TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 29 gennaio 2017

Hiram o Mithra-Pitagora?



Il mitraismo, culto per molti versi affine al cristianesimo, affascina ancora l'uomo moderno. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi e le pubblicazioni. Proponiamo oggi la prima parte di una ricerca di Guido Araldo sui rapporti fra mitraismo, cristianesimo e massoneria incentrata soprattutto sull'analisi dei simboli.

Guido Araldo

Hiram o Mithra-Pitagora?

Il culto del dio Mithra è antichissimo e vantò una diffusione enorme nell’Impero Romano: fu sconfitto dal cristianesimo poiché si trattava di un rito esoterico, fortemente iniziatico, dallo scarso proselitismo, peraltro escluso alle donne; mentre la “buona novella” cristiana era e resta un culto essoterico, aperto a tutti, dall’esasperato proselitismo.

Ma quante affinità tra mitraismo e cristianesimo! Il dio Mithra nasce il 25 dicembre, da una vergine e, dopo la morte, risorge in tre giorni… Un culto antichissimo di origine indo-iranica, già noto nel XV secolo A. Cristo, citato in un trattato tra Hittiti e Mitanni: popoli dominanti nel Medio Oriente. Anche il mitraismo si articolava in una trinità divina, similmente a Iside, Osiride e Horus in Egitto; alle elleniche Themis, Tyche e Ananke, alle divinità capitoline di Giove, Giunone e Minerva, e al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo nel cristianesimo. Mithra, divinità solare, era associato ad Ahura Mazda, sublime demiurgo del mondo, e a Indra, signore del fulmine, della pioggia, della fertilità e della magia.

Proprio l’identificazione nel sole giustifica la presenza di Mithra nei più antichi trattati di pace: dal cielo il dio vigila e controlla, imponendo agli uomini onestà e lealtà. Una divinità dispensatrice di giustizia, garante d’armonia tanto tra gli esseri umani quanto nel divenire cosmico, corrispondente al panta rei di Eraclito. L’origine semantica della parola Mithra deriva dall’iranico (m)ithr = giustizia, giuramento. In antichissime sculture il dio porge la mano a re e principi.

Nell’impero romano, a partire da Marco Aurelio, sta accanto all’imperatore nel ruolo di tutore dell’ordine nel grande impero e dell’armonia universale. Il suo culto s’affacciò su orizzonti mediterranei con l’epopea di Alessandro il Macedone, che sotto il segno di Zeus - Amon – Mithra costituì il primo impero universale esteso dalle rive del Nilo e del Danubio a quelle dell’Indo e all’Oxos, l’attuale Amu Darya. Indubbia testimonianza di questa stagione è il nome Mitridate (dono di Mithra), assunto nei secoli dai re del Ponto.


Allorché Ipparco di Nicea nel II secolo A. C. scoprì la precessione degli equinozi, Mithra fu identificato nel motore di tanta cosmica armonia. Sussisto illuminanti collegamenti con il progressivo retrocedere apparente delle costellazioni in cielo, in una cadenza approssimativa di circa 2.200 anni. Ai tempi remoti dei Sumeri e degli Egizi il sole incrociava la costellazione del Toro all’equinozio di primavera; successivamente, al tempo dei Fenici, il sole incrociava la costellazione dell’Ariete; quindi la costellazione dei Pesci all’inizio dell’impero romano. Ora, presto, toccherà all’Acquario…

Non a caso, al toro o bue sono collegate le civiltà più antiche, inclusa palesemente quella minoica; in Egitto il bue sacro Api simboleggiava il Nilo, massimo bene, con il disco del sole tra le corna. A quei tempi al toro corrispondeva l’equinozio della primavera, al leone il solstizio d’estate (la Sfinge?), allo scorpione, in altre culture l’aquila, l’equinozio di autunno, e all’acquario, identificato successivamente nell’angelo, il solstizio d’inverno. Fin dall’antichità più remota sono questi i pilastri del cielo, le porte del tempo astronomico: il toro o bue, il leone, lo scorpione o aquila, l’acquario o angelo. I simboli degli evangelisti!

Duemila duecento anni dopo alla costellazione del toro subentrò quella dell’ariete, ed ecco l’ariete alato di Babilonia, il grande Amon dell’Alto Egitto, Baal tra Fenici e Cartaginesi al tempo della loro grande espansione nel Mediterraneo, fin oltre le colonne d’Ercole.

Il cristianesimo andò progressivamente affermandosi all’inizio dell’era dei Pesci e, non a caso, il pesce divenne fin dalle origini il simbolo iconografico di Cristo: l’unto del Signore. La parola greca ΙΧΘΥΣ, pesce, assurse ad acronimo delle iniziali “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”. I primi discepoli furono identificati in pescatori…

Presso i Greci Mithra fu abbinato all’eroe Perseo, dai calzari alati, che recise il capo alla terribile Medusa. Fu logico e naturale il suo ingresso a Roma accanto alla dea Cibele, dopo che “la conica pietra nera” salvò la città sulle rive del Tevere nei giorni drammatici della seconda guerra punica, quando Annibale era alle porte. La prima, profonda rivoluzione religiosa nelle strade di Roma, con il progressivo declino degli dèi etruschi – latini, estesa poi a tutto il suo impero.

Con l’espandersi dell’impero romano i “misteri” esoterici e iniziatici di Mithra non ebbero confini: gli ufficiali romani lo elessero loro protettore e intere legioni ne diffusero il culto su tutti gli orizzonti che raggiunsero. A questo culto fu riservato un ruolo importante nel delicato passaggio dalla repubblica all’impero, che comportò la divinizzazione del princeps: rappresentante pacificatore di Mithra in Terra, giustificandone la priorità su senatori e cittadini romani.

Gl’imperatori del II e III secolo intravidero nel suo culto lo strumento per garantire la fedeltà di militari, funzionari e magistrati. Tale processo giunse all’apice, allorché l’imperatore Aureliano identificò il dio Mithra nel Sol Invictus, rendendolo la principale divinità del pantheon romano e istituì la grande festa del sol invictus dies natalis: il Natale, il 25 dicembre. Pochi anni dopo, nell’anno 308, quando i tetrarchi Diocleziano, Galerio e Massimiano s’incontrarono a Cornuntum, intesero elevare una grande ara in onore al Sol Invictus – Mithra, garante dell’eterna armonia dell’Impero Romano.



Ma per il Sol Invictus - Mithra il tempo volgeva al termine: arrivò Costantino e fu più forte la fede cristiana della madre Elena della simbologia mitraica di suo padre Costanzo Cloro; accadde così che l’astro del dio solare giunto dalla Persa cominciò a declinare, ad eccezione della breve parentesi dell’imperatore Giuliano. In seguito, con Teodosio e soprattutto con sant’Ambrogio, tutto sembrò irrimediabilmente perduto. Ma fu così?

Il culto mitraico aveva un fondamento misterico, con insondabili connessioni con la filosofia iniziatica pitagorica, come traspare nella misteriosa basilica sotterranea di Porta Maggiore a Roma: scavata nella terra per restare nascosta.

Oltre al toro cosmico, sacrificato da Mithra, altri animali ne accompagnavano il culto: il cane, il serpente e lo scorpione, nell’estremità opposta nello zodiaco rispetto al toro; ora costellazioni celesti, come Perseo e Andromeda che, in realtà, è la galassia più prossima alla Via Lattea. Più ancora, dalla coda del toro affiorava una spiga di grano: il pane e il sangue esattamente come nei riti eleusini e nel rito dell’eucarestia cristiana. Simbologie profonde, rinnovate nei secoli.

Mithra nasce da una pietra o da un uovo, simboleggiante la sua centralità nella volta celeste. I templi mitraici, solitamente ipogei, presentavano la volta stellata del cielo e i segni dello zodiaco lungo le pareti laterali, a simboleggiare l’intero universo e il suo divenire. Gli adepti sedevano su panche, sovente in pietra, addossate alle pareti, e tra queste panche non erano rare colonne o lesene. L’ara al centro del tempio... Quale similitudine con altri templi moderni!


I riti misterici si concludevano con un’agape fraterna, similmente ai simposi pitagorici. Ai gradi inferiori era chiesto di cucinare e servire a tavola. L’ingresso al mitreo era costituito da una scalinata di sette gradini, con una nicchia laterale nella quale era riposta la statua di Cibele, divinità ctonia per eccellenza: Mater Tellus per i Romani, simbolo di sapienza gnostica, complementare a Minerva. Solitamente la pavimentazione era a mosaico con tessere bianche e nere, ammiccante a mitologie fortemente emblematiche, simili a quelle nella misteriosa basilica sotterranea di Porta Maggiore: Medea che offre la bevanda magica al drago, custode del vello d’oro, o il suicidio della poetessa Saffo che si getta in mare da un’alta rupe nell’isola di Leucade. Nell’abside a Oriente era raffigurato il giovane dio nell’atto di sgozzare il toro alla presenza del Sole e della Luna che, tuttavia, sembrano distogliere lo sguardo, in sintonia con l’ostilità di Zoroastro per i cruenti sacrifici animali.

Lo stesso Mithra volge sempre il capo nella direzione opposta alla testa del toro, quasi inorridito da quell’atto necessario. Emblematici, nell’affresco, Cautes e Cautopates, portatori di luce, “diaconi” in altri rituali, quasi uno sdoppiamento di Prometeo – Lucifero: il primo con la fiaccola rivolta verso l’alto, a indicare le conoscenze palesi; l’altro con la fiaccola abbassata, alla ricerca delle verità nascoste. Simboli, anche, dell’alternarsi dei solstizi, con il cammino celeste del sole che eternamente avanza e arretra. Sette scalini per accedere allo scanno del maestro – sacerdote, la cui maestosità era simboleggiata dalla stella fiammeggiante del pentalfa pitagorico collocata tra la luna e il sole.

Lo stesso pentalfa che in tempi moderni sarà simbolo usato e abusato, tanto dalla Marina Militare Americana, essenza della potenza talassocratica degli Stati Uniti, quanto dall’Armata Rossa sovietica; stemma della Repubblica Italiana e simbolo delle Brigate Rosse che lo desunsero dai Tupamaros rivoluzionari uruguayani, risalente per la verità ai patrioti massoni, tra cui lo stesso Garibaldi, che resero possibile l’indipendenza dell’Uruguay.

1. Continua