TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 6 febbraio 2017

I misteri parigini dell’anarchico Léo Malet



Bell'articolo, ma non fidatevi troppo: Malet iniziò da surrealista, visse da anarchico, morì simpatizzante di Le Pen e ferocemente xenofobo. I suoi noir parigini restano comunque quanto di meglio abbia espresso il polar francese. Se Simenon ha creato un personaggio, Malet ha inventato una città: una Parigi notturna, nebbiosa, malinconicamente romantica che ci è entrata nel cuore e ci resta, nonostante la deriva senile del suo autore.

Benedetto Vecchi

I misteri parigini dell’anarchico Léo Malet

Léo Malet è uno scrittore «maledetto». Anarchico nello stile di vita, irregolare nella scrittura rispetto il canone dominante negli anni più produttivi letterariamente della sua esistenza, capace però di fare il verso ai testi della cultura «alta», ha mandato nelle librerie, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, noir che hanno fatto scuola, al punto che autori come Jean-Claude Izzo, Didier Daeninckx, Fred Vargas, Dominique Manotti e Serge Quadruppani, solo per citarne alcuni, possono essere considerati suoi eredi.

Eppure Léo Malet è stato per tutta la vita equiparato all’altro grande autore del giallo francese, George Simenon. Una comparazione che lo ha collocato sempre in una situazione di minorità rispetto l’inventore del commissario Maigret. Gli anni del loro successo sono in parte gli stessi. Ma se Simenon parla di una rassicurante ma malata Francia piccolo borghese, Malet è un «grande» autore metropolitano, cantore di quel proletariato tanto amato, per esempio, dal filosofo francese Jacques Ranciere, che ne ha raccontato lo sviluppo politico a partire dal socialismo municipalista e dall’anarchismo federalista di fine Ottocento.



A venti anni di distanza, la casa editrice Fazi ha cominciato a ristampare i noir di Léo Malet. Una manciata di giorni fa ha mandato nelle librerie un romanzo del suo personaggio più noto (Nestor Burma) dal titolo Nebbia sul ponte di Tolbiac (Fazi, pp. 170, euro 15), primo volume di una meritoria operazione editoriale che abbraccerà tutto il 2017.

Nestor Burma è un investigatore privato che in gioventù ha frequentato i circoli anarchici parigini. Poi la vita ha preso un’altra direzione, ma il rifiuto delle isituzioni e dell’autorità restano sempre stelle polari della esistenza. Quando viene raggiunto da un vecchio compagno anarchico il passato riprende vigore. E così la morte del suo antico sodale mette in moto un intreccio tra passato e presente, tra il sottoproletariato urbano parigino e i nuovi ricchi, tra una classe operaia sempre sull’orlo di uno sciopero generale e i tutori dell’ordine pubblico che guardano con simpatia le romanticherie degli anarchici del passato per scacciare i fantasmi di una rivoluzione che bussa alle porte.


La scrittura di Malet è asciutta e tuttavia evocativa di una metropoli dai grandi boulevard, accerchiata da fabbriche e da una classe operaia orgogliosa del suo mestiere (siamo negli anni Cinquanta e il fordismo non è ancora sbarcato in Francia). Nestor Burma vuole scoprire chi ha ucciso il suo amico. Si fa aiutare da una giovane rom, figlia adottiva del vecchio e integerrimo anarchico. Altri morti e assissasini emergeranno dalla nebbia che incombe su Parigi. Poliziotti in pensione che indagano su furti antichi irrisolti; giovani rom dal coltello facile. E portavalori spariti nel nulla con un buon gruzzolo sembrano essere la chiave di accesso al mistero da svelare.

La parte più bella del romanzo è nei pressi della rievocazione del passato «sovversivo» che Nestor Burma condivide con una giovane donna. Le discussioni notturne sull’illegalità necessaria per affermare una società senza servi e padroni: illegalità che mai doveva essere macchiata dal sangue di nessuno, anche di quei padroni e «sbirri» da sempre disprezzati. Le aspre discussioni sull’opportunità della scelta vegetariana come stile di vita anarchico. La coerenza cercata con determinazione, senza nascondere comprensione per chi «sgarra». E sarà proprio l’arricchimento personale la matassa da sbrogliare. Fatto questo, la nebbia che ottunde la città svanirà. Per Burma verrà quindi il tempo della vendetta contro chi ha ucciso quella giovane donne che è voluta restare fedele al desiderio di libertà del vecchio anarchico.

Il manifesto – 17 gennaio 2017