TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 12 gennaio 2017

La Napoli milionaria (e un pò criminale) dei Bastardi di Pizzo Falcone

    Angolo del quartiere di Pizzo Falcone

Ed McBain (che in realtà si chiamava Salvatore Lombino e i cui genitori venivano da non lontano da Napoli) fu il primo a dare dimensione umana e corale al mestiere di “sbirro” con le sue storie dell'87° Distretto. Maurizio De Giovanni ne ha ripreso il modello ambientandolo in una Napoli mediterranea piena di voci, colori e profumi. Una narrazione che rimanda a Totò e Eduardo, alla loro capacità di descrivere senza moralismi e con empatia una piccola umanità dolente alle prese con le difficoltà quotidiane. Insomma, libri da leggere e telefilm da vedere.

Andrea Colombo

Bastardi tra le pagine e in tv


È dedicato a Ed McBain, «il più grande di tutti», Pane (Stile Libero Einaudi, pp. 331, euro 19), il nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni, quinto nella serie dei Bastardi di Pizzofalcone (più un prologo del quale era protagonista solo uno dei poliziotti concentrati nel commissariato più derelitto di Napoli). Da ieri i Bastardi sono sbarcati in tv, su Raiuno, con una serie interpretata da Alessandro Gassmann.

Lo scrittore napoletano è arrivato alla prima pubblicazione nel 2005, dopo aver vinto un concorso per giallisti in erba con un racconto dal quale è poi derivata la serie ambientata negli anni ’30 del commissario Ricciardi. Non ha mai nascosto di essersi ispirato all’Ottasettesimo distretto di Ed McBain quando sette anni dopo, per scommessa e per provare di non essere incatenato a un solo personaggio, ha deciso di affiancare al già affermato Ricciardi una serie ambientata nella Napoli di oggi. Ma il talento che lo ha reso uno degli scrittori di noir più amati e venduti in Italia sta proprio nella capacità di rimaneggiare il modello sino a renderlo quasi irriconoscibile.

De Giovanni incrocia le cifre narrative come nessun altro. Innesta sul poliziesco una componente rosa molto più marcata di quella già esistente nel maestro americano e nelle innumerevoli serie letterarie e televisive che discendono dai poliziotti di McBain e si sa che il rosa è colore perfetto per la tessitura seriale. Il napoletano ha imparato a sfruttarla con maestria.

I suoi romanzi si concludono ormai sempre con un colpo di scena nella vita provata dei personaggi che costringe i lettori ad attendere il seguito con impazienza. Poi De Giovanni intreccia il tutto con una componente ben dosata di comicità, ripresa direttamente dalla tradizione augusta della commedia all’italiana: i suoi sono romanzi di caratteristi e comprimari più che di protagonisti. Infine, soprattutto nella serie Ricciardi, aggiunge un tocco quasi saggistico, sulle tradizioni, la cultura e la storia dell’adorata Napoli.


Il risultato è molto eccentrico rispetto ai canoni del noir, anche nella sua variante italiana, legata molto più che negli altri Paesi alle specifiche realtà territoriali in cui si trovano ad agire poliziotti e detective.

De Giovanni è un autore di gialli, non di noir. Sfugge alla tentazione di adoperare i romanzi come copertura di un’ambizione giornalistica e investigativa, si sottrae all’abitudine pigra di affidarsi a quella specie di deus ex machina del male che è l’onnipresente serial killer. Come i grandi maestri del giallo, da Simenon a Scerbanenco, usa invece il delitto per investigare le emozioni, i sentimenti e le passioni della gente comune. È intrigato dalle persone e dalle loro storie, non dalle trame segrete o dalle cartografie dei poteri criminali.

È una scelta consapevole, e in quest’ultimo libro dichiarata. La vittima è un panettiere, l’ultimo a lavorare davvero all’antica, con il magico «lievito-madre». Una delizia per il palato, un flagello per il portafogli: una lavorazione così artigianale proibisce la distribuzione su larga scala, condanna a una stentata sopravvivenza.


Il poveraccio, fulminato con una rivoltella di piccolo calibro all’alba, mentre assaggiava come tutti i giorni il primo panino sfornato, aveva però anche testimoniato contro un clan camorrista, salvo ritrattare all’ultimo momento. Il divo della procura, uno di quei magistrati che con la professione dell’antimafia hanno trovato potere e successo, onnipresente in tv e dunque potentissimo, è convinto che l’ammazzatina sia da addebitarsi al «Sistema» e che questa sia l’occasione per spedire in galera l’intero clan. I poliziotti di Pizzofalcone, che nonostante la pessima nomea in realtà eccellono, la pensano diversamente. Gli indizi raccontano un’altra storia, parlano di un delitto maturato nella sfera dei sentimenti e dei rancori.

L’inchiesta diventa così una guerra tra l’arrogante magistrato che vede camorra ovunque e considera tutto il resto secondario e i poliziotti di quartiere senza mezzi e con pochi appoggi ma con la vista più lunga. È una trama, ma è anche il confronto tra due modi di guardare alla narrativa gialla. E forse anche alla verità di Napoli.


Il Manifesto – 11 gennaio 2017