TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 7 febbraio 2017

L’Oriente sognato dalla nave di Sindbad



A Parigi una mostra racconta viaggiatori leggende arabe e i rapporti antichi con l’Occidente.

Franco Cardini

L’Oriente sognato dalla nave di Sindbad 

Nel film “Les visiteurs du soir” di Marcel Carné (tradotto in italiano come “L’amore e il diavolo”) si ascoltava fascinosa la voce di sogno del menestrello Gilles, un giovanissimo e bellissimo Alain Cuny, che al centro della sala di un adorabile castello falsomedievale di cartapesta cantava i versi di Jacques Prévert, i più belli forse che egli abbia mai scritto. Il film era la favola bella del maniero infestato dallo Spirito del Male e dell’amore che vince ogni cosa, che tutto purifica, che respinge e mette in fuga il demonio. Uscito nel 1942, era un messaggio di speranza per Parigi preda dell’incubo, prigioniera del faustiano sogno di onnipotenza del Necromante di Berlino e della sua armata che allora sembrava invincibile.

Quel verso indimenticabile, che associava demoni e incantesimi a meraviglie e maree, che sapeva di oceani e di leggende, evocava irresistibilmente un capolavoro ispirato a Le Mille e Una Notte: la musica della Sherazade di Nikolaj Andreievich Rimskij- Korsakov. Non era, non è l’Oriente: non quello “vero” che del resto – Edward Said ha ragione – non è mai esistito, è una proiezione dell’Occidente che del resto non esiste nemmeno lui. Eppure senza quel sogno, che per tanti versi ci definisce, noi che ci definiamo “occidentali” soffriremmo di un deficit identitario in più. L’Oriente ci avvolge, c’incanta, ci attrae e ci perseguita: e non è certo – grazie a Dio – quello del “califfo” al-Baghdadi.



Che cosa significhi in realtà quell’Oriente, tanto nella storia quanto nel nostro immaginario, lo spiega in questi giorni una splendida mostra proprio a Parigi, all’Institut du Monde Arabe, due passi da Place de la Bastille. Aventuriers des mers. De Sindbad à Marco Polo, visitabile fino al 26 febbraio (e poi dal 7 giugno al 9 ottobre a Marsiglia, al Musée des Civilisations de l’Europe et de la Méditerranée) vale la pena di un viaggio apposito. E non perdetevi il suo catalogo (pubblicato da Hazan).

Tema specifico della mostra (oggetti, documenti, manoscritti, maquette, filmati, una ricchissima cartografia) è in primo luogo lo sterminato mondo dei viaggiatori e geografi musulmani del medioevo: da al-Idrîsî (ca 1100-1165) a Ibn Jubayr (1145-1217) a Ibn Battûta (1304-1377); senza dimenticare però nemmeno il veneziano Marco Polo (ca. 1254-1324), il più celebre fra i viaggiatori europei.

Ma c’è molto di più di quanto viene promesso. Ci si trova davanti a un sorprendente coup d’oeil sulla storia del mondo, che sconvolgerà molti di noi assuefatti all’eurocentrismo e ai confini del Mediterraneo. Qui, il protagonista è appunto l’Oceano Indiano de Le Mille e Una Notte con il suo Ulisse arabo-persiano, Sindbad il Marinaio: e, in tempi di matura globalizzazione, questo rovesciamento di prospettive sarà per molti una vera e propria scoperta rivelatrice.



I romani conoscevano la “Via dell’Incenso” (o “delle Spezie”; o “degli Aromi”) che dall’estremità della penisola arabica conduceva preziose mercanzie provenienti via mare dall’India o dalla Cina. Essi avevano anche rapporti mercantili via terra, sia pur indiretti, con l’Estremo Oriente e con il “paese dei seres”, cioè dei produttori di seta: la Cina. Alessandro Magno si era del resto spinto fino all’India: e della sua avventura era rimasta una possente traccia leggendaria nella cultura occidentale.

I romani avevano però guardato soprattutto a quel mondo mediterraneo che conoscevano meglio: e i loro viaggiatori ed enciclopedisti (Pomponio Mela, Plinio il Vecchio, Solino) si erano dati nel tempo a riempire il vuoto di notizie a loro disposizione sul continente asiatico con una quantità di nozioni in parte rispondenti a una realtà spesso fraintesa o mista ad elaborazioni leggendarie.

La seta e le altre preziose merci giungevano al Mediterraneo attraverso le rapide ancorché pericolose rotte che rapide attraversavano, sfruttando il clima monsonico, l’Oceano Indiano; dall’estremità della penisola arabica si risaliva poi lungo le carovaniere fino a Damasco o si trasferivano i carichi per via d’acqua lungo il Nilo fino ad Alessandria.

Ma i cinesi, le spedizioni e le esplorazioni dei quali si spinsero pur fino al Golfo Persico, non dimostrarono mai per l’Occidente un entusiasmo o una curiosità pari a quelli che gli occidentali dimostravano nei loro confronti.



Del resto, noi avevamo molto da chieder loro (“le spezie” erano indispensabili per la medicina, la gastronomia, la tintura delle stoffe), ma praticamente nulla da offrire. D’altra parte, quello che può sfuggire a un occidentale odierno è che comunque, nel medioevo come nell’antichità, l’Europa altro non era che un piccolo e sottosviluppato annesso nordoccidentale della grande Asia.

Se gli europei sapevano dunque poco di quel continente, molto più di loro conoscevano gli arabi che erano abituati a viaggiare in quel continente e a commerciare con esso. E a partire dal VII secolo, con la nascita e l’espansione dell’Islam, si venne a creare un ponte continuo fra Oriente asiatico e Occidente europeo. Mediterraneo e Nordafrica ne furono i tramiti.

Fin dal IX secolo i mercanti del Golfo Persico frequentavano la Cina mentre le navi giavanesi giungevano, favorite dal regime stagionale dei monsoni, fino alla penisola arabica. Anche se per via di terra il commercio era florido, e il fascio carovaniero che noi chiamiamo la “Via della Seta” attraversava i deserti del Gobi e le oasi turkestane, furono soprattutto le vie d’acqua quelle che favorirono i commerci e gli scambi. Già nel VI secolo la produzione della seta si era impiantata a Bisanzio, anche se fu solo dal VII e dalla prima intermediazione araba che essa si fece più diffusa.



Insieme alla seta la produzione della carta di stracci, sostituto sia del papiro sia della pergamena, cominciò a diffondersi grazie agli arabi a partire dalla stessa epoca. Ma, oltre alla seta, altre merci viaggiavano sulle vie commerciali eurasiatiche. Le più richieste e pregiate erano l’oro e l’argento di Sumatra, della Malesia e della Corea; il sandalo, il bambù, l’albero della canfora da cui si estraeva un’apprezzata essenza; gli aromi come l’incenso e il muschio; le pietre preziose come rubini e zaffiri, provenienti da Ceylon o dall’India.

Altrettanto ricco era quello delle spezie vere e proprie: pepe, noce moscata, cannella (“cardamomo”), chiodi di garofano. Una sezione dell’esposizione parigina mette alcune di queste spezie in evidenza all’interno di teche: ed è una riscoperta, perché da generazioni certe sostanze un tempo familiari anche nelle nostre farmacie sono ormai scomparse.

E c’erano altre merci ancora, forse addirittura più importanti: strumenti scientifici, carte geografiche, libri, culti religiosi, idee, racconti. Di qui il richiamo, nel titolo della mostra, a Sindbad: se Marco Polo rappresenta il mercante europeo, sia pure affascinato dall’Asia, il leggendario marinaio delle Mille e Una Notte è il richiamo a una dimensione dell’immaginario che molto deve alla cultura indopersiana.



Sindbad, al pari del divino Ulisse, molto vide e molto soffrì: affrontò l’isola del Monte della Calamita che, attraendo il ferro, sfasciava le navi i cui scafi erano rafforzati da chiodi (i marinai dell’Oman lo sapevano…); sfidò l’immenso Uccello Ruk, un leggendario volatile del quale parla anche Marco Polo e di cui qualche decennio fa si occupò Rudolph Wittkower (1901-1971), il quale – indagando la “migrazione dei simboli” da est a ovest - ne ha individuato le origini nel combattimento tra l’uccello solare Garuda e il serpente ctonio Naga, entrambe figure del mito induista.

Ma esso ha un parallelo preciso in Persia, dove una creatura alata del tutto simile prende il nome di Simurgh. Dall’India e dalla Persia le storie e le immagini di questa creatura si diffusero verso il mondo turcofono dell’Asia centrale (e oltre, fino alla Cina) e da là al Caucaso fino a raggiungere la stessa Grecia: e il grifone che Dante incontra sulla cima del monte del Purgatorio forse ne dipende.

Questo commercio intercontinentale, per tanti versi poco noto, è stato la base reale della nostra prosperità moderna: e non stupirà se vie, rotte e mercanzie concretissime grondassero di leggende. Noi siamo fatti della stessa stoffa dei nostri sogni.

La Repubblica – 28 gennaio 2017