TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 30 gennaio 2017

Simboli e riti del culto di Mitra


Seconda parte dello studio di Guido Araldo in cui vengono analizzati simboli e riti del culto di Mitra per molti aspetti evocanti la moderna massoneria che resta (con l'alchimia) il più grande teatro di archetipi dell'Occidente.

Guido Araldo

Simboli e riti del culto di Mitra


La narrazione della leggenda di Mithra, dalle profonde implicazioni cosmologiche e teologiche, s’intersecò in Occidente con l’armonia cosmica dei numeri di Pitagora e alla sua musica arcana: un connubio finora raramente esplorato, ma estremamente interessante. Si trattò di un salto di qualità e di una metamorfosi del culto.

Labili tracce indicano sette gradi iniziatici, corrispondenti peraltro ai giorni della settimana in un periodo in cui nell’impero romano erano in uso le pridie e le idi; per cui la suddivisione dell’anno in settimane, di sette giorni ciascuna, era sconosciuta. Fu proprio l’imperatore Aureliano, seguace del culto di Mithra a proporre la rivoluzione del calendario introducendo una nuova ripartizione dei mesi, in settimane, il 25 dicembre 274, durante una memorabile cerimonia. E i giorni della settimana corrispondevano ai gradi iniziatici dei riti mitraici, collegati ai sette “pianeti” all’epoca noti.


Il primo grado era quello di Cautopates, quasi il Bagatto dei Tarocchi, che inizia il percorso con la fiaccola rivolta verso il basso, ad indagare “le cose arcane” sotto il benefico influsso della luna. Ed ecco il lunedì.

Seguiva il miles, il soldato di Marte-Dioniso; dio delle gemme e dei germogli, della rinascita e della potenza della natura, che induce il seme a germogliare rigenerando il mondo, la gemma a sbocciare, abbellendolo; il membro maschile a inturgidirsi, rinnovando l’umanità. Ed ecco il martedì.

Terzo grado era il corax: il nero corvo, corrispondente al cielo di Mercurio, già allora simbolo della prima metamorfosi alchemica, l’opera al nero: la nigredo. Ed ecco il mercoledì.

Seguiva il leone corrispondente al pianeta Giove, signore delle folgori e quarto pianeta: il leone simbolo della forza, meglio ancora della fortitudo, la prima virtù. Ed ecco il giovedì.

Quinto grado il nymphus: candido sposo di Venere, intriso di bellezza, seconda virtù, speculare al cielo della dea. Il candore è quello bianco dell’albedo: l’opera al bianco, seconda metamorfosi alchemica. Ed ecco il venerdì.

Seguiva il cielo di Saturno, il padre dell’umanità, il signore dell’età dell’oro; alludeva al completamento dell’opera alchemica, il piombo o mirra finalmente trasformati in oro: l’opera al rosso, l’ultima metamorfosi, la rubedo, l’adepto simile ad araba fenice che rinasce rigenerato dalle proprie ceneri. Saturno era anche il dio della conoscenza e pertanto allegoria della terza virtù: la sapienza. Ecco il giorno di Saturno, trasformato nel sabato ebraico dai cristiani; ma nella lingua inglese è rimasto il senso originario: Saturday, ovvero giorno di Saturno. All’epoca in cui il giorno di Saturno divenne il sabato, le legioni romane già avevano lasciato la Britannia.



Settimo e ultimo grado l’heliodromus, il corriere del sole, corrispondente al settimo cielo, settimo pianeta: la fiaccola ben alta verso il cielo ad illuminare la strada. Cautopates è diventato Cautes!I due fratelli che s’incontrano sotto i raggi del solo nella XVIIII carta cedei Tarocchi. Il percorso iniziatico è finito, si è giunti all’empireo, esattamente il viaggio in paradiso di Dante. Il settimo giorno della settimana era la festa del “dies solis”, finché un decreto dell’imperatore Teodosio, su ispirazione di sant’Ambrogio, lo trasformò nel “dies dominicus”: giorno del Signore. Come Dio si era riposato nel settimo giorno della Genesi, così ogni abitante dell’impero si sarebbe riposato, rispettando e onorando quel giorno sacro.

Fu inizialmente un giorno di riposo per le liti giuridiche, per gli affari, per la riscossione dei debiti; ben presto esteso a tutte le attività umane. Anche in questo caso l’editto non fu recepito nella grande isola della Britannia, dove l’ultimo giorno della settimana restò il giorno del sole: Sunday mentre in tutto l’Impero Romano i padri della Chiesa si adoperarono con estrema celerità a cancellare qualsiasi riferimento mitraico nelle feste cristiane. Malgrado tanto zelo e fervore, nelle grotte Vaticane, proprio sotto la basilica di San Pietro, è ancora visibile un bellissimo mosaico raffigurante Cristo nelle sembianze del “Deus Solis”, databile all’incirca all’anno 250.

Cosa portavano i “re magi” giunti dall’Oriente, dove si alza il sole e dove il canto degli uccelli è più melodioso, quando si recarono in rispettosa visita a Gesù bambino nella grotta? La mirra: allegoria della nigredo; l’incenso, ovvero l’albedo, e l’oro, la rubedo. Maghi alchemici mitraici?

La traccia più importante è costituita dal misterioso “papiro magico” di Parigi, che descrive la tauroctonia mitraica, accompagnata da inni religiosi-magici.

    Mitreo di Santa Prisca

Tre divinità, altamente simboliche, accompagnavano i misteri mitraici – pitagorici: Afrodite, Marte – Dioniso custode della forza arcana che induce il seme a germogliare, la gemma a sbocciare, il membro maschile a inturgidirsi, e Cibele – Minerva, nota presso i cristiani come pistis Sophia. Divinità non andate perdute, anche se Ercole ha sostituito Marte – Dioniso. E poi il berretto frigio indossato da Mithra, inaspettato simbolo della Rivoluzione Francese allorché le logge parigine cercarono di cavalcare l’impeto popolare…

Mithra si manifestava in cielo in due occasioni, ai solstizi: il 25 dicembre e il 24 giugno, quando il sole inverte palesemente il suo cammino. La Chiesa vi sovrappose i due Giovanni: san Giovanni Evangelista, scivolato al 27 dicembre per lasciar posto al dies Natalis e a santo Stefano, e san Giovanni Battista. I “fuochi” notturni che un tempo accompagnavano queste due date: il “gioco delle scintille “le feye” in piemontese, da non confondere con le “smuye”, nella notte di Natale, e i falò di san Giovanni al solstizio d’estate (“la luna e i falò” di Cesare Pavese). Momenti di purificazione e divinazione, quando la rugiada si fa magica e le fate volano in cielo, come l’etrusca Strenia, da cui "strenna", trasformate successivamente in streghe. “Fuochi benaugurali” in sintonia con ben più antiche “feste del fuoco” zoroastriane.

Il mitraismo pitagorico perseguiva il perfezionamento individuale lungo un sentiero di simboliche prove. E’ noto, ad esempio, che l’aspirante al terzo grado, quello consono a Marte - Dioniso, veniva introdotto nel tempio nudo, con un cappuccio in testa e una corda al collo, simboleggianti rispettivamente la cecità del profano e i vizi umani che lo rendono schiavo. In ginocchio, davanti all’ara, gli veniva offerta una corona sulla punta di una lancia: nell’accettarla esclamava “il dio Mithra è la mia corona!” Allora era indotto a bere un misterioso intruglio inebriante a base di miele, dolciastro, che alludeva alla dolcezza interiore arrecata dallo svelamento dei misteri di Mithra e Pitagora. Nel grado del leone, associato a Giove, si teneva un banchetto rituale a base di focacce, il pane, e vino: alludeva all’ultima cena del dio con i suoi compagni, prima della sua ascesa sul carro celeste del sole.

    Iniziazione massonica

Gli iniziati s’identificavano tra loro con particolari strette di mano. Proprio da queste strette di mano ebbe origine il saluto più comune, tuttora in uso. Più importante e altamente simbolica la catena “psichica”, oggi nota come catena d’unione, in grado di convergere forze telluriche e celesti in coloro che la praticano.

Il mitraismo pitagorico ambiva dischiudere l’orizzonte del “mondo oltre il mondo”. Oggi restano molti segni esteriori, tipici di quel rito misterico: la recita di preghiere simili a un mantra, come nel caso del santo rosario; le mani giunte, la genuflessione, la pubblica confessione delle proprie colpe, con relativa penitenza; l’unzione, tipica del settimo e ultimo grado, trasformata in cresima dal cristianesimo; l’esposizione dell’ostia, allusione al disco solare; il sacerdozio maschile trattandosi di un culto solare, il concetto di Paradiso: parola che in persiano significa giardino, la speranza di rinascita, l’uso dell’incenso e dell’aspersorio, i lumi accesi davanti all’ara, il copricapo dei vescovi che ancora oggi, non a caso, continua a chiamarsi mitra; la stola, l’architettura delle basiliche desunta dai grandi mitrei più che dai tribunali.

Dopo tredici secoli di buio, a parte fugaci squarci di luce, come nelle chiese di Rosslyn in Scozia e di Saliceto sulle Langhe più alte, nell’emblematico giorno di san Giovanni d’estate, il 24 giugno del 1717, tre logge londinesi e una di Westminster si riunirono nella taverna dell’Oca e della Graticola e da quell’incontro ebbe origine la Gran Loggia d’Inghilterra e una storia nuova per l’umanità. Non fu un inizio facile! Ben presto gli “Antichi” si contrapposero ai “Moderni”, con l’intento di preservare i caratteri originali di ordinamenti antichi contaminati dalle nuove costituzioni di Anderson e dei duchi di Wharton. Ci fu gran fermento nelle logge speculative di “liberi muratori, scalpellini e carpentieri” risalenti ai primi anni del secolo precedente, operative in Scozia e in Inghilterra, se non nelle nuove colonie del Nord America che avrebbero generato gli Stati Uniti.

Non erano gradite le nuove “costituzioni di Anderson”. A loro parere lassù, attorno al Vallo di Adriano, non c’erano soltanto le legioni, ma i “collegia artificum et fabrorum” che fornivano il necessario supporto tecnico, il cui sincretismo religioso non era andato perduto. Sant’Albano, l’evangelizzatore della Britannia, ebbe a lamentarsi di come il culto mitraico fosse radicato nella grande isola dei Britanni e riscontrò difficoltà nel debellarlo; soprattutto nel suo centro di massimo radicamento: la città di Eburacum, l’attuale York, dov’erano morti due imperatori romani dediti ai misteri mitraici: Settimio Severo e Costanzo Cloro.


Nel lento fluire dei secoli, i “collegia artificum et fabrorum” si rivelarono preziosi nella costruzione di castelli e, soprattutto, di cattedrali e monasteri. Per questo motivo furono apprezzati e tollerati, nonostante i loro segreti corporativi. Si trattava di corporazioni itineranti, con approdi sicuri nei monasteri. Poi, lentamente, sembrarono scomparire nelle tenebre dell’alto medioevo, ma così non fu: ricomparvero dopo un sonno lungo quattro secoli, nell’epoca romanica e gotica; ai tempi della rinascita dell’Europa. La loro presenza fu particolarmente significativa nell’Italia Settentrionale, nella Francia normanna e in Inghilterra; per nuovamente scomparire dopo la caduta dell’Ordine dei Templari.

Gli “Antichi” si opposero risolutamente alla modernità illuministica delle costituzioni di Anderson, finché non fu riconosciuto il filone esoterico avulso dalla soffocante tradizione cristiano-giudaica. Come evidenziato da ricercatori e studiosi, la misteriosa formula V.I.T.R.I.O.L. deriverebbe da culti mitraici – pitagorici e l’enigmatico acronimo alchemico “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultam Lapidem” ne sarebbe la sintesi: soltanto scendendo negli ipogei mitrei, correggendo il proprio comportamento, si potrà rinvenire la pietra nascosta.

Altrettanto enigmatica la triangolazione tra pitagorismo, mitraismo e orfismo, dove il rigoroso studio della matematica, della musica, della geometria, dell’astronomia e della filosofia si amalgama a riti misterici antichissimi. Un afflato culturale insolito ma importantissimo: autentica anticipazione della cultura moderna.

Giamblico, nella “Vita di Pitagora”, ricorda: “Di fronte ad estranei, i profani come sono da loro chiamati, i pitagorici parlano attraverso simboli, a volte usando frasi banali, dal significato recondito”.

L'originalità della scuola pitagorica consisteva nell’eccezionale presenza di una comunità scientifica, inedita nell’antichità: un’aggregazione di filosofi che, per un breve periodo, riuscì a governare aristocraticamente grandi città della Magna Grecia.

Per i pitagorici il peccato era una sintesi di brutalità e ignoranza. Soltanto liberandosi dal peso di “questo piombo” ci avvicinava all’oro dell’intelligenza divina: il pneuma o soffio che alita nell’universo, rendendolo armonioso. L’amore per la conoscenza: la filosofia φιλεῖν (fileîn) amare e σοφία (sofìa), sapienza, costituisce la vera libertà. Ancora una volta l’esortazione dell’Ulisse dantesco: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.


2. Fine