TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 31 gennaio 2017

“L’incredibile Pick”. Ovvero: il riscatto delle proprie sofferenze a favore degli altri



Il nome di Adolfo Pick ci dice poco, eppure, come ci racconta Pasquale Briscolini, fu un personaggio straordinario che dedicò la sua vita alla creazione dei “giardini d'infanzia” (l'attuale scuola dell'infanzia) e alla formazione delle maestre “giardiniere”.

Pasquale Briscolini

L’incredibile Pick”. Ovvero: il riscatto delle proprie sofferenze a favore degli altri



“Vuoi mostrarmi la dignità e la floridezza della patria? Non additarmi sontuosi palazzi, ma guidami nelle scuole!” E’ il 24 ottobre del 1874 e siamo a Venezia, nel palazzo Vivante all’inaugurazione del “Giardino Comparetti”, che l’Assessore Ruffini definirà “il più splendido istituto infantile della penisola”. Adolfo Pick sta tenendo il discorso inaugurale nel quale inserisce quella citazione che dice molto, in due righe, del suo punto di vista.

Adolfo Pick ha una vita davvero incredibile, che va raccontata sia pure per sommi capi fin dall’inizio. Nasce da una poverissima famiglia ebraica a Moskowitz in Moravia, non molto lontano da Praga, il 7 aprile 1829. Già da bambino in famiglia mette in mostra un carattere molto determinato, ma al compimento dei 13 anni – il raggiungimento della “maggiorità religiosa ebraica” – il padre lo accompagna insieme con il fratello di poco più grande al confine con l’Ungheria, dà loro la benedizione con il simbolico “vi accompagni Iddio”, e li saluta per sempre.

Da quel momento Adolfo Pick non vedrà più i genitori né avrà più loro notizie. Con grandi difficoltà raggiunge Budapest, dove riesce a sopravvivere in qualche modo facendo i lavori più umili per i primi sei anni. Poi, nel 1848, si appassiona al pensiero rivoluzionario e costituzionale di Lajos Kossuth contro l’Austria, partecipa direttamente ai combattimenti ma viene ferito e fatto prigioniero dai nazionalisti croati, costretto ad arruolarsi nell’esercito austriaco e inviato a combattere in Italia.

Partecipa alla battaglia di Novara, in cui l’esercito austriaco guidato dal maresciallo Radetzky ha la meglio sull’esercito piemontese guidato da Carlo Alberto di Savoia e Wojciech Chrzanowski. Viene quindi assegnato alla guarnigione di Venezia, dove viene congedato quattro anni dopo: ha inizio qui la sua vita civile in Italia. D’ora in avanti dobbiamo pensare a due attività in parallelo: la prima, volta a guadagnarsi da vivere, e un’altra relativa a un interesse vero e molto profondo che finirà, dopo qualche anno, per prendere il sopravvento assoluto. Per guadagnarsi da vivere, Adolfo Pick, che conosce diverse lingue, dà lezioni private di tedesco e francese, effettua traduzioni, si fa assumere come istitutore al collegio Ravà; intanto continua a studiare le lingue.

Dopo molti anni, consegue infatti all’università di Padova l’abilitazione all’insegnamento del Tedesco negli Istituti tecnici e, nel 1869, ne ottiene la cattedra all’Istituto Paolo Sarpi di Venezia, cattedra che terrà fino alla morte. In parallelo a questo impegno “per vivere”, emerge in lui e si rafforza continuamente l’interesse per l’educazione dei bambini e, in particolare, per quella dei bambini poveri e abbandonati: è la conseguenza della propria sorte amara di “bambino ebreo, galiziano e povero”, vissuta con grande sofferenza e che ha lasciato in lui un segno indelebile.



E’ incredibile questa sua determinazione nell’esorcizzare tale sofferenza fino a farne un riscatto per gli altri. Si appassiona perciò alla proposta educativa dei Giardini d’infanzia di Fröbel, di cui diventerà il più importante diffusore in Italia. La pedagogia di Fröbel sostiene che i bambini piccoli non debbano avere alcuna costrizione né preoccupazione di “imparare cose”; al contrario, essi devono essere lasciati liberi e anzi facilitati nel gioco, che acquista tutta la sua basilare importanza. Nel guidare – ma senza invadere la loro libertà – i bambini nel gioco, le maestre hanno le migliori possibilità di osservarli nelle loro attitudini, anche le più nascoste, e lavorare quindi per farle emergere, potendo svolgere la migliore azione educatrice.

Si adegua quindi anche il linguaggio della struttura educativa che li accoglie, che diventa il “Giardino d’infanzia”, dove appunto “crescono pianticelle” sotto la guida delle “maestre giardiniere”. Per accrescere la conoscenza dei Giardini d’infanzia e comprenderne bene il funzionamento, nel 1868 Adolfo Pick compie un viaggio di istruzione in Svizzera, Austria e Baviera insieme con Adele Levi Dalla Vida, una benefattrice veneziana il cui figlio era suo allievo di Tedesco all’Istituto Paolo Sarpi. La Levi aveva in progetto di aprire un Giardino a Venezia che Pick avrebbe dovuto dirigere; il Giardino verrà aperto ma all’ultimo momento Pick si rifiuterà di dirigerlo per divergenze sull’interpretazione del metodo fröbeliano.

Apre invece nel 1871 un proprio Giardino, il “Vittorino da Feltre”, vicino a Rialto. Per tutti gli anni ’70 cresce il suo successo e la sua notorietà: il Ministero lo incarica di tenere conferenze settimanali per le allieve della Scuola Normale: è di fatto la prima cattedra per la formazione di maestre giardiniere. Tiene conferenze in molte città d’Italia.

Per diffondere le idee di Fröbel, già nel 1869 aveva fondato L’Educazione moderna, una rivista mensile nel cui profilo editoriale esposto nel primo numero si legge: “Fra i mezzi che assicurano maggiormente il conquisto della libertà nazionale primeggia l’educazione.” L’editoriale continua illustrando il nuovo metodo di Fröbel: “Ed è appunto questo il sistema alla cui diffusione ed attuamento noi ci permettiamo di indirizzare questo modesto periodico, avvertendo come, alieni da ogni principio assoluto, da ogni fatua utopia pregiudicevole in tutto, ma specialmente in materia di tanto interesse, noi, pur riconoscendo tutta la verità o meglio lo splendore del sistema Fröbeliano, riteniamo che, nell’applicarlo all’Italia, devesi por mente a tutte quelle modificazioni consigliate (...). A tutti quindi, ma singolarmente alle madri, e quelli chiamati al solenne incarico di invigilare il procedimento dell’educazione, noi rivolgiamo le nostre parole”.

    Elena Raffalovich

La rivista procederà lottando continuamente con le difficoltà economiche, sarà anche da queste costretta a chiudere per poi aprire di nuovo. Molto più avanti, verso la fine degli anni ’80, Pick fonderà una seconda rivista, L’educazione dei bambini. Fra gli eventi positivi degli anni ’70 e in particolare nel 1872 c’è da annoverare l’incontro con Elena Raffalovich, donna “straordinaria” (nel senso di “fuori dall’ordinario”) e anticipatrice della modernità, discendente di una famiglia cosmopolita originaria di Odessa e che ha lasciato e lascerà il segno in Europa. Elena è la moglie separata di Domenico Comparetti, il grande filologo e senatore del regno; ma oltre a tutto questo e soprattutto per noi, è la bisnonna paterna di Don Lorenzo Milani.

Elena si rivolge a Pick all’inizio del ’72, da Pisa: gli chiede aiuto per scuotere in senso fröbeliano lo statico ambiente degli asili pisani. Il tentativo fallisce, Elena lascia il marito e la famiglia per dedicarsi allo studio dei Giardini d’infanzia. Durante tutta l’estate di quell’anno viaggia in Germania, Svizzera e Francia per seguire corsi sulla pedagogia fröbeliana e visitare Giardini d’infanzia. Durante tutto il viaggio, tiene una corrispondenza ricchissima (sui problemi educativi, ma con una visione molto personale sulla società, sulla democrazia e sul ruolo della donna) con Adolfo Pick. Alla fine dell’anno, da Parigi, gli fa una proposta concreta: “Voglio sottoporle un progetto. Consentirebbe di rendere gratuito il suo giardino se qualcuno se ne assumesse le spese? (…..) la miseria è così grande a Venezia e le scuole così inadeguate (a giudicare dagli asili) che credo sarebbe molto utile farci una buona scuola popolare, e sarebbe una buona cosa che lei la dirigesse. Prenda il tempo per riflettere e mi risponda.”

Di fronte a una tale proposta, che di fatto gli risolverebbe tutti gli annosi problemi economici, Adolfo Pick per un attimo vacilla. Ma non cede alla tentazione, la rifiuta, e invita la signora RaffalovichComparetti a rivolgere al Comune la proposta di aprire un nuovo Giardino dell’infanzia di tipo fröbeliano. Si intraprende infatti questa strada, ma le difficoltà burocratiche sono tante (anche a quel tempo!) che passeranno quasi due anni prima che il progetto si possa concretizzare.

Elena quasi si pente di averla intrapresa, tanto che il 30 novembre dell’anno dopo così scrive a Pick da Roma: “Che cosa fa il Municipio? Avrei fatto meglio a fare i miei affari senza di loro.” In ogni caso, finalmente, il 24 ottobre del 1874 il “Giardino Comparetti” viene inaugurato nella splendida sede di palazzo Vivante. Alla presenza di tutte le autorità cittadine Adolfo Pick tiene un ampio discorso nel quale espone il suo punto di vista non solo sul Giardino e sull’iniziativa della Raffalovich Comparetti, ma sul fröbelismo in quanto tale, sullo stato dell’educazione in Italia e sulla società italiana in generale.

Soffermiamoci su alcuni stralci del discorso di Pick: “Signore e Signori, uno sguardo alle belle ed ampie sale in cui ci troviamo, un pensiero al benessere che proveranno i fanciulli destinati a deliziarsi in questo giardino ed a fruire di una educazione ed istruzione in armonia coi loro istinti e colla loro età, vi ispireranno meglio delle mie povere parole la riconoscenza che tutti noi dobbiamo alla filantropica fondatrice di questo istituto. (….)

Pick continua il suo discorso includendo nell’elogio il Municipio di Venezia, che ha acconsentito nell’unire al Giardino anche un corso regolare per maestre giardiniere che “apostoli di una educazione più naturale, diffonderanno in altre regioni d’Italia le teorie e le pratiche di un nuovo sistema più razionale, più nobile, frutto di una delle più perspicaci menti umane.” E ancora: “Io credo, o signori, che molte spese che l’Italia ha sostenuto e sostiene per ricordare con sontuosi monumenti e con splendide solennità la memoria di uomini ed eventi gloriosi, troverebbero più concorde e più calda approvazione… se fossero devolute ad aprire nuove istituzioni educative, e queste prendessero intitolazioni da quegli uomini stessi che si resero benemeriti della patria… Bene fecero all’esposizione universale di Vienna quando affissero la scritta: Vuoi mostrarmi la dignità e la floridezza della patria? Non additarmi i sontuosi palazzi, ma guidami nelle scuole!”



Pick approfondisce l’analisi della situazione sociale e la collega al funzionamento delle scuole. Siamo già in un secolo di grandi cambiamenti dei quali si capisce l’impatto su tutte le persone:

“Il concetto di una cultura universale, diffusa, che data, su può dire, da cinquant’anni appena, è già oggi in sé stesso cambiato. Apparisce di continuo più evidente la necessità di un grado superiore di cultura per tutte le classi sociali. Anche la pubblica istruzione, la scuola, hanno dovuto cercare un nuovo indirizzo: hanno esse però raggiunto lo scopo? Senza punto disconoscere l’importanza di parziali mutamenti conseguiti nel campo della scuola, noi abbiamo diritto di chiedere: ha la scuola risposto completamente alle esigenze della cultura e del grado di civiltà dei tempi moderni? …

Pur troppo le prove ed i fatti ci autorizzano a rispondere negativamente! Uno sguardo alle prigioni, riboccanti di colpevoli, l’evidente bisogno di spedali e di manicomi, la letteratura di scandalo sostituita nei gusti del popolo alla letteratura educatrice, l’impoverimento delle masse benché aumentato il lavoro, la libertà del traffico, e il continuo progresso di tutti i rami dell’industria, i suicidi, l’irreligiosità che deride ogni nobile aspirazione dell’anima umana, degenerando in un fatuo razionalismo, la sete di volgari piaceri, i facili successi che ottengono le scipite superficialità, la ciarlataneria parolaja, ed oltracciò i manifesti ingannatori dell’opinione pubblica, sono purtroppo infausti indizi evidenti, che noi non raccogliamo i frutti dell’educazione di una umanità robusta, retta, rispondente all’altezza della cultura moderna. Eppure non toccammo che di volo la superficie delle depravazioni esistenti.”

A parte il linguaggio, di cui peraltro Pick si scusa continuamente riconoscendone i limiti derivanti anche dalle sue origini, molti degli aspetti toccati potrebbero essere riscontrati anche nella nostra società attuale, di 150 anni dopo. Poi aggredisce caratteristiche che a noi risultano ancora più familiari, come l’ipocrisia e il prevalere dell’apparenza sulla sostanza: “Egoismo nelle sue forme più basse fino alle più raffinate, avidità spilorcia, incredulità meschina, menzogna sotto tutti gli aspetti, ecco i vizi in cui il vostro occhio potrebbe incontrarsi; li vedreste mettersi scaltramente all’opera; vestiti di finzione, ed ornati delle opposte virtù. Si adopera l’apparenza, e questa esercita tale prestigio nell’odierna società, che la fede nel puro e disinteressato bene è del tutto sparita, il vero sacrificio è posto in dubbio, calunniato, deriso, e l’uomo che tende alla propagazione del bene è non di rado condannato alla vera lotta del martire.”

A partire dai difetti della società, Pick passa alle critiche al funzionamento della scuola, che in particolare sarebbe carente in quella che noi oggi chiameremmo “educazione emotiva, o emozionale”: “una buona parte va senza dubbio ascritta alla mancanza di educazione del cuore, di energia della coscienza e di esercizio della volontà morale”. Serve quindi una educazione nuova: “Uomini nuovi soltanto, o signori, saranno in grado di creare circostanze e basi nuove e migliori. Tali uomini però non possono essere che il risultato di una educazione nuova….”.

Perché come funziona la nostra scuola attualmente? “le nostre odierne scuole offrono una sequela di parole, torturano gli scolari con definizioni scientifiche, con lunghe ed insipide risposte, dettate da manuali, i cui autori sono ignari delle più elementari regole di psicologia, e l’istruzione, anziché sviluppare avviluppa, confonde e affievolisce le forze dello spirito.” E’ quindi necessario andare verso una educazione nuova improntata su principi chiari fin dall’inizio.

E qui Pick fa l’elogio incondizionato del fröbelismo: “Nel fanciullo dell’età dai 3 ai 6 anni non può predominare altra occupazione, né altro lavoro che non vesta il carattere del giuoco; è questa la spontanea attività istintiva, generata dal piacere e dal benessere; il fanciullo si abbandona con inesprimibile gioia a tutto ciò che lo alletta e stimola, …. Però tutta questa attività e anche il suo prodotto è proprio il ricchissimo materiale su cui lavora l’educatore: “Per giudicare convenientemente e riconoscere le attitudini del fanciullo, e da queste poter trarre norme per educarlo, non dobbiamo limitarci a giudicare ciò che fa e come agisce, ma piuttosto considerare le sue produzioni e le sue creazioni e da queste tirare conseguenze e giudizi per la sua vocazione”.



Un altro aspetto molto interessante è quello in cui Pick segnala la differenza tra l’entità e la rapidità del progresso tecnologico e industriale, da un lato, e, dall’altro lato, la lentezza del progresso umano e sociale: “Gigantesche quanto le piramidi egizie sono le conquiste fatte dall’ingegno e dall’industria umana dei nostri giorni, e senza impiegarvi dei secoli si realizzano le opere più grandiose, mentre con vertiginosa velocità il mondo fisico intorno a noi cambia d’aspetto. Ma lento e pur troppo appena percettibile si opera il processo della trasformazione morale!...” Prima di concludere il suo discorso, Adolfo Pick raccomanda in modo accorato alle maestre di dedicare una cura particolare ai bambini “delle ultime classi sociali”:

“Tra quei bambini provenienti dalle ultime classi sociali ve ne possono essere, anzi ve ne saranno di screanzati, indisciplinati, sudici, abituati a sconcio linguaggio, appreso nei trivi o dai monelli di strada, non di rado viventi in mezzo alle turpitudini di ogni genere. Ebbene, a questi più che agli altri voi dovete consacrare le vostre cure affettuose, voi dovete compatirli e con amorevole pazienza emendarli ed innalzare fino a voi. Solo così operando voi risponderete nel miglior modo alla fiducia che in voi ripongono l’illustre fondatrice e la benemerita autorità municipale.”

Il Giardino Comparetti, inaugurato con il discorso così ampio e impegnativo di Adolfo Pick il 24 ottobre del 1874, accrescerà le iscrizioni e il consenso presso le famiglie per tutti gli anni ’70; come già detto, in quegli stessi anni è grande anche il consenso di cui gode il professor Pick. Ma nel decennio successivo il vento verso il fröbelismo cambia direzione: tutti gli oppositori, e soprattutto i cattolici, riprendono a rafforzarsi dopo l’indebolimento seguito all’unità d’Italia.

    Adolfo Pick

Al Giardino Comparetti non si consente di partecipare ai festeggiamenti, a Dresda, per il centenario della nascita di Fröbel: questa situazione contribuirà ad aggravare ulteriormente il persistente disagio di Elena Raffalovich, fino a farla di fatto e consapevolmente scomparire dalla scena. Anche Adolfo Pick subisce uno “sgarbo” che lo segnerà umanamente ben oltre l’entità del danno reale: gli viene sottratto il corso sul metodo-Fröbel alle maestre giardiniere. Certo, non tutto crolla per quanto riguarda lui e la sua notorietà continua con altri incarichi.

Per esempio, il Comune di Roma lo nomina ispettore dei giardini d’infanzia e, soprattutto, nel 1887 il ministro Coppino lo incarica di guidare a Maas una delegazione di maestri per studiare l’insegnamento del lavoro manuale; l’anno successivo pubblicherà sull’argomento un lavoro dal titolo “Sul lavoro manuale” (Torino, 1988).

La sottrazione del corso per le maestre giardiniere a Venezia aveva però creato una lacerazione del suo rapporto con la città, definita un tempo la sua seconda patria. Matura così l’idea di non lasciare a Venezia la sua unica eredità, costituita dalla sua biblioteca, che racchiude tutti i suoi libri, le sue riviste, le lettere, i suoi scritti e appunti di vario genere. Prende così forma l’idea di lasciare tutto questo suo “capitale” alla biblioteca Joppi di Udine.


Grazie in particolare all’opera di Luigi Pècile, suo grande estimatore, e degli appartenenti alla Società dei giardini d’infanzia di Udine (sorta nel 1874), e grazie anche ad iniziative filantropiche come la costruzione dell’asilo voluto da Marco Volpe, il Comune di Udine è per Adolfo Pick “il più degno di lode pel suo ordinamento scolastico infantile elementare e secondario”. Dopo una vita sofferta, ma intensa e caparbiamente determinata nella difesa delle proprie idee, Adolfo Pick muore all’improvviso, tra i bambini di un giardino d’infanzia (come forse avrebbe voluto) di Venezia il 25 luglio del 1894.