TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 27 gennaio 2017

Sciesopoli, l'ex colonia fascista che diventò casa per 800 orfani ebrei


Era il vanto di Mussolini ma dal 1945 offrì un rifugio ai ragazzini sfuggiti alla Shoah che qui tornarono a vivere. Oggi è un luogo della memoria abbandonato

Brunella Giovara

Sciesopoli, l'ex colonia fascista che diventò casa per 800 orfani ebrei.

C'era la neve, come oggi. E "c'era un grande candelabro con le braccia, che illuminava la notte. E i bambini che ballavano in girotondo. Non lo dimenticherò mai". Era una notte dell'inverno del 1946, e quella grande luce sulla montagna era il ritorno alla vita, alla pura gioia, alla voglia di giocare a pallone. I bambini e le bambine che danzavano e scherzavano nella notte erano reduci. Tutti ebrei, raccolti tra le macerie dei ghetti, tra le rovine dei lager abbandonati dai nazisti, nelle foreste dove erano sopravvissuti mangiando le radici. Tutti orfani. Ottocento ne sono passati da qui, dalla ex colonia fascista Sciesopoli oggi in rovina, sulle montagne della Val Seriana. Una storia quasi dimenticata.

"Erano magri, smunti. Poi hanno cominciato a stare meglio, sono rifioriti a forza di pane e latte buono". Walter Mazzoleni aveva sei anni, all'epoca. Era il figlio del custode Angelo, e cominciò a giocare con quei bambini che "o non parlavano proprio ", traumatizzati da quello che avevano visto e subito. "O parlavano tedesco, polacco, arabo. Tutte le lingue del mondo abitavano qui. Io parlavo bergamasco, quindi ci si capiva".

Oggi Sciesopoli è un luogo della memoria abbandonata. Il Comune di Selvino, duemila abitanti, sta facendo una battaglia per salvarlo assieme a uno storico milanese, Marco Cavallarin, e ad alcuni di quei bambini. Tutti rimpatriati nel '48 nell'unica patria che poteva accoglierli: la Palestina. Nei kibbutz si sono sposati, hanno avuto figli e poi nipoti e ogni tanto - l'ultima volta nel 2015 - alcuni di loro sono risaliti per questa strada a tornanti, sono arrivati al cancello, l'hanno aperto e si sono messi a ridere e ad abbracciarsi, ricordando che qui è cominciata una vita nuova.


Si chiamavano Jeudith Sole, che aveva solo due anni e veniva dalla Cecoslovacchia. Malka Volfovski, polacca, Ascher Liebermann, russo, e il lituano Avivit Kissin. La Brigata ebraica, che faceva parte dell'esercito inglese, aveva setacciato l'Europa dell'Est devastata per raccoglierli e portarli in Italia. Bisognava curarli, farli mangiare, insegnargli una lingua comune, l'ebraico. Cavallarin: "La comunità ebraica di Milano, i pochi che erano rimasti, chiese un posto per raggrupparli. Ferruccio Parri, con il prefetto Lombardi, e il sindaco Greppi, decise che c'era la colonia fascista di Sciesopoli, intitolata al patriota Amatore Sciesa", la colonia più bella d'Europa, secondo la propaganda fascista. Piscina riscaldata, 17mila metri quadri di parco, sala cinema, dormitori con i lettini bianchi, tutti in fila. Era rimasta vuota, mandiamoli lì. Così il gioiello del regime era diventato il rifugio delle sue vittime, uno scherzo del destino.

Venne affidato alla Brigata ebraica, che riciclò la struttura e ci mise i suoi, di bambini. Il direttore era Moshe Ze'iri, un militare, e infatti Walter Mazzoleni ricorda che "c'era disciplina, eccome. La mattina imparavano un mestiere, calzolaio, falegname, sarto. Il pomeriggio scuola e giochi. Una volta abbiamo fatto una partita di calcio, ragazzi di Selvino contro ebrei. Hanno vinto gli italiani. Rivincita: vincono gli ebrei, ed erano così felici che invitarono tutto il paese a pranzo".

Il paese faceva la fame, in quel dopoguerra povero. "Allora si è deciso di farli vincere sempre, così ci invitavano a mangiare". Si mangiava bene in quella grande mensa. "Arrivavano casse di roba dall'America, ricordo che c'era la farina di piselli, le carote secche, le lattine di carne". Tutto un ben di dio - non si sa quale, ma finalmente si era manifestato - che diede sostanza a quei ragazzini "scarni", tanto che il bambino di allora Walter un po' si vergognava della sua, di carne. "Mia mamma mi diceva: bisogna avere grande rispetto di loro". Così è stato. Il paese guardava quei bambini e li compativa, ma non li poteva conoscere, dietro le cancellate non entravano se non il panettiere e "una zitella che portava il latte".


Loro "cantavano le loro canzoni, ma nessuno sapeva l'ebraico. Erano felici, finalmente". Poi i cori sono finiti, iniziati i rimpatri, le grandi stanze si sono svuotate. La colonia è stata usata dal Comune di Milano per altri bambini sfortunati, poi nel '90 è finita all'asta e nelle mani di un'immobiliare napoletana che ci voleva fare un albergo. Progetto fallito, tutto è finito ai rovi. Nel campo di calcio sono cresciuti gli alberi, la piscina è interrata. Dentro, rottami e vetri rotti, "hanno rubato tutto, lavandini e termosifoni, ma è ancora un posto meraviglioso", dice Aurora Cantini, poetessa  che vive su questo altopiano. 

Il sindaco Diego Bertocchi spera di fare "un piccolo museo dedicato a una storia così importante. Lo faremo in Comune, qui non si può. Noi ci teniamo, alla nostra cultura". Il Mibac lo ha vincolato. Lo Yad Vashem lo ha definito "luogo della Memoria". Una raccolta di firme ha cercato di farlo diventare un "luogo del cuore" del Fai. Ma i rovi crescono, e si portano via il ricordo di tanti Chaim, David, Miriam, Zipora, Hana.

La repubblica – 26 gennaio 2017