TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 18 gennaio 2017

Sangue, fuoco, potere, morte: storia del rosso



I colori hanno un ruolo fondamentale nell'immaginario collettivo e il loro significato simbolico cambia secondo i tempi e le culture a definire un codice che, come nel caso degli affreschi medievali, aiuta a comprendere il senso più celato della rappresentazione.

Graziella Pulce

Sangue, fuoco, potere, morte: biografia del rosso

Indifferenti alle sorti di stati e imperi, dinastie e potentati, i colori svolgono un loro discorso attraverso i millenni. Le pitture rupestri rappresentano le primissime testimonianze di un’egemonia indiscutibile esercitata sulla mente dei nostri più lontani progenitori. Con Rosso Storia di un colore (traduzione di Guido Calza, Ponte alle Grazie, pp. 261, € 32,00) Michel Pastoureau è giunto alla quarta tappa della storia dei colori nelle società europee, avviata con Bleu (2002) e proseguita con Noir (2008) e Vert (2013), tutti accompagnati dal sottotitolo Histoire d’une couleur e tutti editi dalle Èditions du Seuil, sempre tradotti in italiano da Ponte alle Grazie, qui davvero tempestivamente (Rouge è uscito in Francia in ottobre). Il prossimo sarà l’epopea del Giallo.

La vicenda umana è anche una vicenda di simboli che proprio il colore veicola immediatamente e ad ogni livello, sulla base di un codice rimasto vivo nel tempo. Il codice del quale i colori sono segni tanto profondamente è radicato nella sensibilità e nell’immaginario, da sembrare poco o per nulla ‘visibile’: la simbologia cromatica possiede infatti una potenza comunicativa così forte da rendere secondaria se non superflua l’elaborazione intellettiva. In ogni civiltà la simbologia dei colori è assorbita e condivisa fino a diventare linguaggio ‘naturale’ ancorché squisitamente culturale.

«Lo storico deve costantemente rammentare che non esiste alcuna verità universale del colore, né per quanto riguarda le sue definizioni, le sue pratiche o i suoi significati, né per quanto riguarda la sua percezione. Anche in questo caso, tutto è culturale, strettamente culturale». Così Pastoureau in Medioevo simbolico, vera summa degli interessi e dei saperi dell’autore, direttore dell’École pratique des hautes études, storico esperto – oltre che di colori – di simbologia medievale, di bestiari e di emblemi.

    Poliakov, Composition gris et rouge

Il saggio prende avvio dalle prime espressioni artistico-religiose del Paleolitico e segue le tracce del rosso – il primo a essere utilizzato in pittura e tintura – attraverso l’antichità, lungo il Medioevo fino alla modernità. Ricchissimo di curiosità e di illustrazioni, il volume si apre con Composition gris et rouge di Serge Poliakoff (1964) e il grande bisonte rosso di Altamira (15500-13500 a.C.) e si chiude con No. 16 (Red, White, and Brown), 1957, di Rothko, e una vetrata della scuola del Bauhaus di Weimar (1923).

Naturalmente parlare di un colore è possibile solo se lo si affianca, paragona o contrappone a un altro. I colori dialogano tra di loro, talvolta si fanno anche la guerra (come quella tra il rosso e il blu tra il XII e il XIII secolo) e conoscono fasi aurorali, ascese e declini tutti propri. La predilezione nei confronti di un colore può rappresentare la fortuna di un produttore o di un mercante come pure scatenare invidie e tracolli.

Anche senza arrivare ai fenici e alla loro porpora, ad esempio il segretissimo rosso turco o rosso di Adrianopoli, in auge dal XV secolo, domina fino alla fine del Settecento, quando Francia e Germania strappano il primato e mettono a punto dei rossi ‘alla maniera di Adrianopoli’. Emblematico anche il caso del colorante estratto da un albero proveniente dall’America del sud, capace di fornire proprietà tintorie ben superiori a quelle del Brasileum, il ‘legno rosso’ importato dall’Asia. Tanto imponente si fa lo sfruttamento di quell’albero che a quel territorio sudamericano viene dato appunto il nome di Brasile.

Ovviamente anche la storia dei colori va a inscriversi nella storia della schiavitù: ad esempio, negli anni Venti del Cinquecento l’acido carminico ricavato dalle cocciniglie disseccate dell’America tropicale (dove gli spagnoli proseguono il commercio delle cocciniglie che era stato degli Aztechi) mantiene un prezzo accessibile solo perché la raccolta viene effettuata dagli schiavi.

Per millenni il rosso è il colore per eccellenza. Con il bianco e il nero costituisce la triade fondamentale dalla quale vanno a generarsi tutte le scale cromatiche, attestate sui sei colori base di aristotelica definizione, all’interno della quale il rosso occupa una posizione centrale, privilegio mantenuto fino alla scoperta newtoniana dello spettro (1666), in cui il rosso occupa in realtà una posizione assai più ‘bassa’ nella scala rivelando di essere il colore più scuro.

    Altamira. Bisonte rosso

La sua egemonia dura fino al XVI secolo, quando si fa progressivamente più raro nella vita quotidiana per acquisire via via connotati che lo conducono ad associazioni simboliche sempre più strette con i tratti della deviazione, assumendo il carattere di un segnale o un accento, e dunque si fa notare sempre più. Più marcata risulta allora la contiguità con la duplice simbologia della seduzione e del peccato, ma anche della sanzione e della punizione. Tra i passaggi fondamentali c’è da registrare il ripudio dei colori da parte del mondo protestante (cromofobo per eccellenza), che ne cancellerà diligentemente le tracce, nella negazione di ogni forma di frivolezza e di esibizione.

La storia dei colori è scritta ovunque, nel lessico, nelle stoffe, negli oggetti quotidiani. Tintori, pittori, artisti, chimici e fisici ne sono i cantori, insieme a poeti, politici, religiosi, antropologi. Innumerevoli i nomi che distinguono le sfumature del re dei colori (scarlatto, vermiglio, cremisi, vinaccia, granata, ciliegia, papavero) e l’origine (garanza, chermes, cocciniglia, oricello, verzino, sandracca, realgar, minio).

Se tutti i colori hanno una straordinaria profondità di semantica, il rosso da sempre risulta connesso con le maggiori potenze della vita stessa. Sangue, fuoco, morte, potere. E dunque seguirne il percorso significa inoltrarsi all’interno delle pulsioni più remote: il desiderio nella sua natura selvaggia. Si pensi alla caccia: ogni persona di rango doveva andare a caccia, indossare il rosso e dimostrare sul campo di essere il più forte.

D’altra parte una capigliatura fulva è quella che per tradizione marchia la figura del traditore e dell’omicida, da Caino e Giuda, fino a Gano e Mordred. Dalle bandiere alla segnaletica stradale, dal teatro (il sipario) alla metafisica (l’inferno è rosso e nero), alla medicina (la croce rossa e la mezzaluna rossa). Per il rosso si può combattere, patire e anche morire. Per difendere una bandiera, per sostenere un emblema o più semplicemente per obbedire a una moda, come accadeva con i belletti a base di ossido di piombo, la biacca, per il bianco, e di solfuro di mercurio, il cinabro, per il rosso.

    Rothko, N.16

Portare alla luce e alla consapevolezza il ruolo simbolico, sociale e culturale dei colori indirizza a distinguere livelli di realtà che dopo il Medioevo non siamo più addestrati a cogliere. Si tratta appunto di quei «grands réprouvés», declassati e detronizzati, verso i quali l’autore si è sempre sentito attratto. E non diversamente rispetto a quelli sui colori vanno letti i saggi sugli animali (l’orso, il maiale e quello imminente sul corvo) e sugli emblemi.

Seguendo una linea interpretativa che fa capo a Lévi-Strauss (ma che, si potrebbe aggiungere, arriva fino alla polarità logica/analogia del nostro Enzo Melandri), bisogna distinguere il piano della ‘verità’ da quello della ‘realtà’. In svariate occasioni l’autore ha ribadito che nel Medioevo il vero e il reale appartengono a due sfere distinte. I suoi studi infatti mirano a mettere in risalto quello che la coscienza simbolica percepisce come vero, e cioè vivo, pieno di significato, capace di operare nell’ambito dell’immaginazione, ben più profondo e ricco di ciò che è semplicemente realistico.

Dunque questa di Pastoureau è una battaglia a salvaguardia della facoltà immaginativa e creatrice nata con l’uomo stesso, l’unica che metta in grado di comprendere le infinite sfumature e l’innegabile potere che oggi come ieri sono propri del linguaggio simbolico, grazie al quale si rendono di nuovo leggibili strati di significato caduti nell’ombra.


Il manifesto – 8 gennaio 2017