TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 30 novembre 2016

E' morto Claudio Pavone. Fu il primo a spiegarci davvero cosa era stata la Resistenza




I giovani di oggi sono fortunati perchè hanno subito a disposizione il grande libro di Claudio Pavone sulla Resistenza. Noi, che pure eravamo nati quasi in quegli anni, dovemmo invece attendere a lungo per essere davvero messi in condizione di capire. Il libro uscì nel 1991 quando ormai eravamo una generazione di quarantenni disillusi. Forse leggerlo prima ci avrebbe evitato molti errori. O forse no. Resta il fatto che senza di lui la Resistenza sarebbe rimasta un mito e i miti a volte possono anche essere molto pericolosi.

Guido Crainz

Claudio Pavone


Si definiva “azionista postumo”, Claudio Pavone, morto ieri il giorno prima di compiere 96 anni. Ed era molto vero: non aveva fatto parte del Partito d’Azione (partecipò alla Resistenza prima a Roma, con il Partito socialista, e poi – dopo alcuni mesi di carcere – a Milano, in un piccolo raggruppamento di sinistra) ma ne condivise per tutta la vita il rigore laico e l’impegno civile. Furono gli elementi costitutivi di uno storico, e di un maestro, discreto e insostituibile, lontano dalle grandi ribalte dei media e estraneo alle baronie accademiche. Ricco di sensibilità e ironia, gentilezza e umanità, profondità e leggerezza al tempo stesso, che traspaiono sin dalle “memorie del 1943-45”, La mia Resistenza (Donzelli, 2015).

Prima di scegliere l’insegnamento universitario lavorò a lungo come archivista nell’amministrazione dello Stato e vi lasciò segni non effimeri: a partire dalla Guida generale degli Archivi di Stato italiani, alla cui ideazione e realizzazione diede un contributo decisivo. Mi sono chiesto a lungo, ha scritto, se e come la moralità, le idee e la cultura riescano a lasciare il loro segno nelle istituzioni: la mia «vena di moralismo vagamente anarchico», ha aggiunto, mi spingeva a dubitarne ma proprio il mio lavoro di storico e di archivista mi ha talora convinto che questa possibilità esiste.



Vi è qui una chiave per comprendere molti suoi tratti: l’intreccio profondo fra impegno intellettuale e passione civile, ad esempio, o una attenzione alle fonti – non solo a quelle archivistiche – che è rigorosissima ma non ha nulla di erudito. Pavone le viveva, al contrario, come strumento essenziale per indagare anche gli aspetti più insondabili dell’individuo e delle vicende collettive. E poteva farlo proprio perché muoveva da una grandissima apertura e ricchezza culturale: è un vero scrigno la sua Prima lezione di storia contemporanea (Laterza, 2007: e presso lo stesso editore ha pubblicato di recente Aria di Russia, appunti di un viaggio del 1963).

La passione onnivora con cui guardava alle fonti è limpidamente testimoniata dal suo lavoro più importante, uno dei grandi libri del Novecento italiano: Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991). Una tappa fondamentale nel suo percorso di ricerca, che si è allargato di continuo ai grandi nodi della storia contemporanea ma ha avuto costantemente al centro la stagione della Resistenza e il suo rapporto con la nascita della Repubblica.

I suoi contributi più stimolanti su questo terreno sono venuti in coincidenza con tre fasi di rinnovamento culturale del Paese, o di rifondazione dopo il crollo delle certezze. Così fu nel post 1956, in un clima che Pavone visse anche nell’esperienza di Passato e presente, la rivista animata da Antonio Giolitti e Luciano Cafagna, Alessandro Pizzorno e Alberto Caracciolo. In quelle pagine pubblicò nel 1959 Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti davanti alla tradizione del Risorgimento: una critica puntuale della lettura “ufficiale”, o dello stereotipo, della Resistenza come “Secondo Risorgimento” e al tempo stesso una rivisitazione penetrante di entrambe le fasi, e degli usi politici che ne erano stati fatti.


Ancora un suo denso saggio troviamo poi al centro del dibattito successivo al ‘68, un movimento cui aveva guardato con attenzione partecipe e con speranza (vide allora «riaprirsi il campo del possibile», come scrisse). Fra i temi che quei fermenti avevano messo all’ordine del giorno vi era anche il contrasto fra le speranze di trasformazione del 1943-45 e l’“Italia reale” che ne era poi nata, presto immersa nel clima teso della guerra fredda. Riflettendo su quel nodo in sintonia con Guido Quazza, Pavone mise a fuoco una questione essenziale: la “continuità dello Stato” nel passaggio dal fascismo alla Repubblica come corposo freno a un rinnovamento reale. Non una continuità assoluta, ma un tenace permanere di apparati, di uomini e di culture da cui sarebbero venuti condizionamenti pesanti.

Nei suoi saggi su questi temi — raccolti poi in Alle origini della Repubblica (Bollati Boringhieri, 1995) — trovavano risposte e al tempo stesso ulteriori stimoli le ansie di comprensione della realtà italiana che il ‘68 aveva alimentato, e venivano superate sia le rimozioni che le semplificazioni ideologiche. Era solo la premessa di Una guerra civile, frutto di una riflessione che portò a fondo anche in reazione al più generale disorientamento e “perdita di memoria” degli anni Ottanta: comprendeva bene la necessità e l’urgenza di contrapporre a quel clima risposte di alto profilo.

È impossibile soffermarsi su quel grandissimo libro, capace di scandagliare i differenti modi di “essere italiani” che erano sedimentati in una vicenda lunga. Capace di cogliere nella crisi del 1943-45 non solo il delinearsi di diverse e opposte opzioni ideologiche e politiche ma anche «fratture, risentimenti, concezioni antagonistiche dell’uomo italiano e della nazione italiana di più ampio respiro».


Capace di porre al centro una intensa riflessione sul rapporto fra scelte individuali e vicende collettive. E di far comprendere i diversi percorsi attraverso cui prese di nuovo corpo e significato nella Resistenza l’idea di patria. In quel crocevia Pavone vedeva il coesistere e l’intrecciarsi di “tre guerre”, mosse da differenti motivazioni ed aspirazioni: la guerra di liberazione nazionale contro l’occupazione nazista, certo, ma anche una “guerra di classe” intrisa di aspirazioni ad un radicale rivolgimento sociale, e al tempo stesso una guerra civile fra fascisti e antifascisti, epilogo dello scontro aperto nel 1921-22 dalle violenze squadristiche.

Proprio quest’ultima chiave di lettura suscitò anche reazioni aspre: non solo e non tanto, forse, perché la categoria di “guerra civile” era stata usata strumentalmente dalla pubblicistica neofascista quanto perché in questo modo il libro poneva alle origini della Repubblica non un mito rassicurante ma un irto groviglio di questioni, e impediva al tempo stesso di rimuovere la corposa presenza del fascismo nella storia nazionale. Costringeva a riflettere, anche, sul nesso decisivo fra etica e politica: quel libro è davvero un «saggio storico sulla moralità della Resistenza » ma al tempo stesso, come osservava Nicola Gallerano, «una testimonianza dello spessore morale dello storico che lo ha scritto».


La repubblica – 30 novembre 2016

Italia e Americhe attraverso le migrazioni


Giulio II Della Rovere, Michelangelo e Lutero


La Tomba di Giulio II, da poco restaurata, presenterebbe numerosi indizi delle inclinazioni «luterane» di Michelangelo.

Emanuele Trevi

L’eresia di Michelangelo


Non aveva tutti i torti quel tale che sosteneva che è la polvere la vera signora di questo mondo. Non tanto e non solo la polvere metaforica dei poeti e dei predicatori, ma quella che incombe e finisce per posarsi su ogni cosa, senza fare eccezioni per un panneggio o un volto scolpiti da Michelangelo. Fino al giorno in cui questi impalpabili ma implacabili «depositi incoerenti», come li chiama la scienza, combinati con l’umidità di certe stagioni dell’anno, rendono letteralmente invisibile anche il Mosè , con tutto il suo severo cipiglio patriarcale.

Erano bastati 15 anni dall’ultimo ed epocale restauro per occultare, con una specie di velo penitenziale, la bellezza strabiliante non solo del Mosè , ma delle altre statue del monumento funebre di Giulio II. Antonio Forcellino, in camice bianco, emerge dal ponteggio che negli ultimi mesi ha circondato, senza occultarlo completamente alla vista, questo capolavoro dalla storia lunghissima, accidentata e piena di indizi degni della fantasia di un romanziere dell’Ottocento. Il fatto è che quando la storia di un’opera è lunga come questa, e l’artista che la porta a compimento ha il carattere di Michelangelo, significati e fraintendimenti, ipotesi e scoperte si sommano e si accavallano riservando sorprese proprio là dove l’abitudine suggeriva che tutto ormai fosse stato scoperto, incasellato, catalogato.

Basta considerare nella sua estensione l’arco di tempo che separa il primo progetto, commissionato nel 1505 a Michelangelo dallo stesso Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere, dal completamento dell’opera nel 1545. È naturale che in quarant’anni il progetto iniziale abbia subito tanti cambiamenti da renderlo irriconoscibile. All’inizio il monumento era addirittura destinato a un’altra chiesa, in seguito alla parete opposta a quella dove si trova. Ma il risultato finale non è il semplice frutto di casualità e compromessi, come la maggioranza degli storici dell’arte affermava in passato.


Soprattutto a ridosso della sua conclusione, tra il 1542 (quando decide all’improvviso di escluderne i Prigioni ) e il 1545, il settantenne Michelangelo conferisce all’opera non solo la sua strabiliante armonia di forme in dialogo con le fonti di luce circostante, ma la carica di significati decisivi per la storia religiosa del tempo, facendone un vero crocevia di preoccupazioni spirituali e tensioni sempre più gravi tra l’ortodossia cattolica e le nuove idee luterane che prendono piede e si sviluppano anche all’ombra del Vaticano, fra Viterbo e alcuni cenacoli romani come la chiesa di San Silvestro al Quirinale, dove per qualche tempo si ascoltano prediche tutt’altro che ortodosse.

Le idee pericolose circolano ovunque, e dai torchi degli stampatori, in tutta Europa, vengono fuori libri che testimoniano di un’inaudita libertà di coscienza. La questione centrale che divide gli animi e riempie i libri proibiti e i documenti ufficiali degli inquisitori riguarda il destino del cristiano, di ogni singolo cristiano. Qual è il mezzo privilegiato per raggiungere la salvezza o, per usare un termine ancora più diffuso ai tempi, la propria giustificazione ? Sono le opere buone che lo salvano, conseguenza della sua fede, oppure l’intero messaggio evangelico culmina nell’invito a confidare solo nella fede in Cristo, il grande riscattatore?

Nel 1545, c’era ancora chi credeva che lo scisma più grave mai vissuto dalla Chiesa potesse ricomporsi. Una costellazione di spiriti legati in varia maniera a Michelangelo. Ma i teologi e gli alti prelati, come Reginald Pole e Bernardino Ochino, presto costretti alla fuga da Roma, fanno da corona alla figura più affascinante del gruppo: Vittoria Colonna. Questa aristocratica dall’animo ardente e coraggioso, grande scrittrice in versi e in prosa e autentico temperamento mistico, eserciterà su Michelangelo un’influenza senza paragoni in tutta la lunga vita del maestro. E di conseguenza, anche sull’ultima e definitiva sistemazione del monumento funebre a Giulio II.

Il quadro storico è corrusco e grandioso, ma il filo che lega Michelangelo all’eresia è fatto di indizi anche minimi, come quelli che Antonio Forcellino insegue da molti anni, in un costante andirivieni fra i cantieri di restauro e gli archivi. Anche più delle testimonianze esplicite, possono contare le omissioni, o le calcolate bugie, nascoste tra le pieghe di una lettera. Il punto di vista rivelatore, osserva Forcellino, è molto spesso quello ostile, come lo si può desumere dai verbali dell’Inquisizione. Lungi dal profanare un’idea astratta di bellezza, l’investigazione minuziosa conferisce a quell’idea la sua vera sostanza. È come se ogni indagine mirasse sempre a quel punto difficilissimo del visibile in cui la forma si incontra col suo significato. Ma si tratta di un bersaglio mobile, che non coincide mai con tutto ciò che già si sapeva.


E guardando il Mosè appena restituito al suo originario splendore è difficile non pensare che l’autentica venerazione che Sigmund Freud nutriva per quest’opera sollecitò non solo il suo senso estetico, ma le sue proverbiali capacità di analisi e deduzione. E il saggio che dedicò al Mosè nel 1913, pubblicato in forma anonima per modestia, è ancora ricchissimo di profonde intuizioni. «Perché Freud — osserva maliziosamente Forcellino — non è uno specialista, dunque si accosta senza schemi preconcetti al capolavoro, ci vede quello che sa e vuole vederci». E questo sguardo libero approda subito a una grande verità: tutto è innaturale nella posa del patriarca, a partire dallo strano modo in cui sostiene con il braccio destro le Tavole della Legge. E chissà come avrebbe interpretato Freud, se ne fosse stato a conoscenza, quella torsione della testa di Mosè documentata da una precisa testimonianza. È un intervento ai limiti del prodigioso su una statua già scolpita: un azzardo che forse solo Michelangelo si poteva permettere, un capolavoro nascosto nel capolavoro.

Invece di fissare un punto davanti a sé, dopo questa capitale modifica, lo sguardo di Mosè, lievemente strabico, punta verso l’alto, alla ricerca della luce. Molti possono essere i motivi di questo ripensamento, ma una cosa è certa: guardando di fronte, gli occhi di Mosè si sarebbero fermati in eterno sull’altare, e soprattutto sulle catene di san Pietro, la preziosa reliquia che dà il nome («vincoli») alla chiesa stessa. Ma non è forse il culto e il mercato delle reliquie uno dei capisaldi della rivolta religiosa che infiamma l’Europa negli anni Quaranta del Cinquecento? Effettivamente, la nuova posa di Mosè sembra esprimere un rifiuto sdegnoso delle superstizioni, assieme a un ricerca di contatto individuale con la luce del divino.

Lunghissima e accidentata, come abbiamo detto, fu la gestazione di questo monumento funebre, forse il più bello e audace mai prodotto nella civiltà cristiana. Un tomba inaugurata più di trent’anni dopo la morte del suo destinatario. Ma anche un delicato congegno destinato a esprimere significati così pericolosi che ai contemporanei che avevano orecchie per intendere non restò che far finta di non capire. Un po’ come accadde con l’altra grande sfida all’ortodossia cattolica della pittura rinascimentale, gli affreschi (oggi perduti) di Pontormo nell’abside di San Lorenzo a Firenze.


Lo stesso Michelangelo, sempre più isolato negli ultimi vent’anni della sua lunghissima vita, suggerì qualche sapiente depistaggio. Il fatto è che al posto dei Prigioni , nelle nicchie ai fianchi del Mosè , decise di sistemare due splendide figure femminili, incarnazioni della Vita Contemplativa, o della Fede, e della Vita Attiva, o della Carità. Un’altra pericolosissima allusione all’infuriare del dibattito sulla salvezza, sul ruolo della fede e delle opere nell’avventura terrena degli uomini.

Ebbene, da anni i sospetti di Forcellino si erano concentrati sulla seconda di queste statue, e soprattutto sul misterioso oggetto che tiene ben visibile in mano, avvolto in un’abbondante ciocca di capelli che le scendono dalla spalla destra. Ma cosa rappresenta questo oggetto circolare? Stranamente, data la forma dell’oggetto, il Vasari, che ha fatto testo per secoli, ci vedeva uno specchio. Ma a tutto assomiglia tranne che a uno specchio questo recipiente ornato da una maschera grottesca. Non sempre chi pone la domanda, in queste ricerche così ricche di insidie e complicazioni, è colui che fa in tempo a trovare una risposta.

Si tratta forse di qualcosa di molto simile a gettare una rete nel mare, confidando che qualcosa di prezioso ci rimanga impigliato. Ed è proprio quello che è successo in questi giorni grazie a una sorprendente scoperta della sorella di Antonio, Maria Forcellino, già autrice di scrupolose ricerche sui legami tra Michelangelo, Vittoria Colonna e la cultura cripto-protestante, per definirla in qualche modo, diffusa a Roma nei primi anni Quaranta del Cinquecento.

Ebbene, fatto forse più unico che raro nella produzione di Michelangelo, l’elegante e slanciata figura muliebre di Michelangelo è una copia, non da un’altra statua, ma da un affresco rappresentante Maria Maddalena, parte della decorazione di una cappella eseguita da Polidoro da Caravaggio e Maturino da Firenze. Il confronto tra il modello affrescato e la statua scolpita da Michelangelo potrà fornire lumi precisi sull’oggetto misterioso avvolto tra le spire dei capelli. Ma ancora più impressionante è il fatto che l’affresco che ispirò Michelangelo si trova proprio in quella chiesa di San Silvestro al Quirinale in cui l’Inquisizione non tardò a scoprire un vero e proprio covo di eretici. Comunque sarà interpretata dagli storici, questa scoperta è una traccia di cui si dovrà tenere conto in futuro. Anche perché, c’è da scommetterci: di questa storia in cui la bellezza suprema è il veicolo di profondissime preoccupazioni spirituali, non conosciamo ancora tutti i dettagli.


Il Corriere della sera/ La Lettura – 27 novembre 2016

Liberisti, populisti, socialdemocratici


I liberisti creano i poveri, i populisti ne cavalcano l’ira. E gli eredi della socialdemocrazia restano fuori gioco. Un'analisi condivisibile nelle premesse analitiche ma debole nelle conclusioni politiche che comunque riteniamo interessante.

Michele Salvati

Destra batte sinistra 2-0


Semplificando molto e astraendo dalla grande varietà di casi nazionali, le destre sono due. C’è una destra liberale — in Italia diremmo liberista o mercatista — che sostiene i processi economici di globalizzazione e la concorrenza dei capitali dentro e fuori i confini di un singolo Paese. Essa è ostile non tanto allo Stato, ma alla sua interferenza in questi processi: che lo Stato intervenga attivamente per favorirli, per smantellare «difese corporative», è anzi visto con approvazione.

E c’è una destra conservatrice, tradizionalista e comunitaria — la destra del «Dio, Patria e Famiglia» — che trae i suoi consensi proprio dagli sconvolgimenti sociali che un capitalismo senza freni produce: disoccupazione e precarietà, declino di intere regioni, peggioramento nella distribuzione del reddito.

Queste due destre ci sono sempre state, sino dagli albori del capitalismo moderno e della democrazia rappresentativa, a volte dando origine a un compromesso instabile nello stesso partito, a volte divise in partiti diversi e contrapposti. La divisione si manifesta quando le ragioni del mercato entrano in più forte conflitto con le ragioni della società: è allora che chi presta orecchio alle sofferenze sociali può trovare un facile consenso. Facile perché ancorato ai valori tradizionali di comunità ristrette, minacciate dal declino economico, da valori e atteggiamenti estranei ai loro modi di vita, dall’immigrazione.

Ciò è appena avvenuto negli Stati Uniti con la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali, una vittoria della destra populista contro la destra liberale. E sta avvenendo in Europa con l’emergere o il rafforzarsi di partiti populisti, prevalentemente a destra nello spettro politico. Alle origini sta un fenomeno che nessuno ha studiato con maggiore profondità di Karl Polanyi, in un libro scritto poco prima della fine della Seconda guerra mondiale, La grande trasformazione : un libro che costituisce l’integrazione necessaria, sul piano storico-sociale, delle critiche di Keynes all’economia classica, ai razionalizzatori teorici del fondamentalismo di mercato.


Come quelle di Keynes, le analisi di Polanyi avevano conosciuto un declino nella fase di maggior successo del neoliberismo e della globalizzazione, fino alla grande recessione del 2007-2008. E, come Keynes, Polanyi viene riscoperto in momenti di crisi: si veda il bel libro di Fred Block e Margaret Somers, The Power of Market Fundamentalism , non ancora tradotto in un Paese che pur traduce tutto. E allora si riscopre il fenomeno di cui dicevo, parte del grande lascito teorico di Polanyi: il «doppio movimento».

Una società non può stare insieme sulla base di soli rapporti di mercato: il tentativo di assoggettare a quella logica tutti i rapporti sociali, come avviene nelle fasi più dinamiche del capitalismo, è una utopia irrealizzabile e produce danni. Può produrre «contromovimenti» che vanno in direzione opposta, perché gli Stati, democratici o autoritari che siano, devono intervenire in difesa della coesione sociale, minacciata da una troppo radicale o troppo rapida alterazione delle condizioni di vita di gran parte dei cittadini. E questi contromovimenti, in circostanze internazionali avverse, possono sfociare in minacce serie alla democrazia liberale: così avvenne dopo la Prima guerra mondiale in molti Paesi, e solo l’interventismo keynesiano del secondo dopoguerra consentì di riconciliare il mercato con la democrazia.

Circostanze internazionali di forte conflitto inter-imperialistico concorsero a produrre gli esiti estremi che si realizzarono dopo la Prima guerra mondiale. Circostanze che, per fortuna, oggi non ricorrono. Ma il doppio movimento è ben visibile anche oggi e produce tensioni di cui, per ora e quasi ovunque, sembrano profittare soprattutto le destre. Anzi, sembra quasi che tra di esse si sia instaurato un perverso gioco di squadra. Prima la destra mercatista scatena gli spiriti animali del capitalismo sregolato, che poi creano crisi economiche e sofferenze sociali. A questo punto è la destra tradizionalista e nazionalista che prende la palla e indirizza l’opposizione sociale secondo i suoi valori e i suoi orientamenti: law and order , nativismo, xenofobia, opposizione ai valori liberali in fatto di sessualità e famiglia, ritorno all’isolamento comunitario.

Da questo gioco la sinistra sembra esclusa, salvo pochi casi eccezionali, come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Anche i 5 Stelle in Italia? Staremo a vedere, perché sinora i 5 Stelle non si sono dichiarati, non hanno scelto il campo di gioco. Prima o poi lo dovranno però fare, anche se non averlo fatto ha loro consentito di raccogliere tutti gli scontenti. Ma l’aspirazione all’onestà non è un programma che risponda alle grandi sfide dei nostri tempi e non reggerebbe alla prova del governo.


Perché la sinistra non prende palla? Il motivo di fondo mi sembra questo: avendo rinunciato al grande programma utopico del suo lontano passato, avendo accettato un orizzonte capitalistico, l’unico programma al quale può ricorrere è quello socialdemocratico del passato recente, dei trent’anni gloriosi del secondo dopoguerra. Ma il grande successo politico di quel programma dipendeva anzitutto dal prevalere di condizioni di egemonia mondiale indiscussa degli Stati Uniti e, a Washington, dal predominio di forze politiche orientate a una liberalizzazione fortemente controllata: il regime di Bretton Woods è stato questo. E dipendeva inoltre da condizioni estremamente favorevoli alla crescita e all’occupazione nei Paesi inseriti nell’orbita americana, tutti alle soglie della rivoluzione industriale fordista-taylorista che già aveva avuto luogo negli Usa.

Non è più così e anche Paesi che seguissero un orientamento socialdemocratico, nelle attuali condizioni internazionali di globalizzazione neoliberale, andrebbero incontro a una crescita assai più modesta e a un continuo sforzo per trasformare economia e istituzioni in modo sempre più efficiente e competitivo. Non certo una buona notizia per le regioni, le imprese e i lavoratori più deboli.

In queste condizioni sarebbe quasi un miracolo se la sinistra potesse prevalere da sola a livello nazionale. Contro gli orientamenti internazionali del capitalismo, essa può fare assai poco. Di più potrebbe fare in Europa, se l’Ue non fosse, sotto l’egemonia tedesca, una cinghia di trasmissione del neoliberismo che prevale a livello mondiale. E a livello nazionale la pressione dei movimenti populisti, che fanno leva sulle sofferenze, la rabbia e la domanda di protezione dei ceti più deboli, rimarrà molto forte: la loro offerta politica è ingannevole, ma semplice e non imitabile dalla sinistra, se questa non snatura del tutto i suoi valori.

Un’alternativa possibile, non certo entusiasmante per i conflitti programmatici che essa provoca, è un’alleanza contro i populismi tra la sinistra socialdemocratica e le forze più moderate e liberali della destra. Questa alleanza funziona da tempo in Germania sotto la leadership della cancelliera Merkel e funzionerà in Francia con l’appoggio della sinistra a un candidato presidenziale della destra liberale. Col governo Rajoy la si tenta ora in Spagna. Con rapporti di forza invertiti sarà forse inevitabile adottarla domani in Italia.


Il Corriere della sera/ La Lettura – 27 novembre 2016

martedì 29 novembre 2016

Omaggio a Libereso


lunedì 28 novembre 2016

sabato 26 novembre 2016

Da una Liguria devastata. Francesco Biamonti, l'uomo e l'acqua


Il giorno dopo che una nuova disastrosa alluvione ha sconvolto il Ponente ligure riprendiamo due interventi di Francesco Biamonti. Una testimonianza e un testamento che ci ricordano come la scrittura sia prima di tutto comprensione e dunque impegno civile.

Francesco Biamonti. L'uomo e l'acqua


Dal vecchio frantoio, Biamonti si è messo a guardare la pioggia a scrosci, il torrente che rompe gli argini, i ponti che cadono giù, il mare che "si prepara a riprendersi lo spazio che gli hanno tolto". Se lo aspettava. Era la sua "attesa sul mare". Perché "l' Angelo del Progresso vuole sempre più vittime". Il suo racconto del disasrro, scorre via senza enfasi, con un cinismo d' amore verso la sua terra, e di disprezzo per chi l' ha violata. Sta piovendo adesso? "Ora no"

Una alluvione ogni due settimane, mai successo, nelle colline di Ventimiglia. Se lo aspettava? "Doveva succedere, prima o poi". Lei guardava la pioggia, le frane, che cosa provava? Rabbia? "Rabbia? No, forse uno stupore momentaneo, ma era logico che succedesse. I danni? Non sono così gravi, qui c' è un torrente, il Verbone, che non è il Mississipi o il Rio della Plata, è un ruscello da niente, ma gli hanno tolto il greto...".

Nei suoi libri, descrive sempre la sua terra, parla del profumo d' assenzio e d' ulivo. Com' è adesso? "Sono rimasti lì, assenzio e ulivo. Al loro posto. La macchia mediterranea ha retto. Non resistono le stupidaggini degli uomini. Il maltempo arriva e va via, anche a San Biagio, non è stato tanto tremendo. Il paesaggio l' avevano già stravolto, almeno più giù a valle. Quassù hanno levato gli eucaliptus, non era necessario". Perché? "Così, hanno esposto i muri alla violenza del tempo".


E il mare? "Gli hanno mangiato gli arenili. Hanno tolto spazio al mare, per costruire le passegiate da turisti, con le speculazioni. E il mare, prima o dopo, quello spazio se lo riprende". Siete rimasti isolati, voi a San Biagio. "Per un giorno, isolati e senza luce". Biamonti, perché è successo? "Da noi le colline sono fragilissime e coperte da uno strato di rocce. Ora, alle colline, è arrivato addosso un peso enorme. E io ne aspetto altri". Tutta colpa dell' uomo? "Una volta il lavoro dell' uomo era positivo, si costruivano terrazze da zero fino a ottocento metri. Adesso le colline sono state cementificate, sopportano quel peso. E' una casualità che non sia successo prima, dovevamo aspettarcelo, era un voler chiudere gli occhi".  


(Da un'intervista del 15 novembre 2000 a La Repubblica)


L'uomo e l'acqua

Si chiama  "L'uomo e l'acqua", il docu-film di Francesco Biamonti,  grande scrittore ligure di San Biagio della Cima (IM), realizzato dopo l'alluvione del 2000: tragedia che ferì il Ponente ligure, da Albenga fino al confine. Bordighera, Vallecrosia, Soldano, San Biagio della Cima furono colpite da frane ed esondazioni dei torrenti. 

Si tratta di un documentario-intervista, poco conosciuto, in cui lo scrittore raccontava del fragile territorio di Liguria: Biamonti, a partire da quella terribile esperienza, che aveva visto avverarsi le previsioni da lui fatte a partire dagli anni '70, riflette sulla fragilità del territorio ligure, sull'urbanizzazione selvaggia e il consumo di suolo, sulle coltivazioni in serra e sull'abbandono delle campagne, sugli interventi non fatti e sulla mancata regimentazione delle acque. 

Una testimonianza accorata e lucida di grande interesse non solo perché sottolinea il legame di Biamonti col proprio territorio, ma anche perché mette in evidenza come un uomo di lettere e scrittore avesse osservato e studiato in modo approfondito questo territorio e le sue trasformazioni degli ultimi 50 anni e fosse in grado non solo di fornire una lucida analisi sulle cause del disastro, ma anche di proporre soluzioni, anche pratiche, e percorsi di corretta gestione del territorio. 

Francesco Biamonti, scomparso nel 2001 è stato ed è una bandiera di una Liguria fragile, racchiusa fra mare e collina: una Liguria di "frontiera", dell'estremo Ponente, che lo scrittore  ha saputo raccontare e romanzare con grande passione e lirismo, trasmettendo al lettore emozioni, profumi, il rumore del vento e delle onde, con una bravura assoluta. Tanti gli interventi di Biamonti sul "paesaggio perduto" conosciuto dalle diverse generazioni,una sorta di Eden, raccontava, che gli uomini e, soprattutto gli scrittori, hanno bisogno di ricostruire, sia pure solo immaginandolo col pensiero".

Come grappoli d'uva... Il corpo delle donne nei conflitti


E' morto Fidel Castro


E' morto Fidel Castro, un mito per la nostra generazione e un punto di riferimento. Poi con gli anni e una maggiore consapevolezza il giudizio si è stemperato, sono aumentate le ombre come la persecuzione degli anarchici e dei trotskisti, gli omosessuali inviati nei campi di rieducazione, le epurazioni interne al regime con tanto di processi e fucilazioni, la repressione del dissenso. Ma per un giudizio storico meditato c'è tempo, oggi ci piace ricordarlo nel 1953 giovane intellettuale libertario rivendicare davanti ai giudici della dittatura il diritto degli oppressi alla ribellione.


Fidel Castro

La storia mi assolverà

Cuba sta soffrendo un crudele e ignobile dispotismo e voi non ignorate che la resistenza di fronte al dispotismo e' legittima; questo e' un principio universalmente riconosciuto e la nostra Costituzione del 1940 lo consacro' espressamente nell'articolo 40: "E' legittima la resistenza adeguata per la protezione dei diritti individuali garantiti anteriormente"  [...] Il diritto di insurrezione dinanzi alla tirannia e' uno di quei principi che, sia o no incluso nella Costituzione Giuridica, ha sempre piena vigenza in una societa' democratica.[...]

Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, Signori Giudici, e' stato riconosciuto dalla piu' lontana antichita' sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze. Nelle monarchie teocratiche della piu' remota antichita' in Cina, era praticamente un principio costituzionale che quando il re governasse in modo turpe e dispotico, fosse deposto e rimpiazzato da un principe virtuoso.



I pensatori dell'antica India impararono la resistenza attiva contro gli arbitri dell'autorita'. Giustificarono la rivoluzione e tradussero molte volte le proprie teorie in pratica. [...]

San Tommaso di Aquino, nella "Summa Theologica" rifiuto' la dottrina della tirannide, e sostenne, senza dubbio, la tesi che i tiranni devono essere deposti dal popolo.
Martin Lutero proclamo' che quando il governo degenera in tirannide ferendo la legge, i sudditi sono liberati dal dovere dell'ubbidienza. [...]Calvino, il pensatore piu' notevole della Riforma dal punto di vista delle idee politiche, postula che il popolo ha diritto a prendere le armi per opponersi a qualsiasi usurpazione.

Niente meno che un gesuita spagnolo dell'epoca di Filippo II, Juan Mariana, nel suo libro "De Rege et Regis Institutione", afferma che quando il governante usurpa il potere, o quando eletto, regge la vita pubblica in maniera tirannica, e' lecito l'assassinio [...] direttamente, o avvalendosi dell'inganno, con il minor disturbo possibile. […]



Gia' nel 1649 John Milton scrive che il potere politico risiede nel popolo, il quale puo' nominare o destituire i re […]

John Locke nel suo "Trattato di Governo" sostiene che quando si violano i diritti naturali dell'uomo, il popolo ha il diritto e il dovere di sopprimere o cambiare il governo: "L'unico rimedio contro la forza senza autorita' sta nell'opporre ad essa la forza". Jean Jacques Rousseau dice con molta eloquenza nel suo "Contratto Sociale": "Mentre un popolo si vede forzato a obbedire e obbedisce, fa bene; e non appena puo' strapparsi il giogo e se lo strappa, fa meglio, recuperando la sua liberta' con lo stesso diritto che gli e' stato tolto". [...]

Rinunciare alla propria liberta' e' rinunciare alla qualita' dell'uomo, ai diritti dell'umanita', e anche ai doveri. [...] Tale rinuncia e' incompatibile con la natura dell'uomo; e togliere tutta la liberta' alla volonta' e' togliere ogni moralita' alle azioni. […]

La famosa Dichiarazione Francese dei Diritti dell'Uomo lascio' alle generazioni future questo principio: "Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione e' per questo il piu' sacro dei diritti e il piu' imperioso dei doveri" "Quando una persona si impossessa della sovranita' deve essere condannata a morte dagli uomini liberi"


Credo di aver giustificato sufficientemente il mio punto di vista [...] Pero' c'e' una ragione che ci assiste piu' potente di tutte le altre: siamo cubani ed essere cubano implica un dovere, non compierlo e' un crimine ed un tradimento. Viviamo orgogliosi della storia della nostra patria; la apprendiamo a scuola e siamo cresciuti udendo parlare di liberta', di giustizia e di diritti. [...] Tutto questo apprendemmo e non lo dimenticheremo [...] Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofondera' l'Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno. [...]

Termino la mia difesa, pero' non lo faro' come fanno sempre tutti gli avvocati, chiedendo la liberta' del difeso; non posso chiederla quando i miei compagni stanno soffrendo nell'Isola dei Pini una prigionia ignobile. Inviatemi insieme a loro a condividere la loro sorte, e' concepibile che gli uomini che hanno onore siano morti o prigionieri in una repubblica dove e' presidente un criminale e un ladro.


Ai Signori Giudici, la mia sincera gratitudine per avermi permesso di esprimermi liberamente senza meschine coazioni [...] Resta tuttavia all'Udienza un problema piu' grave: qui stanno le cause iniziate per i settanta omicidi, cioe' per il piu' grande massacro che abbiamo conosciuto, e i colpevoli restano liberi con l'arma in mano che e' una minaccia perenne per la vita dei cittadini; se non cade sopra di essi tutto il peso della legge, per codardia o perche' ve lo impediscono, e non rinunciano in pieno tutti i giudici, io ho pieta' della vostra dignita' e compassione per la macchia senza precedenti che cadra' sopra il Potere Giuridico.

In quanto a me so che il carcere sara' duro come non lo e' mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, pero' non lo temo, cosi' come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei.

Condannatemi, non importa, la storia mi assolvera'.


Amore e lotta. La storia dei Weather Underground



Tradotto «Amore e Lotta», l'autobiografia di David Gilbert, per Mimesis. Tra comunismo e spinta libertaria, la vicenda del rivoluzionario americano in carcere da 36 anni.

Andrea Colombo

Weather Underground, una storia non solo americana

Se mai si dovesse scegliere un solo libro per raccontare cosa è stata la generazione rivoluzionaria del tardo Novecento, quali sentimenti la animavano, come pensava e come viveva, quel libro sarebbe Amore e Lotta (Mimesis, pp. 396, euro 26.00) di David Gilbert, pubblicato nel 2011 e tradotto ora da Giacomo Marchetti e Nora Gattiglia. Per quanto straordinariamente folta sia la pubblicistica in materia, forse nessun testo riesce a rendere lo spirito ribelle di quei tempi con la completezza e la vivacità, dunque con la veridicità, di questa autobiografia di un rivoluzionario in carcere da 36 anni.

Gilbert è stato arrestato il 20 ottobre 1980, dopo una rapina a un furgone blindato della Brinks finita con due poliziotti e una guardia di sicurezza uccisi. Il commando era composto da 6 membri della Black Liberation Army e da quattro ex militanti degli Weathermen Underground, tra cui Gilbert e la sua compagna Kathy Boudin, con la quale aveva appena avuto un figlio. Kathy Boudin è stata liberata nel 2003. Oggi, oltre a essere ancora impegnata politicamente , è professoressa alla Columbia.

    David Gilbert alla Columbia University, 1968

Del movimento dei ’60 e ’70 Gilbert registra e rievoca tutto: il fermento oggi quasi non immaginabile e la speranza altrettanto desueta, le ingenuità, le contraddizioni, le ragioni oggi negate, gli sbagli invece sempre ricordati ed esaltati. Descrive una parabola comune, nonostante le differenze tra Paese e Paese, a buona parte di quella generazione politica: le origini nella middle class, in questo caso una famiglia ebrea «progressista», il passaggio da un’appartenenza liberal ingenuamente ottimista al radicalismo rivoluzionario, veicolato nel suo caso dalla conoscenza diretta del colonialismo interno ad Harlem e poi dal Vietnam.

Gli anni del movimento montante, con quell’amalgama tra comunismo e spinta libertaria, tra marxismo e rock’n’roll, che a riguardarla pare impossibile e invece, per qualche miracolo irripetibile, per un po’ riuscì a funzionare.

Il percorso politico di Gilbert e dell’Sds, l’organizzazione radicale dalla quale sarebbero nati gli Weather, si sviluppa e muta nel tempo. La condizionano e ne modificano i tratti essenziali il rapporto con il Black Panther Party, individuato come soggetto guida del Movimento rivoluzionario, poi quello con il femminismo che costringe tutti a fare i conti con se stessi.

Non è una storia solo americana: il tentativo di coniugare la militanza rivoluzionaria con uno stile di vita coerente sarebbe stato siglato qualche anno più tardi, da noi, dallo slogan «Il personale è politico». Il dibattito tra il militarismo di chi scommetteva sull’egemonia del soggetto armato e il movimentismo di chi voleva invece mettere le armi al servizio del movimento di massa è identico a quello che si svolse anche in Italia.

Per altri versi però è una storia americana: negli Usa il Movimento si trovava nel cuore dell’impero e dovette misurarsi subito con l’assenza di una soggettività operaia combattiva. Gilbert applicava quindi una rivisitazione in chiave fortemente terzomondista del marxismo, che accentuava la valenza delle lotte di liberazione nazionale e, sul piano interno, puntava soprattutto sulla guerra delle minoranze contro il colonialismo interno.

Gli Weather tentarono di ovviare alla assenza di una sponda nella maggioranza bianca individuando nei giovani in quanto tali un soggetto rivoluzionario in sé. L’illusione ottica poteva essere comprensibile nell’epoca breve della Woodstock Nation, ma si sarebbe presto rivelata esiziale. La fine della guerra del Vietnam, dopo che il Black Panther Party era stato sgominato dalle esecuzioni e dalle manovre torbide del Cointelpro (Counter Intelliogence Program), segnò il tramonto della spinta rivoluzionaria. Gilbert e Kathy Boudin furono tra quelli che non si arresero e tentarono di proseguire la lotta armata, in un contesto segnato dalla sconfitta. Non si sono arresi neppure oggi. Il libro di Gilbert non è una memoria nostalgica ma la testimonianza di un rivoluzionario convinto che la battaglia sia tutta ancora aperta e che pertanto ritiene fondamentale imparare dagli errori.

Gli Weather sono stati il grande rimosso della storia americana recente. Per gli Usa il trauma di un gruppo rivoluzionario bianco che per la prima volta prendeva le armi contro lo Stato fu profondissimo. Dopo oltre vent’anni di silenzio ne avevano iniziato a parlare, da punti di vista opposti, Philip Roth e Stephen King rispettivamente in Pastorale americana e Cuori in Atlantide. Molto più specifico il bellissimo romanzo di Neil Gordon La regola del silenzio-The Company You Keep, del 2003, portato sullo schermo da Robert Redford 9 anni dopo.


La svolta è arrivata col film-documentario del 2002 The Weather Underground, candidato all’Oscar . Da quel momento la vicenda degli Weather ha cominciato a emergere dal sottosuolo in cui era stata sepolta. Molti leader erano già liberi, soprattutto perché le prove contro di loro erano state raccolte in modo illegale nel quadro del Cointelpro. Nel 2009 Bill Ayers, uno dei principali leader dell’organizzazione, ha pubblicato Fugitive Days, tradotto in italiano qualche mese fa da Derive/Approdi, poi anche David Gilbert, su spinta del figlio Chesa Boudin, ha accettato di raccontare la sua storia. Adesso che la vicenda degli Weather è uscita dall’oblio, sarà ora che qualcuno chieda di far uscire di galera anche David Gilbert?


Il Manifesto – 9 novembre 2016

venerdì 25 novembre 2016

STOP violenza sulle donne



Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Aderiamo a modo nostro con un brano di Fenoglio. Sono passati sessant'anni da queste righe ma il modo di pensare descritto nel racconto ancora per troppi uomini non è cambiato.

Beppe Fenoglio

La sposa bambina

Arrivarono a Savona verso mezzogiorno.

Lo sposo disse: – Quello lì davanti è il mare, – che Catinina già ci aveva affogati gli occhi.
– Che bestione, – diceva Catinina del mare, – che bestione!

Tutte le volte che pascolava le pecore degli altri in qualche prato sotto la strada del mare e sentiva d’un tratto sonagliere, si arrampicava sempre sull’orlo della strada e da lì guardava venire, passare e lontanarsi i carrettieri e le loro bestie in cammino verso il mare con grandi carichi di vino e di farine. Qualche volta li vedeva anche al ritorno, coi carri adesso pieni di vetri di Carcare e di Altare e di stoviglie d’Albisola, e si appostava per fissare i carrettieri negli occhi, se ritenevano l’immagine del mare.

Ora se lo stava godendo da due passi il mare, ma lo sposo le calò una mano sulla spalla e si fece accompagnare a stallare la bestia. Ma poi le fece vedere un po’ di porto e poi prendere un caffellatte con le paste di meliga. Dopodiché andarono a trovare un parente di lui.

Questo parente stava dalla parte di Savona verso il monte e a Catinina rincresceva il sangue del cuore distanziarsi dal mare fino a non avercene nemmeno più una goccia sotto gli occhi.
Ce ne volle, ma alla fine trovarono quel parente. Era un uomo vecchiotto ma ancora galante, e quando si vide alla porta i due ragazzi sposati fece subito venire vino bianco e paste alla crema ed anche dei vicini, ridicoli come lui.

Mangiarono, bevettero e cantarono. Catinina in quel buonumore prese a snodarsi e a rider di gola e ad ammiccare come una donna fatta, e teneva bene testa al parente galante ed ai suoi soci; lo sposo le era uscito di mente ed anche dagli occhi, non lo vedeva, seduto immobile, che pativa a bocca stretta e col bicchiere sempre pieno posato in terra fra i due piedi.

Quando si ritirarono per la notte in una stanza trovata dal parente, allora riempì di schiaffi la faccia a Catinina. E nient’altro, tanto Catinina non era ancora sviluppata.



Al mattino Catinina aveva per tutto il viso delle macchie gialle con un’ombra di nero, lo sposo venne a sfiorargliele con le dita e poi scoppiò a piangere. Proprio niente disse o fece Catinina per sollevarlo, gli disse solo che voleva tornare a Murazzano. E sì che si sarebbe fermata un altro giorno tanto volentieri per via di quel parente così ridicolo, ma ora sapeva cosa le costava il buonumore, e poi il mare le diceva molto meno.

Lo sposo caricò in fretta i suoi stracci, la fece sedere sul molle e tornarono.
La mattina dopo, il panettiere di Murazzano, che si levava sempre il primo di tutto il paese, uscito in strada a veder com’era il cielo di quel nuovo giorno, trovò Catinina seduta sul selciato e con le spalle contro il muro tiepido del suo forno.

– Ma sei Catinina? Sei proprio Catinina. E cosa fai lì, a quest’ora della mattina?
Lei gli scrollò le spalle.
– Cosa fai lì, Catinina? E non scrollarmi le spalle. Perché non sei col tuo uomo?
– Me no di sicuro!
– Perché te no?
Allora Catinina alzò la voce. – Io non ci voglio più stare con quello là che mi dà del voi!
– Ma come non ci vuoi più stare? Invece devi stargli insieme, e per sempre. È la legge.
– Che legge?

– O Madonna bella e buona, la legge del matrimonio!  

Tutto Malerba voci e pensieri delle galline


I romanzi sperimentali, le storie comiche e quelle di ambientazione medievale. Mondadori raccoglie in un Meridiano (dal prezzo vergognosamente proibitivo) tutte le opere di Luigi Malerba.

Paolo Mauri

Tutto Malerba voci e pensieri delle galline

La prima notizia su Luigi Malerba me la diede tanti anni fa la quarta di copertina del suo libro di esordio, "La scoperta dell'alfabeto". C'era scritto: «Luigi Malerba vive fra Roma e Parma. A Roma scrive per il cinema e la televisione; a Parma fa l'agricoltore». In effetti i racconti della "Scoperta", che uscì nel '63 e io lessi qualche anno dopo, erano tutti dedicati ai contadini della campagna parmigiana, ai loro tic, alle loro manie, al loro modo di pensare spesso paradossale, ma ancor di più erano dedicati alla terra e alla campagna che ormai veniva sempre più abbandonata, finché i casolari non cascavano a pezzi e i campi si riempivano di rovi.

Sparivano i contadini e gli attrezzi per il lavoro arrugginivano e con loro le parole che servivano a nominarli. Malerba dedicò un libro a quelle "Parole abbandonate" che riguardavano sempre la campagna parmigiana. Intanto, quando lo conobbi, si era comprato una campagna più comoda da frequentare negli immediati dintorni di Orvieto. Otto ettari che davano grano, frutta, ortaggi. C'era anche una discreta produzione di vino e di grappa. Sulle etichette della grappa Malerba aveva fatto scrivere «Distillata clandestinamente nel podere di…» perché la legge vieta di farsi la grappa in proprio. «Sono l'unico scrittore che ha dedicato un libro alle galline », disse una volta Malerba in un'intervista. Di più: le galline di Malerba sono delle vere intellettuali e non per nulla, nel titolo, le definisce «pensierose».


Malerba ha cominciato a pubblicare quando è nato il Gruppo 63: aveva già più di trent'anni. Prima, quando di anni ne aveva poco più di venti, aveva diretto un film, Donne e soldati, dove aveva fatto recitare Marco Ferreri e Gaia Servadio, mettendo in scena un Medioevo ribaldo e grottesco che suggerì poi a Monicelli l'idea dell'Armata Brancaleone e si era trasferito a Roma per occuparsi di pubblicità.

Chi prende in mano il Meridiano Mondadori dedicato ai romanzi e racconti di Malerba troverà i dettagli della sua vita ricostruiti molto bene da Giovanni Ronchini (sue sono anche le accurate notizie sui testi) mentre Walter Pedullà, nell'introduzione (un saggio denso e insieme aperto) analizza e interroga una scrittura che sfugge alle definizioni ed è spesso mobile e imprendibile.

Contraddizioni e paradossi del reale sono la chiave di volta della narrativa malerbiana. Il vecchio contadino Ambanelli nella Scoperta dell'alfabeto impara a scrivere dal figlio del padrone, ma se accetta il fatto che la prima lettera sia una "a" si ribella all'idea che la seconda sia una "b". Chi lo ha stabilito? E che utilità ha la "b" dopo la "a"? Quando il ragazzo che cerca di istruirlo gli propone come seconda lettera la "m", per insegnargli a fare la propria firma, Ambanelli è soddisfatto: finalmente si ragiona!

Malerba usa dunque la scrittura per investigare il reale, sottoponendo ciò che accade (o meglio ciò che la scrittura fa accadere) a un esame stringente, salvo poi denunciare la scrittura stessa come artefice di realtà che non esistono. Nel Serpente (1966) accadono stravaganze di ogni genere e il protagonista, che fa il commerciante di francobolli a Roma in via Arenula, inventa addirittura il canto mentale nel quale non ha ovviamente rivali. Ma non inventa solo quello: prigioniero delle parole, costruisce nella sua testa un romanzo (appunto Il serpente) con una moglie, Miriam, che lo ossessiona e che alla fine diventerà un cadavere. Ma può diventare un cadavere una donna che non esiste?


Anche in Salto mortale (1968) c'è un cadavere nel mezzo della pianura di Pavona, nei pressi della capitale, e c'è un tale Giuseppe detto Giuseppe sospettato di assassinio. Un giallo? Del giallo Malerba riutilizza alcuni elementi tecnici, ma protagonista di questa storia è ancora una volta la scrittura che stavolta si avvolge attorno agli uomini e alle cose con un ritmo crescente creando dei veri e propri vortici di senso. «È meglio tenersi alla larga dalla polizia, con lei non ci voglio avere a che fare. Quasi quasi ritorno indietro cioè non ci sono mai passato su quel prato… È successo qualcosa? Io non ne so niente…». Un giorno Malerba prese una pagina di Salto mortale divise con gli a capo le frasi e pubblicò il risultato su Nuovi Argomenti: il testo era diventato una poesia, perché il ritmo c'era. «Speravo che qualcuno se ne accorgesse», aveva poi commentato e invece niente.

Cultore del comico freddo alla Buster Keaton, Malerba ha molto frequentato il Medioevo (anche quello bizantino) con storie che talvolta diventavano storiacce di sberleffi e soprusi come nel Pataffio che è scritto in lingua maccheronica, mezzo italiana e mezzo latina e che gira intorno alla gran fame che affliggeva il mondo nei tempi di carestia. È ancora una volta la campagna a farla da protagonista, anche se Malerba, fin dal Serpente e poi nel Protagonista ha scelto Roma come luogo privilegiato delle sue narrazioni. Anzi, in un libro ancora una volta sperimentale, quel Diario di un sognatore in cui registrò i sogni di un intero anno, c'è anche il sogno in cui teme che a forza di guardarlo il panorama del Gianicolo si consumi.


Alcuni anni fa, recensendo su queste pagine Fantasmi romani notavo come Malerba non rinunciasse a mettere in forse la tradizione, sperimentando sulle strutture anche se, con Roth, accettava con riserva il postulato che il romanzo fosse eterno come la borghesia. Fantasmi romani irride agli schemi di una esistenza borghese immaginando una coppia che sta in piedi solo a patto di continue finzioni: lui e lei si tradiscono regolarmente e tutto si ripete in una routine estenuante in cui ogni situazione non è che il doppio di un'altra. Dunque, quale romanzo? E quale borghesia?

Oggi le domande non sono gradite perché disturbano il mercato e dunque c'è poco da discutere. Ricordo ancora il Convegno di Orvieto, organizzato da Malerba e altri amici negli anni Settanta, quando Manganelli replicava ai detrattori della letteratura gridando: voi dite che la letteratura è merda ebbene io vi dico che a me la merda piace. Manganelli, come Malerba, difendeva un'idea di letteratura niente affatto pacifica. Proprio in quel convegno Toti Scialoja aveva creato i versi poi diventati celebri: «Il sogno segreto / dei corvi di Orvieto / è mettere a morte / i corvi di Orte».

La Repubblica – 14 novembre 2016


Luigi Malerba
Romanzi e racconti
Meridiani Mondadori
euro 80


Dopo le bombe arrivò la violenza diffusa «all'italiana».



Quella sera a Milano era caldo” di Marco Grispigni riscrive la storia degli anni di piombo a partire dalla strage di Piazza Fontana.

Andrea Colombo

Dopo le bombe arrivò la violenza diffusa «all'italiana».

Perché in Italia? Perché solo in Italia? Si allude all’uso massiccio della violenza negli anni ’70 e le domande che si pone Marco Grispigni in Quella sera a Milano era caldo (manifestolibri, pp.188, euro 16) sono ancora in cerca di risposte. Non che quella fase storica si esaurisca davvero, come molti fingono di credere, in un’esplosione di violenza, la quale anzi non costituisce affatto l’aspetto più eminente del decennio ribelle. Ma è anche vero che il nodo della violenza non è eludibile.

Grispigni prova ad affrontare il tema con ottica diversa da quella delle moltissime pubblicazioni che si sono già esercitate sul tema: allarga infatti il campo d’osservazione nel tempo e nello spazio invece di centrare l’obiettivo, come d’uso, su questo o quell’aspetto specifico. Dunque non parte dal ’68 ma considera la presenza della violenza, sia nella pratica che nel discorso politico, anche nei decenni precedenti. Snoda la sua analisi comparando il caso italiano con quello degli altri Paesi occidentali, in particolare con quello che registrava allora la situazione di partenza più simile, la Francia. Dedica inoltre uno spazio decisamente più ampio del solito alle tattiche cangianti nel tempo adottate dalle forze dell’ordine.

Per prima cosa l’autore cerca di sgombrare il campo dalle tesi esplicative più frequentemente adottate dalla fluviale saggistica in materia: la inusuale «lunghezza» della fase di mobilitazione in Italia e la presenza determinante, da noi, del marxismo. Quelle due risposte, per Grispigni, non possono rendere ragione del caso italiano in quanto frutto di una convinzione diffusa ma inesatta.


Non è affatto vero che in Europa il movimento si sia limitato alla sollevazione del maggio ’68 in Francia o alla rivolta seguita all’attentato contro Rudi Dutschke nella primavera ’68 nella Germania ovest. I movimenti sono durati a lungo anche lì, senza raggiungere il livello diffuso di violenza riscontrato da noi. Ancor più destituita di fondamento è l’idea che solo nella penisola l’ideologia marxista potesse vantare una presa così salda. La verità è opposta. Persino negli Usa, in quella fase, il marxismo era punto di riferimento sia nel movimento giovanile che in quello dei neri.

L’elemento determinante e scatenante, quello che rende il quadro italiano diverso dagli altri e forza in direzione della violenza, sono per Grispigni le stragi. L’autore non è così ingenuo da immaginare una regia unitaria dietro i sanguinosi attentati del 1969-74. Ritiene che la prima strage veda effettivamente coinvolgimenti dello Stato e che le altre siano piuttosto una reazione al tentativo dello Stato di sganciarsi da quelle relazioni.

Ma nel complesso sono le bombe prima, e l’offensiva neofascista che alle bombe fa seguito poi, a creare le condizioni ambientali indispensabili per una violenza diffusa che raggiungerà il massimo livello quando nella seconda metà del decennio l’unità nazionale, l’accordo Pci-Dc, chiuderà ogni residuo spazio politico per i movimenti di massa.


Il Manifesto – 15 novembre 2016

giovedì 24 novembre 2016

"L'ex alunno" al Teatro Sacco di Savona


SABATO 26 NOVEMBRE ORE 21.00
DOMENICA 27 NOVEMBRE ORE 16.30
ANTICO TEATRO SACCO  
SAVONA

Regia di Lazzaro Calcagno e Giovanni Mosca
Con: Lazzaro Calcagno, Antonio Carlucci, Alessio Dalmazzone, Giovanni Mosca, Manuela Salviati.
Assistente alla regia: Sara Damonte
Scenografia: Gaia Sommariva
Luci: Andrea Salviati e Sara Damonte


Commedia brillante scritta nel 1941 dal celebre umorista Giovanni Mosca (1908-1983) e adattata per i giorni nostri da Giovanni Mosca, giornalista e nipote dell'autore, e dal direttore artistico del Il Sipario Strappato Lazzaro Calcagno, che ne firmano insieme anche la regia.

L'EX ALUNNO mette in scena le vicende del professor Mornese, grigio insegnante di provincia, sposato alla giovane e sognatrice Evelina. 
Un pomeriggio, mentre il professore è impegnato con un ispettore scolastico, si presenta alla porta un prestante poeta che dichiara di essere un ex alunno del professore, ma che in realtà ha ben altre mire…
La commedia affronta il tema del tradimento e del rapporto tra i poeti romantici e quelli moderni come in un duello tra generazioni diverse.
In un continuo gioco di ironici colpi di scena, L'EX ALUNNO sorprende e  diverte  nei suoi tre atti e dove  la risata è a volte amara, anche perché, come diceva Mosca parafrasando Voltaire,"… è preferibile ridere pensando, che pensare solo a ridere".

INFO E PRENOTAZIONI:info@teatrosacco.com
tel: 3317739633 - 3286575729


La Bibbia quadriforme


Una edizione multilingue della Bibbia (ebraico, greco, italiano), per evitare il tradimento della traduzione.

Gianfranco Ravasi

La Bibbia si fa in quattro


Forse esagerava ma non aveva del tutto torto Karl Kraus quando nei suoi Detti e contraddetti affermava che «il linguaggio è la madre, non l’ancella del pensiero». E continuava: «Il linguaggio dev’essere la bacchetta del rabdomante che scopre sorgenti di pensiero». Proprio per questo lo studio di una lingua permette di leggere un testo – anche (e soprattutto) sacro – nella sua matrice originaria tematica e culturale, impedendo che – attraverso la versione – accada quello che Cervantes segnalava per ogni traduzione: «è come contemplare un arazzo dal retro».

Si spiega, così, il moltiplicarsi di strumenti che favoriscono l’approccio diretto al testo originale, anche attraverso i supporti informatici. Ad esempio, la società texana Silver Mountain Software già dal 1999 ha approntato le Bible Windows che si affacciano su tre orizzonti: l’analisi grammaticale dell’ebraico e del greco biblico; il dizionario ebraico-inglese e greco-inglese; la concordanza dei termini con un filtro grammaticale.


Se, invece, vogliamo fermarci alla carta stampata e a strumenti più “testuali” diretti, dobbiamo segnalare l’impresa messa in cantiere dalle edizioni Dehoniane di Bologna in una collana destinata a coprire tutti i 73 libri di cui si compone la Bibbia e intitolata suggestivamente “Doppio verso”, anche perché si hanno due copertine con testi rispettivamente capovolti. L’uno è riservato all’originale ebraico o greco di un libro biblico nel quale ogni parola ha la sua versione italiana interlineare quasi a ricalco letterale; l’altra sezione del volume offre, invece, una traduzione dello stesso libro biblico in modo continuo secondo la versione della Conferenza Episcopale Italiana (2008), accompagnata dall’apparato di introduzioni e di note desunte dalla ormai famosa “Bibbia di Gerusalemme”. Ad eseguire con pazienza certosina questa impresa è Roberto Reggi, un teologo che ha consacrato anni a questa operazione di fedeltà alla Parola sacra espressa nelle parole umane.

Ora, ha messo in cantiere un nuovo modulo analitico intitolato “La Bibbia quadriforme” e l’ha applicato a due libri biblici tra i più usati nella storia giudaica e cristiana, cioè la Genesi e i Salmi. La tetralogia che regge le doppie pagine di questa opera è facilmente comprensibile: al testo ebraico masoretico (cioè approntato dalla tradizione rabbinica con la vocalizzazione e altri segni di lettura), accompagnato sempre dall’interlineare italiano, si appaia l’antica versione greca detta dei “Settanta”, anch’essa sostenuta dall’interlineare italiano; infine, in calce si offrono la versione latina dei Salmi – secondo la cosiddetta Neovulgata, elaborata sulla base della celebre Vulgata di s. Girolamo, dopo il Concilio Vaticano II – e naturalmente la citata traduzione CEI. In sintesi, nei bifogli vivono in armonia e, in alcuni casi in contrappunto, i testi ebraico, greco, latino, italiano.


È questa una via per venir incontro al desiderio di molti di avere un approccio diretto alle Scritture, scoprendone le matrici primigenie in modo accurato e filologico, un desiderio – e lo affermo per esperienza personale – che sboccia anche in molti “laici” che, pur non considerando la Bibbia un testo “ispirato” da Dio, sono consapevoli della sua realtà di “grande codice” della cultura occidentale.

Ovviamente questi sussidi linguistici sono fondamentali per la teologia e, attraverso essi, si spera di superare quel vuoto indotto da una scuola superiore sempre più incline a soffocare le radici umanistiche classiche, un vuoto che, conseguentemente, si ripercuote sulle stesse scuole teologiche i cui alunni sono spesso estranei al contatto coi testi originali sacri ed ecclesiali. La giovanissima carmelitana s. Teresa di Lisieux (1873-97), in un’epoca in cui gli studi teologici erano preclusi al mondo femminile, confessava: «Se io fossi stata prete, avrei studiato a fondo l’ebraico e il greco così da conoscere il pensiero divino come Dio si degnò di esprimerlo nel nostro linguaggio umano».

Per fortuna ora c’è un manipolo molto fitto e qualificato di teologhe ed esegete che possono, ad esempio, elaborare quel commentario ai quattro Vangeli pubblicato dall’editrice Ancora di Milano lo scorso anno (del quale abbiamo dato conto su queste pagine), accompagnandolo con la battuta “Le donne prendono la Parola” con evidente doppio senso... Inoltre si deve segnalare che paradossalmente questa fedeltà paziente e amorosa alla lettera è un antidoto al fondamentalismo letteralista, quello che san Paolo bollava con la frase lapidaria: «La lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» (2Corinzi 3,6).

Infatti, l’accurata definizione delle singole parole svela non solo la necessità di coordinarle in un contesto, ma ne mostra anche la molteplicità delle iridescenze semantiche che le versioni cercano di recuperare e, quindi, suggeriscono la necessità dell’interpretazione. Questo processo è ignorato dai movimenti fondamentalistici di ogni religione che usano le parole sacre come pietre avulse dal contesto e dalla loro complessità strutturale e le scagliano come aeroliti sacrali contro gli altri (talora anche in senso fisico e non solo metaforico).


Proprio per questo la collana “Doppio verso”, dopo aver puntato l’obiettivo sulle singole parole vedendole come cellule viventi di un textus, cioè di un tessuto di significati specifici che si aprono a un significato globale, propone la versione unitaria commentata, cioè interpretata nella sua totalità. Aveva ragione Victor Hugo quando dichiarava che le mot est un être vivant, una realtà vivente che non può essere scarnificata dal corpo in cui è inserita e non può essere isolata dalla vitalità che sparge attorno a sé.

Infine, per stare ancora nell’orizzonte della letteratura francese, dobbiamo riconoscere che on a boulversé la terre avec des mots, come scriveva Alfred de Musset. Sì, attraverso le parole è stata ed è spesso sconvolta la terra e insanguinata la storia, come purtroppo sperimentiamo nella cronaca odierna; ma con la potenza delle parole si è anche trasformata, fecondata, trasfigurata la vicenda di tanti uomini, donne e popoli.


Il Sole 24 Ore – 23 pttobre 2016