TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 24 gennaio 2017

Ripensare l'architettura

    Wharton Esherick 

Palazzoni grigi, ecomostri, edifici privi di anima. Luoghi deprimenti nei quali è triste vivere. Un saggio attacca l'architettura contemporanea e riprende un massima che fu già dei situazionisti: per costruire bene occorre poesia.

Marco Belpoliti

Ripensare l’architettura

Non so se capita anche a voi, a volte davanti a certe architetture mi domando: cosa pensava chi ha progettato questa casa, questo palazzo, questa scuola, questo museo? Avrà immaginato, mentre faceva gli schizzi, mentre disegnava e passava al computer la sua idea, che dentro quello spazio ci saranno delle persone che lo vivranno ogni giorno? Persone concrete che apriranno porte e finestre, saliranno le scale, sosteranno nei pianerottoli, cammineranno nelle stanze.

Non è poi un pensiero peregrino se un importante studioso dell’architettura come Henry Plummer apre il suo volume “L’esperienza della architettura” (Einaudi, traduzione di Cristina Spinoglio) ricordando che uno degli aspetti essenziali dell’architettura «è la proprietà che hanno gli edifici di incoraggiare oppure svilire le attitudini spontanee degli esseri umani».


Noi uomini occupiamo luoghi, ci muoviamo. Sono tutte azioni semplici come ruotare un’anta, aprire un cassetto, uscire da una porta, attraversare un ponte o un giardino, salire su un marciapiede, discendere una scalinata. Sovente diamo per scontato tutta la serie di azioni quotidiane che compiamo, e che si misurano con la forma assegnata agli spazi nelle case che abitiamo, negli uffici in cui lavoriamo, nelle aule dove studiamo o nelle camere dove siamo ricoverati, o attendiamo qualcuno. Il nostro corpo si rapporta con tutto questo in modo immediato.

Negli anni Settanta, su sollecitazione di autori come Michel Foucault, Roland Barthes, Michel de Certeau, e prima ancora Gaston Bachelard, ci siamo resi conto che lo spazio è davvero essenziale, tanto che sorge spontanea la domanda: ma gli architetti lo sanno? Plummer dice che non è sempre così, che non lo sanno, che oggi le costruzioni assumono la forma di un brioso kitsch e lo spettacolarismo è la caratteristica principale di molte costruzioni contemporanee celebrate su riviste e giornali.

Lo studioso ha fondato il suo libro su un asserto: l’architettura è il campo della deliberazione umana, «un insieme di possibilità che gli esseri umani possono saggiare ed esplorare, liberamente e con grande vitalità». Per non restare nelle pure dichiarazioni di principio, Plummer comincia la sua trattazione dalle scale, dal capitolo che intitola giustamente: “Piani di agilità”. Nelle moderne costruzioni, le scale, oggetto architettonico per eccellenza, sono quasi scomparse a vantaggio degli ascensori.

Eppure sulle scale “la meravigliosa anatomia delle gambe” è chiamata a esercitarsi in tutta la sua forma: estendersi, contrarsi, slanciarsi, alzare, atterrare. Quanti sono i movimenti che si fanno salendo le scale? Tantissimi come sui gradini di pietra di Santorini, di Urbino, sulle scalinate di Sperlonga e di Siena. Per salire le scale bisogna essere pienamente vigili e sciolti, scrive l’autore. L’immagine che accompagna questo passo ritrae la scala nello studio di Wharton Esherick in Pennsylvania, opera di uno scultore ed ebanista, che nessuna Asl oggi certificherebbe; eppure è un capolavoro architettonico. Una volta una persona chiese all’artista se qualcuno si era fatto mai male salendola, ed Esherick ha risposto: «No, è troppo pericolosa».

    Fondazione Querini Stampalia

Plummer esamina le scale di Carlo Scarpa alla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia, che creano un movimento ondulatorio simile a quello di una barca: serpeggiano e svoltano scendendo verso il canale. Guardando e leggendo queste pagine, quelle sulle finestre e sulle porte, sulle maniglie e i chiavistelli, sulle trasparenze e le opacità, non si può convenire su un fatto che Plummer sottolinea con forza: «il nucleo autentico della natura dell’uomo risiede nella sua capricciosità e nella sua imprevedibilità e nel suo rifiuto di far parte di categorie o di essere limitato nelle decisioni altrui».

Ci pensano a questo, alla capricciosità, non alla propria ma a quella di tutti gli altri uomini, i progettisti di edifici contemporanei? Gli uomini vogliono poter decidere le proprie linee d’azione. Molti edifici ci opprimono. Come si fa a vivere e lavorare per ore e ore in spazi opprimenti, che mortificano la capacità innata di forgiare lo spazio intorno a sé?

Oggi le architetture tendono a sviluppare solo un aspetto di questa libertà, quella che Plummer definisce “la placida gioia dello svago e dello spettacolo”. Probabilmente perché viviamo in case composte solo di linee rette e di angoli acuti finiamo per apprezzare gli spazi degli ipermercati, che si basano su effetti sensazionalistici sia visivi che comportamentali. Ci dimentichiamo facilmente che la nostra capacità di muoverci con agilità deriva dalle «manovre ardimentose compiute dai nostri avi prima nelle foreste pluviali di alto fusto e poi nelle aree boschive dell’Africa orientale, dove errava l’Australopiteco».

Siamo l’effetto di migliaia di anni trascorsi dai nostri progenitori su terreni accidentati. Il libro dello studioso americano parte dalle scale per arrivare alle architetture contemporanee, a quelle che a suo parere sono in grado di stimolare la nostra sensibilità e il nostro corpo, le gambe e le braccia, l’occhio e la mente. Da Scarpa si passa ad architetti come Ryoji Suzuki e Riken Yamamoto, così diversi dal maestro italiano.


Ci sono pagine sull’oscurità come forma dell’architettura, che accresce il mistero e rende «più magnetici i bagliori di luce e più avventurosi gli spazi sfuggenti». In un memorabile filmato dedicato alla città di Orte, Pasolini risale una vecchia strada acciottolata e riflette: «Questa strada per cui camminiamo con questo selciato sconnesso e antico, non è niente, è un’umile cosa, non si può confrontare con certe opere d’arte della tradizione italiana, eppure questa stradina è da difendere…».

Un’attenzione allo spazio che non è solo di Pasolini, ma anche di tanta poesia italiana del Novecento, da Giorgio Caproni a Umberto Fiori, una sensibilità ai luoghi e alle forme che credo abbia molto da insegnare agli architetti. Perché non introdurre corsi di poesia nel curriculum dei futuri progettisti? Cominciare dalle cose minime e minori, come fa Plummer, serve a cogliere i grandi problemi del costruire e dell’abitare futuro. Un libro da leggere.


la Repubblica - 16 gennaio 2017