TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 21 gennaio 2017

La donna che scoprì Van Gogh



Buona parte della fama di Van Gogh si deve a una donna, Johanna Bonger, moglie di Theo, il fratello del pittore. Fu lei a far circolare le opere dell'artista e crearne il mito. Ora un libro racconta la sua storia che è anche la ricostruzione di come Van Gogh, fino allora considerato semplicemente un pazzo, divenne il Van Gogh che tutti amiamo.



Elisabetta Rasy

La donna che scoprì Van Gogh


Verso la fine delle compassate memorie che Elisabeth van Gogh dedicò all’inizio del Novecento all’ormai celebre fratello si leggono queste parole: «La sua scoperta è opera di una donna che ha fatto conoscere il lavoro di Vincent mossa dal suo amore per l’arte, dal suo spirito commerciale e dalla sua compassione». È una sintesi veritiera ma insufficiente della straordinaria impresa di Johanna Bonger, la moglie di Theo, fratello dell’artista, e del suo speciale lavoro di trasformazione delle centinaia di opere neglette del cognato morto suicida in capolavori ammirati in tutto il mondo e della vita di Vincent in una leggenda.

La storia di questa singolare figura la racconta ora in un piccolo libro appassionante , La vedova van Gogh, lo scrittore e giornalista argentino Camilo Sanchez. Non si tratta di una biografia e neppure di una vita romanzata, ma di un racconto dal vero che compone fatti realmente accaduti secondo il disegno e la visione dell’autore. Al centro della visione l’evocazione della donna che a ventisette anni sposò Theo van Gogh e subito si rese conto di averne sposato anche il fratello Vincent.


I due uomini erano più che legati: Theo non solo aiutava finanziariamente Vincent e da sempre aveva cercato di indirizzarne l’estro e l’inquietudine verso la via dell’arte, ma era a lui vincolato da un inestricabile intreccio emotivo e psicologico. Morì sei mesi dopo di lui, prostrato dal lutto e folle per il dolore o forse per la sifilide, lasciando a Johanna un altro Vincent, il figlio neonato, centinaia di dipinti di tutte le stagioni espressive del fratello e una scatola con le innumerevoli lettere che avevano scandito il loro rapporto per buona parte della vita di entrambi. Un lascito difficile. Ma la vedova di Theo, che aveva conosciuto solo fugacemente il cognato prima della disperazione e della fine, non era una ragazza qualsiasi.

Nata in una raffinata famiglia di Amsterdam, Johanna Bonger aveva ottenuto il permesso di andare a studiare a Londra, si era appassionata ai poeti romantici, Shelley in particolare, conosceva diverse lingue. Rimasta precocemente vedova soprattutto non voleva che il terzo Vincent subisse la maledizione dei primi due: il pittore era venuto al mondo a un anno esatto di distanza da un fratello morto appena nato che portava il suo stesso nome.

Intraprendente, colta e determinata a trasformare tutta l’oscurità di quella storia famigliare in qualcosa di luminoso, cominciò a riordinare le opere dell’artista, a riallacciare i rapporti con i suoi non molti all’epoca estimatori, a favorire a proprie spese esposizioni e viaggi delle opere. Ma non dimenticò le lettere, che Theo aveva morbosamente custodito come una preziosa reliquia del fratello scomparso. Le rilesse, le riordinò e nel 1914 pubblicò il primo volume dell’epistolario che avrebbe definitivamente trasformato la dolorosa vita di van Gogh in un mito intramontabile.

Johanna fin dai suoi diciassette anni aveva tenuto un diario: il libro di Camilo Sanchez ne riproduce (o forse ne simula) dei frammenti, che suggeriscono la temperatura emotiva e l’energia interiore della giovane vedova. Occuparsi dell’opera del cognato, raccogliere l’eredità del marito – tele accatastate qua e là, che nessuno voleva comprare, e fiumi di inchiostro sui fragili fogli della loro corrispondenza – non coincidono, per questa singolare figura, con il tradizionale annientamento di sé nella devozione agli uomini di casa, che fanno parte di una lunga tradizione di sorelle, moglie e figlie, eroine di una femminilità umbratile e sacrificale. Johanna invece insegue nei quadri di Vincent il lato solare, la luce dell’arte che sta dietro il buio della vita per illuminare la sua, di esistenza.


Sa che le lettere sono un tesoro e che dovrà custodirle pazientemente. Sa che deve darsi da fare per mantenersi: dopo il suo rientro in Olanda col figlio e un breve passaggio da una sorella e poi dai genitori, apre una locanda in un piccolo paese non lontano da Amsterdam. Si occupa appassionatamente della vita quotidiana – le cameriere , i pensionanti, soprattutto il benessere del bambino – e altrettanto appassionatamente combatte perché il lavoro di Vincent abbia la gloria che merita. Il breve e faticoso matrimonio non le ha lasciato rimpianti e la disattenzione di Theo per il loro ménage, le sue frequentazioni dei cabaret, la sua abitudine all’alcol e alle prostitute non le hanno lasciato rancori. E il ricordo fosco del cognato insofferente e delirante è cancellato dall’ammirazione per quella che lei definisce la poesia dei suoi dipinti e delle sue lettere.

Il libro di Camilo Sanchez la lascia quando la sua avventura con quel parente difficile con cui «ha condiviso solo quattro giorni e una domenica» è appena cominciata e lei «non sa se ha davanti una porta che si chiude o una porta che si apre». Noi posteri invece sappiamo che la porta si aprì e ci fu un lieto fine: la vita futura di Johanna fu ricca e piena, e altrettanto piena fu la vita di quel terzo Vincent, che lei voleva strappare alla cupa sorte del padre e dello zio. Ingegnere in giro per il mondo, - tra l’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone – donò alla Fondazione van Gogh nel 1962 le opere ereditate dalla madre perché la collezione non andasse dispersa, gettando così le basi del futuro Museo van Gogh, dove fino alla sua morte, nel 1978, riceveva lui stesso i visitatori.

Il Sole 24 Ore - 30 ottobre 2016