TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 7 gennaio 2017

Abitare come fratelli insieme. Regole monastiche d’occidente



Il monachesimo è stato un fenomeno fondamentale nel processo di costruzione dell'Occidente e non solo sul piano storico. Fu anche infatti uno straordinario percorso spirituale. Un volume edito a cura della comunità di Bose raccoglie le regole degli ordini monastici maschili.



Gianfranco Ravasi s.j.

Regole monastiche dell’Occidente


Tempo fa ho ricevuto da un amico che vive in Germania il volume di un a me ignoto filosofo coreano, Byung-Chul Han, segnato da un titolo enigmatico Duft der Zeit, ossia «il profumo del tempo», accompagnato da un sottotitolo più esplicativo e comprensibile, Ein philosophischer Essay zur Kunst des Verweilens, un saggio dedicato dunque all’«arte del soffermarsi, dell’attardarsi, del sostare». Lessi allora qualche capitolo e annotai una frase suggestiva, costruita sulla bipolarità semantica del termine greco pnéuma, che significa sia soffio, vento, respiro sia spirito: «Chi perde il respiro, perde anche lo spirito», per cui – continuava il filosofo coreano – noi viviamo ora in un tempo di assoluta “dispnea”.

Mi è venuto in mente questo saggio (che mi si dice verrà tradotto prossimamente in italiano da Vita e Pensiero) sfogliando e centellinando qua e là l’imponente raccolta di Regole monastiche d’occidente approntata con tutti i crismi del rigore critico da Cecilia Falchini, una monaca di Bose, la comunità diretta da Enzo Bianchi. È lui che prende per mano, attraverso una nitida introduzione, il lettore per non lasciarlo smarrire in una vera e propria foresta testuale. Perché evocavo «il profumo del tempo»? Proprio perché la contemplazione e il silenzio che aleggiano in queste pagine sono una vera e propria esercitazione a ritrovare il respiro del corpo e lo spirito dell’anima, “soffermandosi” ad aspirare l'aroma delle ore e dei giorni.

Il titolo della raccolta mette in luce, però, un’altra dimensione di questo piccolo oceano di scritti, a prima vista alternativa rispetto alla solitudine (“monaco” deriva da mónos, “solo, unico”), cioè la vita cenobitica che, come indica la matrice greca, suppone invece una vita (bíos) condotta in comune (koinós). La titolatura, infatti, è una citazione biblica: «Abitare come fratelli insieme». È la resa dell’ebraico shebet ’ahîm gam-jahad del primo versetto del Salmo 133, una deliziosa miniatura fatta nell’originale di sole 37 parole, ove forse si descrive (o si auspica) l’armonia tra i membri della comunità sacerdotale che guida il culto nel tempio di Gerusalemme. Uno stare insieme che, se veramente fraterno, sarebbe tôb e na’îm, ossia “buono/bello” e “affascinante/delizioso”.

Cosa che non sempre e facilmente si realizzava, stando a queste regole monastiche, se esse dovevano premurarsi di denunciare il rischio dell’avarizia, della lussuria, della collera, dell’invidia, della maldicenza e mormorazione, dell’ozio, della superbia e così via, preoccupandosi persino delle questioni concrete connesse al lavoro, alla cucina, all’igiene, al riso sguaiato, alla condanna della caccia e ad altro ancora. Ed è proprio questa concretezza – che potrà stupire coloro che immaginano i monasteri come piste di decollo verso cieli mistici – a permettere che l’aria spirituale sia pura e le grandi colonne che sostengono l’architettura interiore della comunità siano ben solide. Si tratta di quei pilastri che vengono descritti in tanti modi in queste pagine ma che sono costanti, come la preghiera, la povertà e la condivisione dei beni, l’obbedienza, il celibato, la lettura, il lavoro, l’ospitalità.



Il cuore pulsante del cenobio è, comunque, Cristo, il suo Vangelo, che è l’anima di tutte le regole, la liturgia, l’amore fraterno. Leggendo questa vera e propria enciclopedia dell’anima che dal IV secolo fino al VII vede svilupparsi almeno una ventina di regole monastiche, ci si accorge che la vera spiritualità sa coniugare il minimo all’infinito, annodare il tempo all’eterno, intrecciare la pesantezza della quotidianità alla danza della grazia, incrociare il turgore della corporeità con la lievità dell’anima. Cecilia Falchini parte dalle regole dell’Africa mediterranea ove emerge, gigantesca per l’influsso che eserciterà, la Regola di Agostino; procede mostrando come la ricchezza spirituale dell’Oriente cristiano sia stata travasata in Occidente (sorprendenti sono le 203 domande e risposte del Parvum ascetikon del grande Basilio, vescovo di Cesarea del IV sec.); giunge poi in Gallia, una regione particolarmente fertile di esperienze religiose, cristallizzate in una decina di testi normativi, non di rado desunti dalla spiritualità orientale.

Non manca una puntata nell’Irlanda, la terra di san Colombano, e un viaggio “fruttuoso” anche in Spagna ove, accanto al famoso Isidoro di Siviglia, testimone dell’epoca ispanico-visigotica, c’è appunto un Fruttuoso, un aristocratico che visse a Compluto (León) e divenne poi vescovo di Braga nel 656. Abbiamo lasciato per ultimo il nostro paese, non perché sia stato privo di proposte spirituali, ma perché la figura di Benedetto con la sua regola – forse una delle più note anche alla cultura “laica” attuale – costituisce un caposaldo fondamentale. Anzi, a partire dal IX secolo in Europa il modello benedettino iniziò a stendere il suo manto anche sulle altre forme monastiche, divenendo una sorta di pietra di paragone o di archetipo generale su cui uniformarsi.

Preziosa è, dunque, questa panoramica che si allarga su un orizzonte variegato, divenendo uno specchio circolare dell’intera spiritualità occidentale. Essa rifletteva anche la civiltà e il terreno sociale dal quale le varie tipologie religiose sbocciavano, fiorivano e fruttificavano. Alla radice, comunque, c’era la fede e quel respiro dello spirito da cui siamo partiti. Una lezione, quindi, anche per i nostri giorni vissuti in apnea o in dispnea interiore, perché – era già Pascal a registrarlo nei suoi Pensieri (n. 139) – «tutta l’infelicità degli uomini deriva da una cosa sola: l’incapacità di starsene tranquilli, in una camera». Ma non per fissare, atonici, il vuoto. Era Kafka nei sui Aforismi di Zürau a ricordarcelo: «Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno...».

Il Sole 24 ore – 11 giugno 2016


Cecilia Falchini (a cura di)
Abitare come fratelli insieme. Regole monastiche d’occidente
Qiqajon
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