TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 24 gennaio 2017

Io voglio vivere. Il diario di Èva Heyman


Mio Dio, permettici di vivere” scriveva nel suo diario Éva Heyman di tredici anni, morta il 17 ottobre 1944 nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Il suo diario, diventato libro, è ora tradotto anche in italiano. Una testimonianza terribile e dolcissima al tempo stesso di cui riportiamo parte della postfazione e una pagina.


Ha vissuto appena tredici anni Éva Heyman, «la ragazzina con quel meraviglioso visino da mela, con la sua avida curiosità, l’ambizione, la vanità, gli occhi luminosi che sprizzavano energia», come la definiva il suo patrigno, lo scrittore ungherese Béla Zsolt (1895-1949), nel suo mirabile libro autobiografico Le nove valigie.

Éva Heyman nasce il 13 febbraio 1931 a Nagyvárad, l’attuale Oradea in Romania, e termina la sua breve esistenza il 17 ottobre 1944 nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, secondo testimoni oculari selezionata direttamente da Mengele per il forno crematorio.

Dal suo tredicesimo compleanno, il 13 febbraio 1944, e fino al 30 maggio, data dell’ultima annotazione, tiene un diario in cui descrive le condizioni di vita sempre più difficili degli ebrei di Nagyvárad. In meno di tre mesi la vita piuttosto agiata e, malgrado la guerra, ancora serena di questa ragazza sensibile e intelligente subisce trasformazioni radicali: prima l’internamento nel ghetto e poi la deportazione ad Auschwitz il 13 giugno.

Dalle lettere riportate in questo libro risulta che prima di essere spedita al campo di concentramento Éva Heyman affida il diario a una fedele domestica cattolica della famiglia, la quale al termine della guerra lo restituisce alla madre, la giornalista Ágnes Zsolt, unica sopravvissuta di tutta la famiglia, insieme al secondo marito Béla Zsolt, scampati miracolosamente alla morte. Ágnes Zsolt è morta suicida nel 1951.

(dalla Postfazione di Andrea Rényi)


Éva Heyman

Io voglio vivere

Ho compiuto tredici anni, sono nata di venerdì, il giorno tredici. Ági è molto superstiziosa ma se ne vergogna. Questo è il mio primo compleanno senza di lei. So che dev’essere operata, ma sarebbe potuta venire ugualmente. Ci sono bravi medici anche a Nagyvárad. Non è tornata a casa proprio per il mio tredicesimo compleanno. Ági ora è felice, lo zio Béla è uscito di prigione. Ági vuole molto bene allo zio Béla, gli voglio bene anch’io. Nonna dice che Ági vuole bene solo a lui e a nessun altro, neppure a me, ma io non le credo. Forse non mi amava quando ero piccola, ma ora sì.

Specialmente da quando le ho promesso che sarei diventata una fotoreporter e avrei sposato un ariano inglese. Nonno dice che quando mi sposerò non farà più differenza se mio marito sarà un ebreo o un ariano, anzi, secondo lui la parola «ariano» non significherà più nulla.

Non ci credo, penso che agli ariani la vita sorriderà sempre. Anche quando non esisteranno più le «leggi antisemite» e quando gli ebrei non saranno più deportati in Ucraina come è successo allo zio Béla e agli ebrei benestanti di Nagyvárad.

Ági dice che dopo la guerra queste leggi non ci saranno più ma lei afferma anche che i tedeschi perderanno la guerra. Lo credeva anche quando, nell’estate di due anni fa, avevano deportato lo zio Béla in Ucraina. Non dimenticherò mai quel giorno. Stavo riflettendo sul fatto che mi erano successe già tante cose che ricorderò anche da adulta, e persino da vecchia.

(…)



Éva Heyman
Io voglio vivere. Il diario di Èva Heyman
Giuntina, 2017
15 €