltà che l'uomo moderno ha dimenticato.


Oltre l’antropocentrismo. Uomini e animali, stessa mente

intervista di Leonardo Caffo

Frans de Waal è probabilmente la più grande autorità vivente nel campo dell’etologia. Il suo libro più recente, Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? (Raffaello Cortina), è un manifesto contro l’antropocentrismo cognitivo: l’idea che ogni scoperta sulle altre forme di vita animali debba essere paragonata alle nostre analoghe capacità (ignorando, de facto , tutte le competenze animali che non ci appartengono e che impediscono una comparazione). Ospite di Torino Spiritualità, de Waal è convinto che capire gli (altri) animali sia necessario anche per conoscere meglio che tipo di animale sia Homo Sapiens.



Nel libro lei sostiene che per mettere in crisi l’antropocentrismo sia necessario lasciare agli animali la possibilità di esprimersi secondo i loro comportamenti naturali. Di che tipo di antropocentrismo parliamo?

«L’antropocentrismo è l’atteggiamento di chi giudica il mondo in base a come noi lo approcciamo e, di conseguenza, orientato a giudicare gli altri animali rispetto a noi. Dunque siamo davanti a un doppio movimento: gli esseri umani come centro e gli esseri umani come pietra di paragone. Così, per esempio, siamo impressionati se gli animali utilizzano strumenti perché utilizziamo gli stessi strumenti anche noi. Gli scienziati a volte cercano di descrivere l’uso degli strumenti da parte degli animali come “semplice” rispetto a quello degli esseri umani o magari catalogano tutto ciò come “istintivo”. In realtà sappiamo che quest’utilizzo può essere complesso come il nostro: soggetto dunque alla comprensione di causa-effetto, un insieme di intuizione e lungimiranza. Un esempio: sottoponiamo Liza, uno scimpanzé femmina, a un esercizio con delle arachidi. Le diamo un tubo di plastica verticale con una nocciolina sul fondo: naturalmente non può prenderla con le dita. Che cosa ha fatto allora Liza? È andata verso l’abbeveratoio, soluzione che non avevamo previsto, e dopo essersi riempita la bocca ha iniziato a sputare acqua nel tubo: in questo modo ha ottenuto che le arachidi galleggiassero per poterle raggiungere con le dita. Altri scimpanzé hanno fatto pipì nel tubo! Che cos’è interessante in tutto ciò? Che questi scimpanzé sono stati addestrati in modo che le soluzioni fossero spontanee. Quanto sia difficile questo compito è diventato chiaro dalla psicologia comparativa: i test sui bambini mostrano che solo l’8% sotto i 4 anni riesce a fare quel che ha fatto Liza».



Ma perché siamo così impressionati dall’utilizzo di uno strumento? Perché non scegliamo, per esempio, di osservare l’ecolocalizzazione, cioé il sonar biologico di cui sono dotati alcuni mammiferi (per esempio i delfini e alcuni pipistrelli)?

«In realtà si tratta di un’abilità molto complessa: chiedete a un ingegnere del sistema di radar degli aerei. Una meraviglia della tecnologia. L’ecolocalizzazione permette ai pipistrelli di trovare piccoli insetti in aria nel buio quando i loro occhi sarebbero inutili. Si tratta di una grande abilità cognitiva ma noi esseri umani non la consideriamo: è ingenuo pensare che tutto ciò cada sotto la categoria di percezione e non di cognizione perché non abbiamo nulla nelle nostre dotazioni cognitive a cui paragonarla. Semplicemente: non siamo impressionati dalle abilità che noi non abbiamo. Risultato: continuiamo a giudicare gli animali su cose che siamo bravi a fare noi e non su cose che sono bravi a fare loro. Questo è ciò che io intendo per antropocentrismo».



A che tipo di mente pensiamo quando pensiamo alla «mente animale»?

«La cognizione è definibile come il trattamento delle informazioni a proprio vantaggio. Intelligenza significa dunque trovare soluzioni a problemi nuovi. Gli animali hanno ovviamente sia cognizione sia intelligenza: insieme costituiscono la mente. La mente aiuta a capire e affrontare il mondo che ci circonda. Non c’è alcuna differenza fondamentale tra la mente umana e quella animale: guardo la mente umana come una variazione della mente di cui sono dotati gli animali. Essa comprende la conoscenza del passato e del futuro, la consapevolezza di sé, la memoria, la percezione, l’acquisizione di informazioni dall’esperienza, e così via. L’orientamento al futuro è particolarmente interessante. Ci sono molti esperimenti su come i primati, ma anche gli uccelli, prevedano il futuro per prepararsi a esso. Nella foresta gli scimpanzé possono radunare per ore strumenti che poi utilizzeranno solo in seguito per raccogliere termiti o per razziare un alveare per il miele. L’idea filosofica che gli animali siano intrappolati nel presente è falsa. Pensano in avanti e anche indietro riguardo eventi specifici».



Che cosa pensa degli esperimenti che per accrescere la nostra conoscenza degli animali li rinchiudono in laboratori che impediscono lo sviluppo di una vita degna?

«Dipende da che tipo di laboratorio. Se i primati vengono tenuti in gabbie anguste in solitudine o se gli esperimenti diventano dolorosi o dannosi, beh… io ho dei problemi morali con tutto ciò. Questo è giustificabile, a mio avviso, solo se la ricerca si propone di risolvere problemi urgenti come il cancro, Ebola e così via, mai per il tipo di problemi cognitivi generali. Il tipo di studi cognitivi che facciamo non richiede che si faccia loro del male, non sono molto diversi da una ricerca effettuata su volontari umani. Idealmente, la ricerca sulle scimmie dovrebbe essere reciprocamente vantaggiosa e divertente».

Dopo decenni a studiare la mente animale e i comportamenti delle altre specie, che cosa pensa dell’animalismo?

«L’atteggiamento nei confronti degli animali sta cambiando rapidamente: la mia ricerca, ma anche la mia attività di scrittura, stanno contribuendo a questo cambiamento. Abbiamo sottovalutato l’intelligenza degli animali. Ora abbiamo un movimento contro l’uso degli scimpanzé nella ricerca biomedica: io sono un membro del consiglio di ChimpHaven, un santuario che riceve molti scimpanzé ex-laboratorio e li libera in grandi isole boscose della Louisiana. Abbiamo un movimento per liberare orche, uno contro gli elefanti nei circhi, e così via. Ma il problema più grande, molto più grande, è l’allevamento industriale. Miliardi di animali che non vediamo mai. La nostra maggiore comprensione del comportamento animale sta contribuendo a un cambiamento dell’atteggiamento generale. Non dico che la gente dovrebbe smettere di mangiare carne, ma abbiamo comunque bisogno di pensare con più attenzione alla vita degli animali che mangiamo. Dobbiamo, questa è la mia opinione, trattarli meglio».

   Frans de Waal

In che modo lo studio ravvicinato degli animali può servire anche per comprendere qualcosa sulla nostra specie, sul nostro futuro e sulle nostre speranze? E che cosa ha imparato su se stesso osservando gli altri animali?

«Gli animal studies mostrano quanto di loro è in noi e quanto di noi è in loro. Il cervello umano è più grande e complesso ma non è strutturalmente diverso rispetto al cervello degli altri primati. Anche i ratti sono spesso utilizzati per modellare le scoperte delle neuroscienze umane. Essenzialmente tutti i cervelli di mammiferi funzionano allo stesso modo. Non vi è alcuna intelligenza universale o una qualche legge di apprendimento universale: diciamo che ogni specie ha le proprie esigenze e specializzazioni. Quello che abbiamo imparato negli ultimi 25 anni, con la rivoluzione cognitiva degli studi animali, è che la mente umana, che spesso si tenta di spiegare come fenomeno isolato, è parte di un quadro molto più grande. Dobbiamo allontanarci dall’ingenuo tentativo di trovare ciò che ci distingue e smetterla di arrabbiarci se non siamo i più intelligenti. Sono più intelligente di un polipo? No, non lo so: faccio solo cose molto diverse, perché diverse sono le nostre esigenze. In soldoni: è come paragonare mele e arance».


Il Corriere della sera / La Lettura – 25 settembre 2016

San Michele e i “sorveglianti” in arme dell’equinozio d’autunno

    G. Reni, S. Michele (1636)

Oggi è san Michele. Santo misterioso e polisemico. Guido Araldo ne svela i molteplici significati simbolici, religiosi ed esoterici.


Guido Araldo

I “sorveglianti” in arme dell’equinozio d’autunno

Due sono i “santi custodi dell’equinozio di autunno”, entrambi raffigurati con la spada in mano: San Maurizio che si festeggia il 22 settembre e San Michele Arcangelo il 29 settembre. Santi che furono oggetto d’intensa venerazione fin dai tempi più antichi.

Le agiografie sono concordi nell’indicare san Maurizio come il comandante della mitica Legione Tebea, anche se non esistono documenti storici attestanti l’esistenza di quella legione e, tanto meno, di un ufficiale romano con quel nome. E’ per lo meno curioso che “i sorveglianti” della primavera siano invece due santi pacifici, se non paciocconi: san Giuseppe, il 19 marzo, e san Benedetto, il 21 marzo…

Nessun santo, probabilmente, ha assommato più caratteristiche di san Michele arcangelo. Anzitutto è la trasposizione in area cristiana delle prerogative del dio egizio Anubi: guardiano del paradiso e pesatore di anime.

I pittori hanno sempre prediletto la rappresentazione di san Michele in armi, guerriero di Dio, con la bilancia nella mano sinistra e la spada fiammeggiante in quella destra, con la quale tiene lontano i demoni che cercano di strappare affannosamente le anime dalla bilancia, se questa pende pericolosamente verso di essi.

     Skellig Michael (in alto i resti del monastero)

Ma san Michele fu anche il santo che subentrò al culto del dio Mitra, occupandone le grotte; infatti, i suoi templi più antichi si trovano in grotte che furono in precedenza luoghi di culto del dio Mitra. San Michele nei barbari Longobardi s’identificò con il loro dio più importante: il guercio Odino, custode del Wahalla, prendendone semplicemente il posto. Ecco spiegata la sua enorme diffusione in tutte le terre che furono occupate da questo popolo di guerrieri del Nord.

Infine san Michele arcangelo ha anche un’importante valenza esoterica: su ordine di Dio impedì al suo comandante, Lucifero, di portare la luce della conoscenza agli uomini: San Michele lo affrontò, combatté un epico duello contro il ribelle simile a Prometeo e lo sconfisse.

Antiche e magnifiche abbazie sono consacrate a “san Michele” e costituiscono le colonne che simbolicamente sorreggono l’Europa occidentale. Cinque sono poste in “fila”, proiettate più verso le grandi piramidi egiziane, che verso Gerusalemme. Dall’antichissimo e vertiginoso Skellig Michael di fronte alle frastagliate coste del Munster in Irlanda, al Saint Michael’s Mount all’estremità della Cornovaglia, un po’ isola e un po’ penisola, similmente al dirimpettaio Mont-Saint-Michel in Normandia: “le colonne d’Ercole della Manica”. Sulle Alpi questa linea raggiunge la Sacra di San Michele in Val Susa, autentica abbazia tra le nuvole, quindi il monastero di San Michele sull’isola di Bergeggi in Liguria, da tempo scomparso, e infine il “Monte San Michele” nelle Puglie, sul Gargano, luogo di pellegrinaggio, che un tempo era più importante di San Giacomo di Compostela.

    Saint Michael’s Mount (Cornovaglia)

Tutti i santuari in grotte sono consacrati a san Michele, anche quando portano nomi postumi, come nel caso di Santa Maria del Parto non lontano da Sutri. E poi le abbazie, tra le più famose quelle di San Miguel de Cuixa nel Rossiglione, a Occidente, ai piedi dei Pirenei, cara ai dogi veneziani, e la millenaria abbazia di San Michele di Hildesheim, in Sassonia, a Oriente. Quest’ultima spiccò tra i monumenti più rappresentativi del Sacro Romano Impero: le sue innovative linee architettoniche ispirarono lo stile romanico.

Se si uniscono le linee che collegano le abbazie di Mont-Saint-Michel, la Sacra di San Michele, il Monte San Michele nelle Puglie, Cuixa e Hildesheim si ottiene la lettera M di Michele estesa sull’Europa continentale, a protezione dell’Italia, Francia, Germania…

La Via Francigena, che attraversava l’Europa dalle Fiandre, non finiva a Roma, ma al santuario del Monte San Michele nel Gargano, e il “cammino” di questa strada, antichissima, costituiva non soltanto il più importante asse viario dell’Europa, interessando peraltro le grandi fiere della Champagne, ma il più importante “cammino” dei pellegrini del Medioevo. Un autentico percorso di purificazione interiore attraverso le abbazie di San Michele, la cui tappa più importante era indubbiamente la sosta a Roma, per ricevere la benedizione del successore di Pietro, e la cui meta ultima, per i più temerari, era il Santo Sepolcro a Gerusalemme, dopo aver sostato, ovviamente, al “Monte San Michele delle Puglie”.

    Le Mont Saint Michel (Normandia)

Il primo colpo “mortale” a questo “cammino” fu apportato dalla perdita di Gerusalemme alla fine del XII secolo e dal tramonto delle Crociate cent’anni dopo, con la definitiva sconfitta in Oriente della civiltà cristiana. Fino ad allora il santuario del Monte San Michele era stato una tappa ambita dai “pellegrini armati”, i Crociati con la croce cucita sul petto o sopra la spalla, prima di affrontare il gran balzo in mare verso i porti di Giaffa o di San Giovanni d’Acri.

Il secondo colpo il “cammino” lo ricevette dallo scioglimento dell’Ordine dei Templari, che ne garantivano la sicurezza lungo l’intero percorso, con i loro presidi armati costituiti da “rose e spine” (chiese, ospedali, commende, magioni).

Il terzo colpo, definitivo, fu il trasferimento della sede apostolica da Roma, caput mundi, ad Avignone: più centrale in Europa Occidentale, ma estraneo alla Via Francigena e al “cammino di san Michele”.















Sacra di S. Michele (Val Susa)

Le chiese consacrate a san Michele sono solitamente antiche: molte di esse, infatti, risalgono all’epoca longobarda, se non bizantina. Infatti sia i Bizantini che i Longobardi riservavano una particolare venerazione a san Michele. Non a caso, nel cuore della loro capitale, Pavia, i Longobardi edificarono già nel VI secolo un’importante basilica, consacrata a San Michele, che in origine si trovava all’interno del palazzo reale, distrutta da un incendio nel 1004.

Un santo poliedrico, san Michele, che in antichi affreschi bizantini tende a confondersi in san Giorgio per come sconfigge, uccide ma a volte ammansisce il drago, sinonimo di male. Presso i Longobardi, come già evidenziato, subentra al dio Odino: grande combattente e signore - guardiano del Walhalla. Un dio che i Longobardi e i Sassoni chiamavano Wodan o Woden (da cui l’inglese wednesday, mercoledì: giorno di Woden, di Odino). Narra la leggenda che i capi dei Vandali, dovendo confrontarsi in battaglia con i Longobardi, pregarono Odino di concedere loro la vittoria; ma il dio supremo disse che il successo avrebbe arriso al popolo che, al mattino della battaglia, avrebbe visto per primo.

I Longobardi, che all’epoca si chiamavano ancora Winnili, pregarono Frigg, la moglie di Odino (da cui friday, venerdì), che consigliò: “Presentatevi in battaglia al sorgere del sole”. I Winnili erano inferiori di numero ai Vandali, e Frigg continuò: “Portate con voi le vostre donne e fatele somigliare agli uomini, con i capelli sciolti fin sotto il mento, come fossero barbe”. Al sorgere del sole Frigg agì in modo tale che Odino si girasse verso i Winnili e il dio, quando li vide, domandò stupito: «Chi sono questi uomini con le lunghe barbe?». Allora la dea rispose: «Poiché hai dato loro un nome, dai loro anche la vittoria!». E così accadde, poiché Odino aveva visto per primi i Longobardi, grazie allo stratagemma della moglie. (Paolo Diacono, Historia Langobardorum I,8).

Da allora, il popolo dei Winnili prese il nome di Longobardi, che significa “dalle lunghe barbe”, in ricordo dei capelli delle loro donne sciolti sotto il mento. Quando i re Longobardi si convertirono al cristianesimo ariano, trovarono il loro santo prediletto in san Michele arcangelo, così affine a Odino, e ovunque alzarono chiese in suo onore.

    Chiesa di San Michele (Gargano)

Su san Michele esoterico il discorso è alquanto complesso, poiché la lotta tra Lucifero e san Michele costituisce uno straordinario parallelismo con il mito pagano di Prometeo e Zeus, quasi una sua rielaborazione. Per la verità, in nessun testo biblico e neotestamentario si fa riferimento a questo scontro celeste, se non nell’Apocalisse attribuito a san Giovanni, ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa. Ma nell’Apocalisse Lucifero non è assolutamente menzionato: al posto suo c’è il drago, rappresentazione del demonio.E allora?

Lo scontro tra Lucifero e San Michele si perde in miti antichissimi, zaratustriani, caratterizzati dall’eterna lotta tra il Bene e il Male. Ed ecco riaffiorare la sovrapposizione Mitra – san Michele arcangelo. Resta inquietante il messaggio antichissimo di Lucifero che porta la luce, poiché questo è il significato letterale della parola. Nell’antica tradizione pagana è una divinità positiva, corrispondente alla “stella del mattino”, assimilata all’aurora e addirittura a Venere.

Il Dio cristiano non vuole, similmente a Zeus, che l’uomo acquisisca la conoscenza, e lo dimostra in due momenti. Allorché Adamo addenta la mela proibita nel Paradiso Terrestre, ed ecco il marchio dell’Apple. Quando Lucifero ruba la fiaccola della luce, la conoscenza, per portarla agli uomini. E proprio per bloccare Lucifero Dio manda il suo arcangelo più fidato: san Michele.

Messaggi che ci pervengono agli albori del mito e che dovrebbero indurci a riflettere. Messaggi affioranti nell’angelo di Piazza Statuto in cima alla montagna della conoscenza: la penna in mano e l’esalfa sulla fronte con la punta rivolta verso il basso (ora rubata). Esorta gli uomini contorti, con gesto inquivocabile, a non salire, a stare giù, boni…

    L'Angelo di Piazza Statuto (Torino)

Inequivocabili messaggi gnostici risalenti agli albori del cristianesimo e sfociati poi nella Massoneria universale che ha posto la fiaccola, la luce di Lucifero, al centro dei suoi templi, verso oriente, dove si alza il sole, in tutto il mondo.

Già nel II, III secolo una “corrente gnostica cristiana” addivenne all’interpretazione della figura luciferina in chiave salvifica e liberatrice dal dio demiurgo che forgiò il mondo: lo Javhé della Genesi. Concetti acquisiti sia dal marcianesimo che dal manicheismo. Il serpente/Lucifero induce l’uomo alla conoscenza, tende alla sua elevazione da livello animale a livello divino, contro la volontà del demiurgo, che in questo caso non è il “Grande Architetto dell’Universo” poiché ambisce mantenere l’uomo a un livello animalesco.

Questa corrente gnostica riaffiora velatamente in Dante, attestando quanto rimase sopita nella storia; si fece palese nel Rinascimento (pavimento del duomo di Siena e chiesa di San Lorenzo a Saliceto) per ravvivarsi nei Rosacroce, nell’Illuminismo, nel romanticismo di Byron e Shelley, in Baudelaire. Si pensi all’Inno a Satana di Carducci (notoriamente massone) o al poema Lucifero di Rapisardi; alla teosofia della Blavatsky, alla stessa New Age…



Sia chiaro: questo antichissimo filone culturale distingue chiaramente Lucifero da Satana anzi, li contrappone: luce contrapposta a tenebra. Lucifero come Sophia, Sapienza. E allora, San Michele? Il suo ruolo, al servizio del dio minore demiurgo si ribalta, ma soltanto fino a un certo punto.

E se il dio della Genesi fosse il vero architetto dell’universo? Se la luce della conoscenza, così cercata avidamente dall’uomo, sarà un giorno la causa della sua totale rovina? La sua maledizione? Domanda che genera brividi. Ecco perché l’angelo di Piazza Statuto a Torino esorta gli uomini a stare in basso, a non farsi troppo audaci. In questo caso san Michele e Lucifero coincidono, sono la stessa persona. Lucifero prende coscienza di quanto possa essere nocivo il suo dono all’uomo, che non è dio, non lo sarà mai; ma resta bestia. E ritorna il versetto centrale dell’Apocalisse:

“Hic sapientia est! Qui habet intellectum, computet numerum bestiae. Numerus enim hominis est et numerus eius sescenti sexaginta sex”. “Qui sta la sapienza! Chi ha intelletto, computi il numero della bestia. In verità, è il numero dell’uomo e il suo numero è seicento sessanta sei”. “Dell’uomo”, dell’umanità, e non “di un uomo” come viene tradotta comunemente la frase che, in realtà, è un pugno nello stomaco. Così sta scritto a chiare lettere, con buona pace di tutti i satanisti.

Per intanto, nei calendari san Michele sta lì, in armi, nel penultimo giorno del mese di settembre, data venerata già agli albori del cristianesimo, una settimana dopo l’equinozio… Guardiano astronomico, più che del paradiso. E guardiano silenzioso, anche, dell’umanità propensa a fare fesserie.

Riondure a San Miché, vanta scpetè per vughi fiuchè = rondini a San Michele, bisogna aspettare per veder nevicare: l’inverno sarà tardo.




mercoledì 28 settembre 2016

"Se la natura è senza Dio". Giulio Cesare Vanini, martire della libertà di pensiero



I quattrocento anni del «De admirandis» di Giulio Cesare Vanini (1585-1619), condannato a morte per le sue idee, come Giordano Bruno. Prima di bruciarlo, gli strapparono la lingua per punirlo di aver voluto difendere le sue teorie fino sul rogo.


Vincenzo Barone

Se la natura è senza Dio


C’è stato un tempo in cui ragionare sull’universo poteva costare la vita. Il caso di Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 a Campo de’ Fiori, è il più famoso ma non l’unico. «Andiamo allegramente a morire da filosofi», pare che abbia detto il 9 febbraio 1619 un altro grande visionario, il salentino Giulio Cesare Vanini, mentre veniva condotto sul luogo del supplizio, in una piazza di Tolosa. Il boia prima gli strappò la lingua e poi accese la pira, ponendo fine alla breve esistenza (34 anni) del pensatore di Taurisano.

La condanna a morte per «ateismo, bestemmia, empietà e altri eccessi» non era stata emessa dall’Inquisizione, ma da un tribunale civile, perché negare l’esistenza di Dio era un delitto di lesa maestà, un attentato al fondamento divino dell’autorità del monarca.

Tre anni prima, nel settembre del 1616, era comparsa una delle opere principali di Vanini, il De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis (I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali), stampata a Parigi da Adrien Périer e accolta con favore e interesse negli ambienti di corte e nei circoli dell’intellettualità transalpina. L’autore, in quel momento, si trovava in Francia dopo un lungo girovagare per l’Europa, molto simile a quello di Bruno.

Frate dell’ordine dei carmelitani, formatosi negli studi giuridici e teologici a Napoli e a Padova, nel 1612 Vanini era entrato improvvisamente in rotta di collisione con le gerarchie ecclesiastiche e si era rifugiato in Inghilterra, dove aveva abbracciato la fede anglicana. Il soggiorno londinese e la conversione durarono meno di due anni: nel 1614 Vanini chiese di essere riammesso nella Chiesa cattolica e fuggì rocambolescamente in Francia.

A Lione, nel 1615, pubblicò la sua prima grande opera, l’Amphitheatrum aeternae providentiae, seguita l’anno successivo dal De admirandis. Con la fama giunsero però anche le indagini delle autorità, insospettite dal successo che le opere dell’ex frate riscuotevano nei cenacoli libertini. La situazione precipitò nell’agosto 1618, quando Vanini venne improvvisamente arrestato e sottoposto a un estenuante processo, durato sei mesi. Una prova falsa, prodotta da un gesuita, condusse infine alla pena capitale.



Il De admirandis è concepito come una lunga discussione filosofica, in sessanta dialoghi, che si svolge nell’arco di una giornata estiva tra Giulio Cesare e un giovane interlocutore, Alessandro, il quale pone di volta in volta le questioni. Ciò che colpisce nell’opera non è tanto la presenza di idee scientifiche di sapore moderno (anche se, per esempio, il trasformismo biologico che vi viene affermato rappresenta una notevole intuizione), quanto piuttosto lo sguardo integralmente razionale e naturalistico che Vanini getta sul mondo.

Dio viene continuamente evocato, ma solo per essere poi, di fatto, messo ai margini, con un abile gioco di simulazione e dissimulazione che poggia, oltre che sulla forma-dialogo, su una vasta gamma di espedienti retorici, come le frequenti citazioni di autori ortodossi, estrapolate dai contesti originari e usate come materiale grezzo per costruire nuovi discorsi filosofici, o i riferimenti alle tesi dei materialisti pagani, apparentemente confutate ma in effetti esposte con attenzione e simpatia.
È un gioco che sembra funzionare, tant’è vero che i due religiosi della Sorbona incaricati di leggere il manoscritto concedono senza indugio l’approvazione alla stampa, salvo rendersi conto, subito dopo la pubblicazione, dell’imprudenza commessa.

Come nota uno dei maggiori esperti del filosofo salentino, Francesco Paolo Raimondi (curatore, assieme a Mario Carparelli, dell’edizione in italiano dell’opera omnia), «per Vanini l’ordine naturale trova in se stesso la propria giustificazione con l’esclusione di ogni dimensione metafisica [...] In nessun luogo egli accenna a una presenza di Dio nel mondo e in tutte le sua analisi della realtà l’intervento divino viene escluso».



È significativo in proposito un passo del Dialogo IV: «La mole del cielo è posta in orbita dalla propria forma come accade per gli elementi», afferma Giulio Cesare. E all’obiezione di Alessandro – «Ma come possono muoversi i cieli secondo leggi certe e stabili, se non li assistono le divine menti motrici, partecipi della prima sapienza?» – risponde: «Che c’è di strano? Forse che nei vilissimi macchinari degli orologi, diligentemente predisposti da un Tedesco ubriaco, non vige una legge certa e stabile del movimento? [...] Anche il mare ad intervalli certi e definiti è mosso, secondo un ritmo di flussi e riflussi, dalla propria forma, cioè da quella che voi Peripatetici chiamate gravità. Anzi, poiché il cielo si muove sempre secondo il medesimo movimento, direi che è mosso dalla sua pura forma e non dal volere di un’Intelligenza».

Certis statisque legibus («Secondo leggi certe e stabili»): è uno dei concetti fondamentali dell’opera, la formula che esprime il lato più innovativo del pensiero di Vanini. L’universo vaniniano, meccanico e materiale, si spiega in virtù dei propri princìpi interni, senza necessità alcuna di introdurre entità sovrannaturali o cause finali. Le leggi della natura non sono l’indizio dell’esistenza di un Essere intelligente, ma semmai il contrario, perché un mondo governato da un’Intelligenza sarebbe soggetto piuttosto all’arbitrio e alla contingenza che alla regolarità.

    Lapide a Tolosa

Sebbene l’attrezzatura intellettuale di Vanini rimanga sostanzialmente quella aristotelica, la sua concezione del mondo rompe decisamente col passato – con i vecchi animismi, con la separazione tra cielo e terra, con l’antropocentrismo. «L’universo – scrive ancora Raimondi – si slarga in una dimensione infinita, perde ogni connotazione teleologica, si spopola dell’ingombrante schiera di essenze demoniache e angeliche d’ogni sorta e si riafferma nella totale autonomia da ogni principio esterno e trascendente».

Come un’improvvisa esposizione alla luce, la secretior philosophia di Vanini «provoca un dolore in chi è rimasto a lungo al buio» (sono sue parole). «Che danno subiscono quelli che non ti ascoltano!», osserva Alessandro. «Al contrario – replica Giulio Cesare – lo subiscono quelli che mi ascoltano!». L’Inquisizione se ne accorgerà in ritardo: il decreto con cui il De admirandis viene dichiarato “sospetto” e se ne vieta la circolazione donec corrigatur – finché non corretto dall’autore – arriva solo nel luglio del 1620, quando il filosofo di Taurisano (all’insaputa del cardinale Bellarmino e dei suoi colleghi) è già in cenere. «Fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo», scriverà lapidariamente Arthur Schopenhauer.


il Corriere della sera / La Lettura – 25 settembre 2016

Filippo Tommaso Marinetti, Contro Venezia passatista



L’8 luglio 1910, migliaia di volantini contenenti questo manifesto furono lanciati dai poeti e dai pittori futuristi dall’alto della Torre dell’Orologio sulla folla in piazza San Marco. Così cominciò la campagna che i futuristi sostennnero per tre anni contro Venezia “passatista”.

Filippo Tommaso Marinetti

Contro Venezia passatista

Noi ripudiamo l’antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico.

Ripudiamo la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell’imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo. 

Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente, piaga magnifica di passato. Noi vogliamo rianimare e nobilitare il popolo veneziano, decaduto dalla sua antica grandezza, morfinizzato da una vigliaccheria stomachevole ed avvilita dall’abitudine dei suoi piccoli commerci loschi.

Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa rovinare il mare Adriatico, gran lago Italiano.

Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi.

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. 

Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

Quando i futuristi volevano distruggere Venezia. la vendetta di Marinetti
















Nel 1910 Marinetti incitava alla distruzione di Venezia “cloaca massima del passatismo” e la sua ricostruzione come grande porto industriale e militare. Chissà come valuterebbe oggi il passaggio delle grandi navi da crociera nella laguna.

Andrea Colombo

Navi a Venezia. La vendetta di Marinetti


Lo spettacolo visto da una calle nella zona della Dogana a Venezia, tra palazzi rinascimentali e piccoli canali, è impressionante. Una grande nave da crociera solca la laguna, mostruoso gigante del turismo di massa, e sembra violentare un paesaggio che era rimasto intatto nei secoli. Pare di essere piombati in un film di fantascienza o dell’orrore. Ma è la realtà. Gli affari sono affari e il transito dei colossi dei mari garantisce enormi introiti all’amministrazione locale, al porto e al piccolo commercio. E poco importa che metta a repentaglio la stabilità già precaria del bacino lagunare, minacciato dall’acqua alta e dalle correnti sotterranee che corrodono le fondamenta in legno degli edifici.

Ma c’è chi tenta di resistere. Oggi pomeriggio il movimento «No Grandi Navi» si mobilita sulla riva delle Zattere, davanti al canale della Giudecca, con una manifestazione di protesta che viene annunciata come una festa. Al centro del canale vi sarà una chiatta galleggiante sulla quale interverranno gruppi musicali, attori e scrittori. Già da diverse settimane Venezia parla dai balconi, con striscioni e bandiere che urlano «Fuori le navi dalla laguna!», «Il mio futuro è a Venezia», «La laguna è bene comune». Ma sono voci flebili.

Ormai la Serenissima è desertificata da un turismo sempre più aggressivo e invadente. La popolazione di Venezia diminuisce di anno in anno. Il costo della vita è altissimo, i prezzi degli immobili alle stelle, solo gli anziani e i ricchi continuano a vivere nel centro storico. Gli affari che ruotano intorno alle crociere invece aumentano costantemente.



Chissà come avrebbe visto questo stupro di una città in nome del dio denaro il poeta futurista F.T. Marinetti, che nel lontano 1910 lanciò il suo proclama «contro la Venezia passatista». Nel suo manifesto tuonava: «Ripudiamo la Venezia dei forestieri...letto sfondato da carovane di amanti... cloaca massima del passatismo. Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente...Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa rovinare il mare Adriatico».

E proponeva: «Il tuo Canal Grande allargato e scavato, diventerà fatalmente un gran porto mercantile. Treni e tramvai lanciati per le grandi vie costruite sui canali finalmente colmati vi porteranno cataste di mercanzie, tra una folla sagace, ricca e affaccendata di industriali e di commercianti!».

Tra il 1943 e il 1944, l’ormai anziano poeta futurista, reduce da una disastrosa campagna di Russia dove andò, nonostante gli acciacchi.come ufficiale volontario, troverà proprio a Venezia riparo dai bombardamenti che stavano devastando il Nord Italia. Lui, che ne aveva cantato la distruzione, troverà il suo rifugio tra quei canali maleodoranti di storia e decadenza.

E meditava melanconicamente sull’esito inglorioso e umiliante della «guerra mussoliniana» che aveva esaltato in versi ancora ricolmi di fede e furore patriottici. Di lì a poco, il 2 dicembre del 1944, si spegnerà a Bellagio, in una casa con vista sul lago manzoniano. Non poteva conoscere un tramonto e una fine più passatisti di così. Bisognerà forse attendere i nostri giorni del profitto a tutti i costi per vedere esaudito il suo futuristico sogno.


La Stampa – 25 settembre 2016

martedì 27 settembre 2016

I Brueghel. Una dinastia fiamminga che ha cambiato l’arte



Con i Brueghel la natura e la vita quotidiana diventano protagoniste. Un'arte che rispecchia l'ascesa sociale e l'ideologia politico-religiosa del ceto mercantile. Una grande mostra a Venaria ne ricostruisce i percorsi.

I Brueghel. Una dinastia fiamminga che ha cambiato l’arte

intervista di Elena Del Drago


Una delle mostre più importanti di questo autunno, «Brueghel, Capolavori dell’arte Fiamminga», consente, nel perfetto ambiente della Reggia di Venaria, di seguire l’incredibile storia pittorica della famiglia Brueghel. E insieme lo sviluppo della pittura delle Fiandre, antitetica eppure complementare a quella italiana. Abbiamo incontrato il curatore di questa esposizione Sergio Gaddi.

Attraverso il lavoro dei Brueghel quale periodo della storia dell’arte si riesce a seguire?

«In mostra abbiamo tutta la dinastia che inizia con Pieter il Vecchio, e continua con Jan il Vecchio e Pieter il giovane. E la notorietà del capostipite si deve proprio ai figli. La dinastia, di generazione in generazione, dalla metà del Cinquecento arriva alle soglie del Settecento con Abraham Brueghel, detto non a caso il Fracassoso, la cui pittura è barocca, assai meno dettagliata rispetto a quella del padre e dei nonni».



Possiamo definire quella dei Brueghel una sorta di factory dell’epoca?

«Sì, una bottega con un marchio di fabbrica molto riconoscibile e apprezzato, lo stile Brueghel era sinonimo di qualità e bellezza pittorica che si tramandava negli anni. Pieter Il vecchio muove i primi passi con Pieter Coecke van Aelst, esponente del Manierismo di Anversa, un raffinato uomo di cultura, di cui sposa la figlia entrando così in bottega in modo deciso! Alla metà del ’500 Anversa aveva più di centomila abitanti, era la capitale del mondo, c’era una grande dinamica in termini di relazione tra artisti, con l’attivissima Gilda di San Luca a fare da tramite. Era un ambiente stimolante, ma allo stesso tempo c’erano le tensioni religiose del re di Spagna, Filippo II, contro i protestanti»

Come si apre la mostra?

«La prima sezione analizza proprio il clima all’interno del quale Pieter Brueghel ha mosso i primi passi. Abbiamo, tra l’altro, quell’opera straordinaria che è I sette peccati capitali di Bosch, il primo surrealista della storia per le sue visione fantastiche e apotropaiche. Pieter Brueghel prende molto da Bosch, anche se i due non si sono mai incontrati».



Per quale motivo la pittura dei Brueghel si può considerare innovativa nella storia dell’arte?

«La parte che abbiamo chiamato “Natura Regina” ci dà la misura dell’innovazione fiamminga: la natura diviene soggetto autonomo e protagonista, non più sfondo, ma vero elemento centrale. E lo si può vedere in un’opera come Riposo durante la Fuga in Egitto di Pieter il Vecchio, nel quale la famiglia è davvero piccola rispetto all’esplosione naturalistica, qualcosa che il Rinascimento italiano non avrebbe neppure immaginato. Nelle Fiandre la natura regna incontrastata, non a caso la rappresentazione delle persone è spesso di spalle o obliqua, senza individualità, come una grande moltitudine. Anche nella parte chiamata “Soldati e cacciatori nella luce dell’Inverno”, ci troviamo di fronte ad un elemento ricorrente che racconta la supremazia naturale: il paesaggio invernale. In particolare La trappola per uccelli di Pieter il Giovane, è emblematico dell’estetica bruegheliana. Altra opera molto interessante è la Strage degli Innocenti dipinta nel 1570 da Marten Van Cleve, un emulo del capostipite Brueghel, che ci spiega l’importanza della quotidianità nella pittura fiamminga. In una scena così drammatica, uno dei soldati, vestito nella foggia contemporanea, fa pipì in primo piano. In Italia non lo avrebbero mai fatto!

Che cosa rappresenta per i fiamminghi la vita quotidiana?

«È un valore, non qualcosa da nascondere, persino con le sue necessità fisiche e fisiologiche. Anche nell’ultima sezione della mostra dedicata al mondo contadino, ci sono virilità fisiche esibite e la loro danza è chiassosa e carnale, non aulica e poetica: la vita si esprime nella sua massima concretezza».



Ma in qualche modo questa pittura è una celebrazione della classe mercantile in ascesa?

«Sì, questo è il tema della quarta sezione, “Storie di viaggiatori e di Mercanti”. Allora Anversa era il centro commerciale in cui le rotte dei viaggi, le navi e i mondi esotici si traducevano in committenza. In questo ambito c’è un lavoro paradigmatico di David Teniers il giovane che sposa Anna, figlia di Jan Brueghel il Vecchio, I contadini nella Taverna: sono una rappresentazione perfetta della teoria calvinista intesa come premio eterno al successo nella vita. È una scena chiara: i contadini aspettano la ricompensa del loro lavoro che è rappresentata da una figura femminile che offre del pane, mentre i contadini sfaccendati non hanno diritto ad alcun compenso. Siamo davvero molto lontani dalla concezione classica».

In mostra ci sono molte Allegorie. Che cosa rappresentano?

«Sì, ce ne sono molte davvero straordinarie: l’allegoria dell’Amore per esempio, che rappresenta una coppia di innamorati in cui la donna, nonostante l’afflato dell’uomo, preferisce guardarsi nello specchio, il primo selfie della storia dell’arte, una rappresentazione perfetta della Vanitas».


La Stampa – 25 settembre 2016

Parigi e l’amore, le illusioni perdute della giovane Hannah



Da vedere: «Frantz», con la rivelazione Paula Beer, premio Mastroianni per l’attrice emergente alla Mostra di Venezia.

Cristina Piccin

Parigi e l’amore, le illusioni perdute della giovane Hannah



Frantz è stato il grande amore di Hannah, un ragazzo speciale nella piccola cittadina tedesca di Saxe, passione per la Francia, i viaggi a Parigi che racconta a lei, bellissima, conosciuta in libreria parlando di poeti. Ma la guerra, quel primo conflitto mondiale di morti e ferite dell’animo mai narrate abbastanza, li separa per sempre. Frantz è infatti uno dei migliaia tra i soldati morti «per la patria» nella Marne, « uccisi dai padri», come dice il suo, l’anziano medico di paese che lo ha spinto a partire, a arruolarsi, e da allora non si dà pace.

Hannah rimasta sola vive coi genitori del ragazzo, passa le sue giornate al cimitero, sulla tomba in cui non c’è nemmeno un corpo, finché un giorno ci trova un uomo, un ragazzo col nome francese, un amico di Frantz e all’improvviso è come se anche lui fosse lì, come se Adrien – così si chiama – ne restituisse la presenza a lei, ai genitori, a quelle stanze, al violino che nessuno ha più accarezzato, al grigio di un mondo appena uscito dal conflitto e pronto a cadere in un altro, a un secolo che ha perduto per sempre i suoi sogni innocenti di futuro. E coi racconti delle loro visite al Louvre, di notti danzanti riempie la vita di chi lo ha perduto, sfidando le aggressioni di una Germania che non si rassegna alla sconfitta e dove cova voglia di rivincita.



In concorso alla Mostra di Venezia, e premio Mastroianni per la protagonista, la bella rivelazione Paule Beer, Frantz il nuovo film di François Ozon gioca sui registri del melodramma, una cifra che ricorre nei film del regista francese: l’amor fou, l’amore impossibile, raggelato nell’ambiguità in cui sospende le storie, i personaggi, le loro relazioni. Ozon si ispira  liberamente a un film di Ernest Lubitsch, (Broken Lullaby, 1932) e alla pièce pacifista di Maurice Rostand da cui era tratto (L’homme que j’ai tué, 1925), e delle vecchie pellicole Ozon sceglie un bianco e nero che lascia in alcuni passaggi lo spazio al colore, memoria o istante impossibile di felicità poco importa, perché è ciò che rimane fuori dal bordo a interessarlo, lo spazio della narrazione che inventa altri mondi e altre realtà.

Era Adrien,(Pierre Nimey) forse l’amante di Frantz? Se lo chiede Hannah e lo pensiamo noi spettatori. Non è però il dolore di una perdita che ha spinto Adrien a sfidare i sentimenti antifrancesi nella Germania già attraversata dai desideri di rivalsa che porteranno al nazismo. Lui Frantz non lo conosceva nemmeno, la guerra li ha messi davanti per caso, uno contro l’altro, è rimasto vivo chi ha sparato per primo. Adrien cerca il perdono per questo ha mentito, è entrato nella vita di Frantz.

Sono diversi, il ragazzo francese nobile e il ragazzo tedesco nella sua piccola casetta semplice e ordinata. Eppure è come se divenissero un’unica persona, o forse un’altra ancora chissà nelle invenzioni di Hannah, nei suoi silenzi e nelle lettere scritte poi a Adrien e respinte al mittente. Pure Hannah però mente quando compie il viaggio all’inverso, verso Parigi, dove diviene lei oggetto di diffidenza: cerca i ricordi di Frantz ma soprattutto cerca Adrien.



Nello specchio del doppio si compone per entrambi un mondo che intreccia mezogne e verità, in cui sfilano croci e corpi di reduci mutilati,paesaggi emozionali che non sono quelli sognati, i luoghi di Frantz che la ragazza ripercorre sono molto diversi da quanto narrava nelle sue lettere prima della guera anche se ai due anziani genitori del ragazzo, Hannah inventa un’altra realtà: tutto è pieno di vita, bello, felice, Adrien è tornato a suonare nell’orchestra, loro due in giro per Parigi, forse innamorati.

Poco importa, perché questo intenso personaggio femminile con cui Ozon sembra far coincidere il suo sguardo, come un regista crea altre vite, altri presenti e possibili futuri , quella idea di mistificazione che ritorna in molti altri suoi film (per esempio Jeune et Jolie). E le menzogne che la donna racconta al mondo appaiono come un’infinita variazione di una realtà che altrimenti l’ha già stritolata, della liberazione da quei due uomini che le hanno mentito, figura consapevole nel suo dolore ma anche in una nuova libertà

il manifesto – 22 settembre 2016


domenica 25 settembre 2016

Simone Weil. Fenomenologia del lato oscuro della forza



Ristampati tre saggi di Simone Weil. Uno tratta dei poemi omerici e della guerra.

Franco Marcoaldi

Simone Weil. Fenomenologia del lato oscuro della forza


«Il vero eroe, il vero argomento, il centro dell’Iliade è la forza». Così comincia il famoso scritto di Simone Weil sul poema omerico, che ricompare ora in un trittico di suoi saggi ( Il libro del potere) introdotto da Mauro Bonazzi e pubblicato da Chiarelettere — ottima occasione per tornare a riflettere sul pensiero radicale, estremo, della filosofa francese.

Siamo nel pieno del secondo conflitto mondiale e Weil guarda ad Omero, forzando la lettura di quella mirabile opera in un’unica direzione — ovvero quale massimo dispiegamento della forza, «che trasforma in cosa chiunque le sia sottomesso», dunque vincitori e vinti, «perché nessuno la possiede davvero». Quando la guerra si impone, non c’è posto per la riflessione, le parole diventano vuote entità “omicide” e trascinano l’umanità in una furia cieca, priva di scopo. «Solo se si conosce l’imperio della forza e si è capaci di non rispettarlo è possibile amare».



Molti decenni dopo un’altra donna, Anna Maria Ortese, riprenderà concetti analoghi rivolgendo una semplice domanda: «Credete davvero che la vita umana sia sempre e soltanto trionfo sull’altro? Che per essere contenti della propria vita bisogna aver posato il piede sul capo dell’altro?».

Immediata l’obiezione: inutile fare le anime belle, è questa la natura costitutiva del potere. La Weil, però, rifugge da tale diktat: «C’è un problema da risolvere e non una fatalità da subire», afferma. L’esercizio smodato della forza sfugge immancabilmente di mano a chi crede di governarla. Perciò bisogna distinguere tra parole vere e false, commisurandole alle nostre azioni: «Per ridurre i rischi di guerra senza rinunciare alla lotta, che Eraclito reputava condizione stessa della vita».

Il massimo della ragionevolezza e il massimo dell’azzardo. È un caso che tali pensieri vengano da una donna? Anzi da due, includendo, con modalità sue proprie, anche la Ortese?


La Repubblica – 25 settembre 2016

I Tir e gli autisti a chilometraggio illimitato venuti dall’Est


Una famiglia distrutta da un TIR guidato da un autista ubriaco. Sembra un semplice (anche se tragico) fatto di cronaca. Ma è davvero così semplice? O si deve invece parlare ancora una volta di ricerca del profitto spinta all'eccesso?

Dario Di Vico

I Tir e gli autisti a chilometraggio illimitato venuti dall’Est
A un passo dal coma etilico era stato ricoverato all’ospedale di Vercelli dopo aver fatto strage sulla TorinoMilano: Emil Volfe, 63 anni, sloveno, ha ucciso due persone e falciato con il suo Tir tre bambini che lottano per restare in vita. È un mondo di camionisti improvvisati che vengono da Romania, Serbia, Bulgaria o Slovacchia. Per 500 euro al mese lavorano senza regole. Sono reclutati da agenzie interinali che a loro volta contattano direttamente le ditte italiane offrendo un «dumping umano» a chilometraggio illimitato.

In Italia esiste presso il ministero dei Trasporti un albo dell’autotrasporto ma non siamo in grado di sapere quanti ditte dell’Est europeo lavorano da noi e quanti sono i camionisti con la stessa provenienza geografica che percorrono quotidianamente le nostre autostrade. Secondo le stime che circolano nel settore questi ultimi dovrebbero essere all’incirca 10 mila, un numero che sarebbe cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi 5 anni.

Come si sa la logistica italiana è il regno del massimo ribasso e dei prezzi stracciati che producono però la massima insicurezza sulle strade. Perché i camionisti che vengono da Romania, Serbia, Bulgaria o Slovacchia, prendono tutt’al più 500 euro al mese e in cambio non osservano i più elementari turni di guida e riposo.

I controlli, secondo la denuncia delle associazioni italiane della categoria, sono pressoché inesistenti e il cronotachigrafo, una sorta di scatola nera presente su ogni camion, viene sistematicamente e facilmente manomesso.

A offrire questi lavoratori alle ditte italiane di trasporto sono agenzie interinali prevalentemente romene che si presentano così: «Licenziate i vostri dipendenti e assumete quelli che vi proponiamo noi a metà del salario e un quarto dei contributi. Se proprio non volete buttare sulla strada i vostri connazionali, licenziateli lo stesso e li assumiamo noi ma con le nostre leggi del lavoro. Risparmiate comunque».

I camionisti dell’Est sono per lo più ex agricoltori, ex operai ed ex poliziotti che si sono improvvisati autisti e sono stati reclutati da agenzie senza scrupoli o dalle aziende dei trasporti di Stato dei loro Paesi che sono state privatizzate e si sono buttate a corpo morto sul mercato italiano, francese e tedesco. Contattando direttamente le imprese committenti e offrendo di fatto «dumping umano» a chilometraggio illimitato.

L’unica strada per venirne a capo passerebbe da Bruxelles ovvero da un’armonizzazione europea di costi e regole che però oggi sembra lontana da venire. E a rendere ancora più preoccupante lo scenario vanno aggiunti i ritardi di efficienza e trasparenza della nostra logistica, dove broker, spedizionieri e agenzie visti da fuori sembrano altrettanti cani che si azzannano per conquistare un osso con poca carne attorno.


Il Corriere della Sera - 25 Settembre 2016

sabato 24 settembre 2016

Ci ha lasciati il giardiniere di Calvino. E' morto Libereso Guglielmi


E' morto Libereso Guglielmi, il giardiniere di Calvino. Ci restano i suoi libri e il ricordo della sua grande saggezza.


Sanremo: ci ha lasciati il giardiniere di Calvino. E' morto ieri sera a 91 anni Libereso Guglielmi

È morto ieri sera a Sanremo, improvvisamente, Libereso Guglielmi, 91 anni, botanico di fama internazionale, giardiniere, naturalista, scrittore, disegnatore, autore di numerosi articoli e saggi dedicati alla natura ed alle piante. 

Nato a Bordighera nel 1925 e conosciuto come Libereso, nome scelto dal padre anarchico tolstoiano e studioso di esperanto, che vuol dire “libertà”.

A 15 anni, grazie ad una borsa di studio, è stato chiamato dal professor Mario Calvino a lavorare presso la stazione sperimentale di Floricoltura di Sanremo, dove ha conosciuto Italo, di cui è diventato amico e con cui ha vissuto insieme per dieci anni. Dopo aver diretto una grande azienda floricola del sud Italia, si è trasferito in Inghilterra dove è diventato capo giardiniere del giardino botanico Myddleton House e ricercatore dell’Università di Londra. Sposato e con due figli è tornato in Italia dove su incarico del Credito Italiano ha rimesso a nuovo i 40 ettari del Parco di Villa Gernetto a Lesmo. Ha girato moltissimi paesi europei e dell’Asia e dell’Indonesia.

Ha curato diverse pubblicazioni e scritto sulle più importanti riviste italiane e straniere dedicate ai fiori e al giardinaggio. Da pensionato ha continuato a viaggiare e tenere conferenze spiegando il valore delle erbe e trasmettendo il suo amore per le piante accompagnato dalla sua straordinaria conoscenza della botanica e della floricoltura.

Negli ultimi dieci anni ha stretto un forte sodalizio con il giornalista e scrittore Claudio Porchia, che ne ha curato le pubblicazioni e lo ha accompagnato nei suoi lunghi viaggi, riscuotendo sempre un grande successo con i suoi formidabili racconti e con le sue ricette vegetariane basate sull’utilizzo di fiori e delle erbe spontanee.

E’ stato protagonista di diversi racconti di Italo Calvino, d’innumerevoli interviste televisive, radiofoniche e sulla carta stampata, di documentari e di alcuni cortometraggi.

http://www.sanremonews.it/


Quei migranti italiani arsi vivi 115 anni fa in America



Un monumento in Michigan per le cento vittime italiane di uno dei più grandi disastri ferroviari degli Usa. I loro corpi furono gettati in una fossa comune.

Alberto Flores D’Arcais

Quei migranti italiani arsi vivi 115 anni fa l’America spezza l’oblio



Quel 27 novembre 1901 era la vigilia di Thanksgiving, un freddo e cupo pomeriggio d’autunno che in Michigan significa inverno inoltrato. Vicino a Seneca, piccolo villaggio a poche miglia dal confine con l’Ohio, la Wabash Railroad aveva un solo binario. Il Continental Express viaggiava spedito alla volta di Detroit con il suo carico di famiglie che andavano a celebrare la festa del Ringraziamento, il treno numero 13 invece arrivava da New York, due carrozze letto di prima classe per i ricchi passeggeri, un vagone più economico e tre carri-bagaglio. Negli ultimi due, «ammassati come sardine», c’erano un centinaio di poveri immigrati italiani (diversi con mogli e figli al seguito) che nel Midwest e nelle miniere di Colorado e California cercavano un futuro più umano.

Erano le 6 e 45 del pomeriggio, l’impatto fu terribile. I vagoni di legno, frantumati in mille pezzi, presero fuoco per le lampade a cherosene, l’incendio e i detriti impedirono la fuga, la temperatura raggiunse i mille gradi, i vagoni si trasformarono in una trappola mortale. Sul Continental, per tanta fortuna e la presenza di spirito di un macchinista, si salvarono quasi tutti. Nei carri-bagaglio del treno numero 13 gli immigrati italiani vennero ridotti in cenere, cremati senza scampo in pochi minuti. Le cronache dell’epoca parlano di «terrificante olocausto», i primi soccorritori assistono impotenti a quella scena infernale con le fiamme che consumano i rottami, un fuoco devastante che era visibile a otto chilometri di distanza.

Le case di Seneca e Sand Creek, i due paesi più vicini, vennero trasformate in ospedali di fortuna, da Adrian (il centro più grande della zona) arrivarono medici ed infermieri. Nel giro di 24 ore, con la notizia (e qualche dettaglio raccapricciante) diffusa da tutti i giornali, migliaia di curiosi invasero i binari. I dirigenti della ferrovia diedero ordine di riaprire la linea «il più velocemente possibile» e quello che negli anni divenne noto come il “Wreck on the Wabash” — uno dei più grandi disastri ferroviari nella storia degli Stati Uniti — lasciò una scia di dubbi e qualche mistero.



Una rapida inchiesta stabilì che l’incidente fu colpa del Continental Express, al treno numero 13, che aveva avuto una giornata particolarmente tribolata (ore di ritardo, un motore rotto) era stata data la precedenza. Nell’elenco ufficiale delle vittime la Wabash mise solo i 23 passeggeri con biglietti di prima e seconda classe, quel centinaio di immigranti italiani che avevano viaggiato come animali divennero morti-fantasma.

Per oltre un secolo nessuno ha saputo nulla di loro. Uomini, donne e bambini spesso ai margini della società, gli immigrati italiani che nei primi anni del Novecento raggiungevano la loro Terra Promessa erano considerati dei “diversi” nell’America vittoriana. Abitudini, religione, lingua, cibo e modo di vivere erano troppo distanti da quella “società perbene” che li considerava solo carne da lavoro. Per cento di loro quella vigilia di Thanksgiving e quel treno dal numero maledetto (negli Stati Uniti il 13 equivale al 17 napoletano) fu sinonimo di oblìo definitivo. Le ceneri e i pochi resti raccolti da qualche mano pietosa vennero ammassati in cinque piccole bare e portati — all’insaputa di tutti — nel cimitero di Oakwood ad Adrian.

Nessuno si preoccupò di mettere un segno o di scrivere qualcosa su quelle casse di legno, che vennero abbandonate in una specie di fossa comune nella parte meno frequentata del cimitero (Oakwood ha oltre ventimila tombe). Ci sono voluti 115 anni. Alla fine, grazie all’impegno di una storica locale (Laurie Perkins, autrice del libro “Wreck on the Wabash”), di Kyle Griffith (sovrintendente in una scuola media della contea) che per anni ha insegnato ai suoi studenti la storia dell’immigrazione attraverso il locale disastro ferroviario, del sindaco di Adrian Jim Berryman e del consolato italiano a Detroit il mistero è stato risolto.



«Ero imbarazzato per la mancanza di rispetto verso gli uomini che hanno perso la vita in quel tragico incidente e per le loro famiglie», ha raccontato Berryman che una volta scoperto il luogo della informale sepoltura, il 7 giugno scorso ha lanciato un crowdfunding (obiettivo 12mila dollari, raccolti 13mila nel giro di poco più di due mesi) per una scultura a ricordo delle vittime. Affidata all’artista italo-americano Sergio De Giusti.

Questa mattina nel cimitero di Oakwood la scultura-monumento verrà svelata durante un Memorial Service dedicato agli immigranti italiani. Il sindaco ha già pronte le parole: «Dopo 115 anni è arrivato il tempo di onorare la memoria di uomini, donne, madri, padri, figli e figlie che hanno perso la vita in uno dei più tragici incidenti della storia degli Stati Uniti».


La Repubblica – 24 settembre 2016

venerdì 23 settembre 2016

Il declino dell’università italiana



Il declino dell'Italia come potenza significativa prima che un fatto economico o strategico (campi in cui il nostro paese non ha mai eccelso) è di ordine culturale. Qui, e in particolare nella crisi del sistema universitario nel suo complesso, si colloca il nodo del problema. E non è un'opinione, ma il risultato di una approfondita ricerca ora pubblicata.

Sandro Busso e Joselle Dagnes

Il declino dell’università italiana

La discussione sullo stato dell’università italiana ha trovato sinora poco spazio nel dibattito pubblico, dominato da pregiudizi negativi – e spesso poco fondati – circa i pregi e i difetti dell’accademia nel nostro paese. Il volume “Università in declino. Un’indagine tra gli atenei da Nord a Sud” (Donzelli 2016) ha recentemente riacceso il dibattito sulle condizioni del sistema universitario e sui cambiamenti introdotti dalla riforma Gelmini.

Un primo merito del lavoro del gruppo di ricerca multidisciplinare coordinato da Gianfranco Viesti per la Fondazione Res di Palermo è quello di riportare l’attenzione su ciò che è accaduto in questi anni dentro e intorno all’università italiana, fornendone un quadro ampio ed esaustivo. Sono così analizzati, ad esempio, l’andamento degli iscritti, i processi di mobilità studentesca dal Sud al Nord del paese, le (scarse) garanzie di diritto allo studio; i percorsi di carriera dei docenti e la progressiva precarizzazione del lavoro accademico; i meccanismi di finanziamento e valutazione degli atenei; le caratteristiche dell’offerta didattica e la qualità della ricerca; il rapporto con il mondo dell’impresa e con la società nel suo complesso.



Il quadro che emerge è sconfortante: rispetto a 8-10 anni fa il finanziamento all’università tramite Fondo ordinario si è ridotto di oltre il 22%; specularmente, gli studenti immatricolati sono calati del 20%, il personale docente è diminuito del 17% e il numero di corsi di studio si è contratto del 18%. In questo allarmante scenario di declino complessivo, la situazione del Mezzogiorno appare ancora più critica. Il volume dedica ampio spazio alla progressiva differenziazione tra atenei del Nord e del Sud, con questi ultimi fortemente penalizzati in termini di iscritti, dotazioni, distribuzione di risorse. Gli autori mostrano, dati alla mano, che siamo di fronte a un “nuovo divario” tra aree del paese, delineatosi a partire dagli anni Settanta con il passaggio dall’università di élite a quella di massa (un aspetto questo su cui torneremo a breve). La tendenza sembra poi rafforzarsi con l’attuale riforma del sistema, orientata a concentrare gli investimenti in pochi centri di eccellenza piuttosto che a puntare su una qualità diffusa.

L’enfasi posta sul ruolo strategico dell’istruzione terziaria nello sviluppo locale, spesso ignorato dal sistema politico, è senza dubbio un altro punto di forza del volume. È tuttavia importante, dal nostro punto di vista, evitare un eccessivo appiattimento su questo argomento, come sembra invece fare Viesti quando arriva ad affermare che “oggi più che mai non è possibile – di fronte alle criticità che si manifestano su molti fronti in Italia – rivendicare per principio maggiori risorse pubbliche” (p.44).

In questo modo a nostro parere si corrono tre rischi. Primo, di avallare implicitamente le retoriche sull’austerity che permettono di immolare sull’altare della “salute dei conti pubblici” politiche di estrema rilevanza sociale.



Secondo, di cadere nella trappola della dimostrazione di efficacia, misurata per di più in termini rigidamente economici. All’università è infatti sicuramente deputato il compito di formare imprenditori, innovatori e lavoratori della conoscenza capaci di rilanciare la competitività del paese. Tuttavia, congiunture sfavorevoli o fenomeni come l’inflazione delle credenziali educative potrebbero offuscare le ricadute in termini occupazionali e di crescita di investimenti ad hoc, alimentando ulteriormente retoriche delegittimanti.

Terzo, il rischio di ridimensionare il ruolo sociale e politico dell’università, luogo di formazione di una cittadinanza critica e consapevole, che va ben oltre la sua funzione all’interno di un sistema economico. L’investimento in istruzione terziaria può infatti essere giustificato anche a prescindere dal suo contributo a un modello di sviluppo: in questo senso rivendicare “per principio” la difesa del sistema universitario pare un’opzione politicamente legittima e percorribile.

Questa rivendicazione è tanto più importante quanto più ci si rende conto, come mostrano efficacemente Viesti e colleghi, che il nostro paese non è stato in grado di gestire il passaggio all’università di massa a cui si faceva riferimento poc’anzi. Un’occasione che avrebbe potuto favorire la mobilità ascendente delle fasce meno abbienti della popolazione e ricomporre le differenze territoriali, ma che è stata tragicamente mancata, con enormi responsabilità da parte della politica. La garanzia di un diritto allo studio sostanziale e non formale chiama infatti in causa una serie di fattori che vanno ben oltre il numero di borse di studio erogate.

Un primo elemento riguarda il ruolo della didattica, che dovrebbe costituire un pilastro dell’integrazione e che invece è relegata in secondo piano, anche a causa di un sistema di valutazione dei docenti focalizzato esclusivamente sulla produzione scientifica. Inoltre, l’introduzione di criteri di ripartizione del fondo di finanziamento ordinario che premiano gli atenei con una maggior contribuzione studentesca incoraggia l’innalzamento delle tasse a livello locale, a svantaggio degli studenti dotati di meno risorse.



Infine, anche le politiche di reclutamento sembrano muoversi in una direzione opposta a quella che una reale università di massa richiederebbe. Lo scarso ricambio del personale, determinato dal taglio di risorse e dal blocco del turnover, ha impedito di rigenerare un corpo docente composto ancora oggi in buona misura da coloro che sono entrati a far parte dell’università prima della transizione verso un modello di massa. Questi docenti, socializzati a una popolazione studentesca di élite, sono stati spiazzati dalle trasformazioni avvenute e spesso non sono stati in grado di gestire il trade-off emergente tra qualità dell’insegnamento e inclusività del sistema.

A un’università di massa sul fronte degli studenti – incentivata anche dalla “corsa al reclutamento di nuove matricole”, dal momento che il numero di iscritti è un altro degli elementi premiali nella valutazione degli atenei – rischia dunque di corrispondere un’organizzazione amministrata ancora oggi da un’élite di docenti. Un rischio ancora più concreto data la progressiva precarizzazione delle traiettorie di carriera dei giovani ricercatori, che paradossalmente può aumentare il peso della variabile “classe sociale” nel corpo docente. Se è vero infatti che il reclutamento dei primi anni Duemila ha in una certa misura “democratizzato” l’accesso all’accademia, non si può non notare come percorsi professionali che richiedano implicitamente periodi di lavoro gratuito finiscano per favorire coloro che, grazie a risorse familiari, sono in grado di far fronte alla discontinuità di reddito.

Alle conseguenze più ampie della precarizzazione del lavoro di ricerca vogliamo dedicare alcune considerazioni finali. Le enormi difficoltà e le limitate prospettive con cui si confrontano ogni giorno i ricercatori nel nostro paese sono ormai piuttosto note. Esse rappresentano però solo un aspetto in un quadro più ampio di incertezza che investe tutte le componenti universitarie – docenti strutturati, personale non strutturato, studenti – e che ha serie ripercussioni sulla qualità della ricerca e della didattica. Se il disinvestimento nell’università italiana è infatti innegabile, altrettanto evidente è l’instabilità sistemica che accompagna la contrazione di risorse in atto. Non solo dotazioni scarse, dunque, ma anche incerte nell’ammontare e nei tempi di erogazione.

Sul piano organizzativo, gli atenei italiani manifestano crescenti difficoltà nel portare avanti la loro attività ordinaria a causa dell’incertezza dei finanziamenti ordinari, dal momento che i criteri di ripartizione delle risorse variano enormemente di anno in anno. Sul fronte del reclutamento, al di là delle limitazioni imposte dalla scarsità di risorse e dal blocco del turnover, è l’impianto normativo stesso a risultare fortemente instabile. La legge Gelmini ha infatti subito in questi anni numerose modifiche, volte per lo più a sanare le contraddizioni insite nella norma stessa. Il risultato è una progressiva frammentazione delle carriere accademiche all’interno di un quadro di opportunità estremamente differenziato.



Tali dinamiche hanno effetti non solo sulla vita degli individui, ma anche sulla qualità di didattica e ricerca, a cui non possono essere garantiti continuità e programmazione. Per ciò che riguarda la ricerca, in particolare, scarsità e incertezza nei finanziamenti ordinari generano una forte spinta alla competizione per attrarre fondi provenienti da fonti esterne al sistema universitario pubblico. In questo modo, in una sorta di circolo perverso, la ricerca si impoverisce sempre più. Da un lato, infatti, una quantità di tempo abnorme viene sottratta al lavoro di ricerca in senso stretto per essere dedicata alla partecipazione a bandi1. Dall’altro lato, il finanziamento a progetto attribuisce ad attori esterni al sistema la facoltà di orientare i contenuti della ricerca, definendo priorità nei temi e di fatto stabilendo quali prospettive promuovere e quali no. Non è difficile immaginare che approcci non mainstream e ambiti di indagine minoritari faticheranno a entrare nell’agenda di ricerca definita da questo tipo di fondi.

La diffusione del finanziamento di natura non ordinaria promuove dunque solo un certo tipo di ricerca, penalizzando sguardi meno convenzionali e impedendo la pratica di quella che da alcuni movimenti accademici è stata definita in modo provocatorio Slow Science. La logica progettuale individua infatti a priori i tempi di lavoro, richiede una stima dei risultati che verranno raggiunti e impone a posteriori una loro valutazione. Se a questo si somma l’orientamento a una valutazione individuale in tutte le fasi di carriera basata innanzitutto sul numero di pubblicazioni prodotte, appare chiaro che le possibilità che vengano intrapresi percorsi di ricerca dall’esito incerto risultano fortemente limitate.

La tendenza emergente è dunque verso un lavoro di ricerca il più possibile definito nei tempi, nelle procedure e negli esiti. Al contrario, il sistema universitario pubblico per poter svolgere appieno la propria funzione dovrebbe potersi configurare come un luogo del rischio e, perché no, del fallimento, dal momento che spesso è in questo modo che la conoscenza scientifica progredisce. Paradossalmente, però, è necessaria una buona dose di stabilità e certezza – nei finanziamenti, nei criteri di allocazione delle risorse, nei gruppi di lavoro – per potersi assumere dei rischi.


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