TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 11 febbraio 2017

Europa 1914-1945. La seconda guerra dei trent'anni



Procedendo alla sistemazione di una serie di dati e di fatti, Ian Kershaw ricostruisce il tempo compreso fra il ’14 e il ’49 come una seconda guerra dei trent'anni da vedere nella sua integralità e non per singoli episodi.

Vincenzo Lavenia

Eppure la miccia poteva venire spenta

Il climax sanguinario e la narratività tutta anglosassone di Ian Kershaw – celebre studioso del nazismo e autore di una monumentale biografia di Hitler – non bastano a spiegare lo sgomento con cui si percorre la sinistra storia, lunga mezzo secolo, riassunta nel volume All’inferno e ritorno Europa 1914-1949 (ottimamente tradotto da Giovanni Ferrara degli Uberti per Laterza, pp. 654, euro  28,00). Se nulla viene aggiunto, infatti, a ciò che ci era già noto, la sistemazione di una serie di dati e di fatti finisce per costituire una delle più efficaci rappresentazioni della catastrofe in cui precipitò quello che lo storico Mark Mazower ha chiamato «il continente buio». Di questa storia dell’Europa nel Novecento si attende il secondo atto, ovvero quella risalita dagli inferi che nelle pagine finali viene qui soltanto abbozzata.

Assuefazione alla violenza Per definire il periodo compreso tra la Grande Guerra e il 1949 Kershaw parla di «seconda guerra dei Trent’Anni», e in effetti così essa ci appare dalle sue ricostruzioni, che tuttavia – contrariamente a altre, per esempio quelle di Eric Hobsbawm – non appaiono guidate da una tesi forte. Allergico alle generalizzazioni e sincero liberale di sinistra, Kershaw è consapevole dell’uso ideologico della nozione di totalitarismo (malgrado le splendide pagine della Arendt, a cui dedica un breve passaggio), e preferisce sostituire a quella «etichetta» la locuzione «dittature dinamiche».

Del nazismo e del comunismo stalinista e, in misura minore del fascismo italiano, analizza il surplus di ideologia e di terrore, indaga il ricorso al carisma, descrive la comune pretesa di rifondare lo stato, la politica e la convivenza, con i relativi criteri di esclusione e inclusione. Senza l’esperienza della Grande Guerra, per Kershaw non si può comprendere come l’Europa abbia potuto assuefarsi alla violenza degli anni successivi al 1918, né accettare – con diversi gradi di dissenso pagati duramente – la soppressione della libertà e le privazioni che segnarono l’esistenza di decine di milioni di europei.


Imputato del primo atto della catastrofe è il culto nazionalista che monta, in misura diversa, negli stati con una precisa fisionomia etnico-linguistica, in quelli di recente fondazione (Germania e Italia) e negli imperi multinazionali collassati tutti insieme nel corso del conflitto, separando brutalmente ciò che prima aveva convissuto per secoli. E se lo stato guglielmino porta la responsabilità principale dello scoppio delle ostilità, Kershaw non assolve chi fu incapace di chiudere il confronto sui campi di battaglia con una pace intelligente.

La carneficina, del resto, se non colpì i civili salvo che in una parte circoscritta del continente (dove si attestarono le trincee e dove fu mobilitato l’esercito russo), fu inizialmente abbracciata con fervore e patriottismo dalle élites e dalla piccola borghesia, dalla destra e quasi sempre dalla sinistra, dal clero e dalle corti, dagli ufficiali e dai civili. E se al principio si combatté come ai tempi di Napoleone, Kershaw sottolinea come nel corso di quella logorante guerra la sperimentazione di nuove armi distruttive costituì l’anticamera del futuro massacro tecnologico. È tuttavia un peccato che troppo brevemente venga ricordato come quel crescendo di bestiale violenza debba molto alle belluine pratiche coloniali già impiegate dalle «nazioni civili» fuori dall’Europa (in Congo, in Namibia, in Sudafrica, in Libia) perché è il punto è tutt’altro che secondario.

Milioni di morti innescarono la rivoluzione russa e la terribile guerra civile che insanguinò lo spazio sovietico, e resero subito precari i regimi liberal-democratici di molti paesi d’Europa alle prese con una crisi di cui gli Stati Uniti finirono per disinteressarsi, restringendo l’emigrazione.

Poteva succedere che la carica di violenza e di odio attivata dalla guerra venisse disattivata? Ci sono, in effetti, passaggi in cui Kershaw sostiene che il corso degli eventi poteva essere arrestato: nei tardi anni venti, per esempio, sembrò per un momento che le ferite si stessero rimarginando. Ma il fascismo aveva preso il potere, complici i vertici dello stato italiano; la rivoluzione bolscevica seduceva e spaventava ben al di là della sua reale forza espansiva; la sinistra continentale perse l’occasione di marciare unita grazie all’insanabile contrasto tra comunisti e socialdemocratici. E la crisi del 1929 fece il resto, senza contare i conflitti etnici nell’Europa orientale e il latente antisemitismo diffuso.


Anche laddove non nacquero veri e propri regimi fascisti (Polonia, Ungheria, Romania), le derive dell’ultradestra prevalsero, e al disagio economico non fu offerto lo scudo protettivo di uno stato sociale di là da venire. I regimi democratici, dove resistettero, erano fragili, escludevano dal voto le donne, non seppero reagire alle aggressioni di Hitler. Eppure la fine di Weimar non era segnata, come non lo sarebbe stato, poi, l’esito della guerra civile spagnola.

In Germania fu l’abilità nel rispondere al desiderio di rivincita e ai problemi di sussistenza a permettere ai vertici di una piramide sociale poco incline alla democrazia di aprire le porte a Hitler. Non a caso Kershaw cita in epigrafe al capitolo dedicato alla vittoria del regime nazista un passo del romanziere Hans Fallada, che seppe fotografare la crisi del ceto impiegatizio weimariano in pagine già amate da Siegfried Kracauer.

Tra i passaggi più efficaci, quelli dedicati al secondo conflitto mondiale in Europa: Kershaw non insiste solo sullo sterminio degli ebrei, ma descrive la politica genocidaria applicata dal nazismo nell’Europa orientale – dalla Polonia, all’Ucraina, alla Russia –, dove il disprezzo razziale, l’asservimento, la rapina, l’ossessione antibolscevica e la volontà di cancellare l’ebraismo (con la complicità delle popolazioni locali) si combinarono fino a produrre milioni di morti e una violenza grottesca e ideologica, non paragonabile a quella sperimentata nella Francia o nell’Italia occupata.


Fu in quella parte d’Europa che si pagò il tributo di morti e devastazioni più alto; e tuttavia Kershaw insiste anche sul prezzo dell’escalation degli ultimi mesi del conflitto, sulle bombe alleate, sulla violenza reattiva delle armate sovietiche in Germania e all’est, su regimi come quello degli ustascia in Croazia, sulle politiche eugenetiche di cui rintraccia l’origine nei primi anni del Novecento, sulla resa dei conti che si consumò ben dopo la fine della guerra, sulla pulizia etnica che colpì i tedeschi fuori dalla Germania, sugli esuli e i prigionieri lasciati morire. E dedica un bel paragrafo al nodo del rapporto tra chiese cristiane e tragedia europea, non limitandosi a notificare l’acquiescenza pressoché totale del protestantesimo tedesco al nazismo, o i silenzi di Pio XII, ma chiedendosi se la morte di dio sperimentata da milioni di donne e di uomini non abbia contribuito al disincanto e al tramonto del cristianesimo come forma di vita, un passaggio che si sarebbe consumato dopo il ’68.

Alcuni paragrafi del libro sono dedicati all’immaginario e ai consumi: mentre da una parte l’impatto delle avanguardie viene circoscritto, dall’altra viene evidenziato il ruolo dell’industria dei divertimenti con la crescente attrazione esercitata dalla cultura popolare americana. Anche Hitler, del resto, non era insensibile ai disegni animati di Walt Disney.


Il dopoguerra separò due aree dell’Europa, avvantaggiando quella sostenuta economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, mentre si preparava la lunga pace armata con l’Unione Sovietica. Nel descrivere la diversa radicalità con cui si procedette all’epurazione del fascismo a est e a ovest, Kershaw si dice anche convinto che la paura del comunismo abbia fornito all’Europa occidentale una spinta a proteggere gli strati sociali più deboli, un tempo lasciati al loro destino. Nessuno poteva prevedere che a quella catastrofe sarebbero seguiti anni di pace e benessere economico; né che i passi compiuti dalle classi dirigenti centriste verso un’unione europea pensata anche da esponenti socialdemocratici sarebbero stati solo i primi.

L’inglese Kershaw loda la fine dei nazionalismi e la lenta convergenza di un continente che ha saputo lasciarsi alle spalle gli orrori delle guerre sulle quali egli ha lavorato; ma il fatto che il suo libro sia apparso nelle librerie britanniche poco prima della Brexit, e in anni di rimonta della destra e di eclissi della sinistra in quasi tutto il continente, mette un punto interrogativo sulla irreversibilità di quel ritorno dall’inferno, che costituirà la seconda parte del lavoro di Kershaw.


Il Manifesto/Alias – 29 gennaio 2017