TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 23 gennaio 2017

Il trionfo della morte e la nascita del Purgatorio negli affreschi di Clusone


A Clusone, in alta Val Seriana, l'oratorio dei disciplini ospita un grandioso ciclo di affreschi che celebra il trionfo della morte con una danza macabra fra le più belle in Europa. Uno studio di Chiara Frugoni, appena uscito per Einaudi, si riallaccia agli studi di Le Goff sull'invenzione del Purgatorio nel XII-XIII secolo e ne documenta le ricadute nella rappresentazione simbolica della morte e dell'aldilà.

Marco M. Mascolo

Macabro e Purgatorio a Clusone


Sono state le ricerche del grande medievista francese Jacques Le Goff a dimostrare come, nel dodicesimo secolo, fosse nato un nuovo luogo dell’aldilà, il Purgatorio. Le ricerche di Le Goff hanno chiarito come questo nuovo arrivato tra Inferno e Paradiso innescò una serie di riconsiderazioni circa la questione della salvezza eterna.

Nel momento in cui, nel tredicesimo secolo, i grandi teologi della scolastica medievale – come per esempio san Tommaso o Guglielmo di Auxerre – sistematizzarono il Purgatorio nelle loro trattazioni, si avviò un processo culminato nel Concilio di Lione del 1274, che sancì la formulazione ufficiale di questo nuovo «regno» ultraterreno. Come scriveva Le Goff, «credere nel Purgatorio implica innanzitutto che si creda nell’immortalità e nella resurrezione, poiché qualcosa di nuovo può accadere a un essere umano tra la morte e la resurrezione».



In provincia di Bergamo

Questo ‘ripensamento’ della geografia dei luoghi dell’aldilà sta anche alla base, secondo Chiara Frugoni, dell’emergere delle raffigurazioni macabre. La studiosa ha posto sotto la lente della sua analisi un celebre affresco che decora la facciata dell’Oratorio dei Disciplini a Clusone, in provincia di Bergamo. Scritto insieme a Simone Facchinetti – che ha steso due dei quattro capitoli del libro –, Senza misericordia Il trionfo della Morte e la Danza macabra a Clusone (Einaudi, pp. 213, 109 ill. e 28 tavv. fuori testo, euro 38,00) analizza il complesso immaginario che ha dato origine a questa peculiarissima raffigurazione.

I committenti di questi affreschi, i Disciplini, erano i membri di una confraternita le cui prime tracce è possibile trovarle a Bergamo nel 1336, data degli statuti della congregazione dei Flagellanti di santa Maria Maddalena. È probabile che, nella vicina Clusone, i Disciplini fossero una sorta di filiazione della confraternita bergamasca. A metà tra le società di mutua assistenza e le consorterie vere e proprie, nel Medioevo le confraternite giocavano un ruolo importante negli equilibri cittadini e molto spesso determinante negli affari pubblici; inoltre, nonostante predicassero la mortificazione della carne e la sostanziale ‘disattenzione’ per la vita terrena, in moltissimi casi esse agivano come committenti di opere d’arte: è il caso degli affreschi di Clusone.

È significativo il fatto che una raffigurazione come quella analizzata nelle pagine del volume sia stata commissionata da una confraternita che aveva probabilmente tra i suoi principi statutari una sostanziale attenzione verso la remissione dei peccati e il problema del trapasso dalla vita al regno dell’aldilà – molto probabilmente un aldilà infernale nella maggioranza dei casi, essendo l’aldilà paradisiaco riservato a pochissimi.


Come argomenta Chiara Frugoni, infatti, l’entrata in scena del Purgatorio tra i regni ultraterreni ebbe delle ricadute anche sul che cosa si rappresentava: i temi macabri, segnati dalla presenza dei «morti-vivi», altro non erano, secondo la studiosa, che il frutto del nuovo equilibrio stabilitosi tra aldiqua e aldilà.

Il sostanziale indebolimento del timore delle dannazioni infernali andò di pari passo con un nuovo modo di guardare ai beni e ai piaceri della vita. Questi ultimi, come ciò che veniva bruscamente e dolorosamente interrotto dalla morte, non più ‘passaggio’, accesso all’ultraterreno, ma vero e proprio momento di doloroso addio alla vita.

Proprio la Morte, rappresentata come uno scheletro dotato e coronato di ampio e ricco mantello, troneggia nell’affresco clusonese. La Morte-regina è, sulla parete dell’Oratorio, in vero e proprio trionfo: il suo regno si estende a tutti, ricchi e poveri, semplici e potenti, giovani e anziani. «(I)o sonto la morte piena di equaleza», recita uno dei cartigli che la macabra regina regge nella sua mano ossuta: l’uguaglianza di tutta quanta la condizione umana di fronte a lei è così espressa a chiare lettere.

Attraverso le pagine di Chiara Frugoni è anche possibile seguire gli sviluppi della rappresentazione della morte precedenti quella di Clusone: da una figura zannuta e alata, sorta di incrocio con il demoniaco, a uno scheletro completamente disseccato. Il tema iconografico del cosiddetto Trionfo della morte trova a Clusone una delle sue declinazioni più peculiari e pregnanti. Rispetto a quanto ci è rimasto delle rappresentazioni di questo tema – e basti pensare agli affreschi di Buffalmacco nel Camposanto di Pisa – nell’affresco della cittadina bergamasca viene offerto al nostro sguardo qualcosa di diverso. Qui, infatti, il Trionfo non è inserito in una più ampia rappresentazione di scene del Giudizio Universale, anzi sovrasta anche la rappresentazione dell’Inferno, purtroppo oggi allo stato di frammento.

Come sottolinea la Frugoni, questo aspetto unito alla totale assenza di rappresentazioni del Paradiso lascia supporre che l’intero ciclo fosse rivolto ai vivi e al modo in cui essi conducevano la loro vita. La sostanziale assenza della rappresentazione delle vicende dell’anima nell’aldilà lasciava spazio all’ammonimento sulla condotta della vita terrena. Un fatto, questo, che si adatta assai bene alla «ideologia dei committenti, dei Disciplini, una confraternita di laici: gente attiva e molto laboriosa che non disprezza affatto la ricchezza ma non la ostenta».


Danza di scheletri e di vivi

A confermare l’abbraccio ammonitivo tra vita e morte sta la raffigurazione, al di sotto della scena della Morte trionfante, di una Danza macabra, cioè un ballo che i vivi intrecciano con i morti, raffigurati anche in questo caso come scheletri. Il tema della Danza macabra veicolava, in ultima istanza, un messaggio simile a quello della Morte-regina: la vacuità dei beni terreni, il beneficio dei quali è legato al caso e il distacco dai quali sarà brusco e doloroso. I complessi messaggi dell’affresco di Clusone sono veicolati anche dalle numerose iscrizioni che arricchiscono tutto l’affresco sotto forma di cartigli retti dai personaggi o di scritte che corrono lungo le cornici. E l’analisi della Frugoni si sofferma in modo puntuale anche su queste iscrizioni che affiancano e completano il messaggio del dipinto.

I capitoli scritti da Facchinetti si concentrano invece su alcuni aspetti della ‘fortuna’ degli affreschi: dalla loro riscoperta e dai primi «embrionali» studi sui temi del dipinto alle aperture novecentesche. Nell’ultimo capitolo del volume lo stesso autore offre anche un profilo dell’artista che realizzò l’opera nel 1485: Giacomo Busca detto il Borlone. Bisogna poi sottolineare che il volume è arricchito da una dettagliata campagna fotografica di Lidia Patelli, che offre al lettore la possibilità di «navigare» nei dettagli dell’affresco.

Come traspare in filigrana nelle pagine di Chiara Frugoni, e come poi afferma chiaramente Facchinetti, il vero e proprio turning point negli studi sugli affreschi clusonesi si ebbe allorché il grande medievista Arsenio Frugoni pubblicò, nel 1957, un contributo dedicato a I temi della Morte nell’affresco della chiesa dei Disciplini a Clusone. In quelle pagine il padre di Chiara Frugoni proponeva una lettura dell’opera che rendesse conto del più ampio panorama storico-sociale dalla quale essa era stata verosimilmente originata. A distanza di così tanti anni dalla pubblicazione di quel testo, Chiara Frugoni ritorna su un tema che era stato così caro a suo padre, stabilendo un dialogo a distanza e realizzando un felice e toccante incontro tra il passato e il presente.


Il Manifesto – 22 gennaio 2017