TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 13 gennaio 2017

Da vedere. "Il cliente" di Asghar Farhadi


«Il cliente» di Asghar Farhadi visto a Cannes 2016. Indagine sulla giovane borghesia di Teheran divisa tra modernità e tradizione.


Giona A. Nazzaro

Quel sottile conflitto tra vendetta e giustizia

Di ritorno a Tehran dopo l’infausta sortita francese di Il passato, Asghar Farhadi ritrova le energie e le motivazioni dei suoi film più apprezzati come About Elly e Una separazione. Puntando la sua attenzione sulla classe media intellettuale di Tehran, il regista è come se tentasse dall’interno di evidenziare le contraddizioni e le complessità del percorso di maturazione democratica iraniana ancora lungi dal compiersi. Film polistratificato, adotta una prospettiva critica volutamente chiaroscurale che si rivela però estremamente funzionale nell’articolare un discorso critico nei confronti di un’ideologia sessista profondamente radicata anche negli ambienti intellettuali.

Emad (Shahab Hosseini) e Rana (Taraneh Alidoosti) sono due coniugi impegnati a teatro in una riduzione di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Costretti ad abbandonare la loro abitazione in un seguito a un cedimento strutturale provocato da una scavatrice (probabilmente utilizzata in lavori di riqualificazione – leggi gentrificazione – ambientale) vanno a vivere in un appartamento messo a disposizione dal loro collega Babak (Babak Karimi) il quale, però, evita di rivelare che era stato occupato da una prostituta (ma l’identità della donna resta giustamente in ombra). Quando Rana viene aggredita da una delle frequentazioni della donna, cui apre inavvertitamente convinta si tratti di suo marito, tutte le contraddizioni del rapporto coniugale con Emad vengono a suppurazione riflettendosi di conseguenza anche nel lavoro che svolgono a teatro.


Specchiandosi nei ruoli di Willy Loman e Linda, Emad e Rana trovano nella presenza di Miss Francis, il personaggio più problematico per la censura islamica (che non a caso nel testo milleriano viene presentata seminuda), l’incarnazione del loro conflitto emotivo. Farhadi, infatti, consapevole di muoversi in un sistema di limitazioni estremamente complesso, osserva lo sgretolarsi di un sistema valoriale critico, moderno, attraverso il ritorno di un rimosso maschile e sessista in profondo conflitto con l’immagine progressista di Emad e dei suoi colleghi. Lasciandosi trascinare da un’ansia di vendetta sorda alle richieste della moglie, Emad riafferma il suo primato di maschio offeso nel possesso della sua sposa.

Farhadi è spietato nel rivelare progressivamente l’involuzione di Emad e la sempre maggiore vulnerabilità di Rana esposta progressivamente alla rabbia del marito. E mentre le prove dello spettacolo continuano fra tensioni sempre maggiori, il testo di Miller diventa lo specchio delle ipocrisie di una classe media che da un lato dichiara di volersi affrancare dai valori della teocrazia monoteista ma dall’altro si rivela incapace di immaginare relazioni nuove, problematiche, con le donne relegandole ancora una volta a sfondo motivazionale dell’agire maschile. Film complesso, gestito da Farhadi con grande precisione centellinando tensione e conflitti, conferma ancora una volta il sorprendente talento di Babak Karimi alle prese con un ruolo ricco di sfumature e non detti.


Il Manifesto – 5 gennaio 2017