TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 14 febbraio 2017

Moro e i segreti della Repubblica


Molti associano la tragica morte di Moro alla sua apertura al PCI a metà degli anni '70. Noi pensiamo invece che il destino di Moro iniziò a cambiare quando dopo Piazza Fontana si oppose alla dichiarazione dello stato di emergenza, cioè al golpe “istituzionale” che con l'appoggio dell'amministrazione Nixon doveva fermare le lotte operaie e l'ascesa elettorale del PCI. In sostanza lo scontro fu tra chi voleva fermare il PCI con qualunque mezzo (strategia della tensione, stragismo) e chi, come Moro, in nome di un anticomunismo rispettoso delle istituzioni democratiche, intendeva svuotarne la possibile carica eversiva (rapporto con l'URSS) con l'arte della mediazione e del progressivo inserimento nel sistema (come nel caso del PSI di Nenni). Fu uno scontro nei palazzi del potere che segnò tutti gli anni '70 e costò qualche centinaio di morti (compreso lo stesso Moro) tra stragi nere e terrorismo rosso. Il PCI fu bloccato e con lui più che lo spettro del comunismo (inesistente) ogni ipotesi di riforma democratica del Paese . L'Italia restava ferma nei suoi problemi, mentre il mondo si metteva a correre. Il risultato furono i governi Craxi-Berlusconi-Renzi e i disastri attuali. Per questo ripensare il percorso politico di Moro non è un'operazione meramente storiografica.

Gianpasquale Santomassimo

La determinazione del grande mediatore


Il centenario della nascita di Aldo Moro ha dato vita a ricostruzioni e ripensamenti che hanno consentito di andare oltre il «caso Moro», ossia di superare l’attenzione esclusiva ai «misteri» veri o presunti della sua tragica fine, che pure resta inevitabilmente il nucleo dell’attenzione prevalente dell’opinione pubblica attorno alla sua figura. Riemerge così la valutazione della sua dimensione politica, che è quella di uno dei grandi e indiscussi protagonisti della storia repubblicana. 

Tra i libri usciti di recente, quello di Massimo Mastrogregori (Moro, Salerno Editrice, pp. 439, euro 26) si presenta come una biografia complessiva, non solo politica, che assegna eguale spazio alla trattazione della sua formazione e maturazione come all’esplicarsi pieno della sua attività di uomo di partito e di governo.

Si parte dall’affermazione che nella sua personalità vi sia «qualcosa di enigmatico»; che rimane tuttora, e che contrasta col modo che abbiamo acquisito di intendere e immaginare oggi i leaders politici. 

Innanzitutto era un personaggio assai poco «televisivo», che rifiutava di essere truccato prima delle tribune politiche, appariva impacciato e mai sintetico nell’esposizione dei concetti (nei comizi era molto più comprensibile, ma il suo tono era pur sempre quello di un conferenziere più che di un tribuno). Non conosceva le lingue, tranne il francese e un po’ di tedesco «tecnico» dei libri giuridici. Eppure fu a lungo ministro degli Esteri, con risultati notevoli, e in quella veste viaggiò in tutto il mondo (ovunque, tranne che in America Latina). Non guidava l’automobile. Si rifugiava al cinema (prediligendo, come sappiamo, western) quando era troppo oppresso da un’agenda pesante di impegni. 

Riuscì a mantenere costantemente una doppia vita: politico e docente universitario, impegno quest’ultimo assolto fino alla fine con scrupolo e con grande capacità di ascolto. E proprio la capacità di ascolto sembra uno dei tratti distintivi della sua personalità, e sono in molti a ricordare i suoi lunghi silenzi nei colloqui con i collaboratori, sempre ricevuti singolarmente e mai in gruppo, come pure il prendere la parola per ultimo nelle riunioni politiche, dopo aver ascoltato tutti, proponendo una «linea» di mediazione accettabile. 

La sua formazione era avvenuta nelle strutture laicali della Chiesa, nelle peregrinazioni della sua famiglia tra Maglie, Potenza, Taranto e Bari. Dirigente della Fuci e dell’Azione Cattolica, in rapporto con monsignor Montini, aveva osservato un blando filofascismo, senza lo zelo di un Fanfani, ma la sua visione del mondo, come quella di gran parte degli italiani, era stata terremotata dalla catastrofe del 1943. 


L’approdo alla Democrazia Cristiana era stato tormentato, per l’ostilità anche generazionale da parte dei vecchi popolari, e si dice avesse svolto approcci anche con i socialisti e addirittura con i comunisti.

Ma una volta eletto all’Assemblea Costituente diverrà uno dei protagonisti della giovane generazione cattolica nell’intenso lavorio che avrebbe portato all’elaborazione della Carta, apprezzato anche da Togliatti per la sua opera di intelligente mediazione. 

E proprio come grande mediatore era destinato ad affermarsi nella Dc, nei ruoli politici e di governo ricoperti nel corso del tempo, fino alla sua ascesa alla segretaria del partito e dal 1963 alla guida del primo centro-sinistra «organico». 

Un grande mediatore, ma anche uomo fermo nel suo proposito di fondo, che sarà sempre l’immissione delle masse nello Stato, prima con l’inclusione dei socialisti nell’area di governo, poi ponendosi il compito più arduo dello stabilire un rapporto con i comunisti. Con un corollario sostanziale, però: mantenere l’unità di tutta la Dc, che era condizione preliminare per esplicare quella strategia. Negli ultimi giorni della sua vita si trovò a ripetere spesso la frase: «il destino non è più nelle nostre mani», ma si trattava in realtà della accentuazione di una consapevolezza che aveva sempre avuto, e non aveva mai assecondato l’idea di una autosufficienza del partito cattolico nella gestione del paese. 

Mastrogregori individua due fasi distinte nella sua attività politica, e situa il tornante nel 1968. Personalmente, ricordo di aver letto con sorpresa i suoi editoriali sul «Giorno» in quell’anno, che evidenziavano – e da parte del Presidente del Consiglio in carica – attenzione e comprensione molto diverse rispetto al modo di porsi di gran parte del quadro politico di governo. Fu quello nella vita di Moro un momento di svolta che aprì una fase nuova, che lo portò a una valutazione estremamente sensibile di quanto di nuovo si muoveva nella società, a una «strategia dell’attenzione» nei confronti del Pci, e a divenire oppositore interno nel suo partito, assumendo di fatto la leadership della composita sinistra democristiana.


«I problemi… – scriveva a Piero Pratesi nel febbraio 1969 – mi sono abbastanza chiari; ma trovo una grande difficoltà ad immaginare soluzioni attendibili nel reale contesto storico in cui viviamo. La tormentosa esperienza del governare mi ha fatto toccare mille volte il dato di questo limite e ciò fa da freno ad ogni visione libera, creativa ed appagante della rivoluzione sociale, quale l’intelligenza e il cuore suggeriscono. E tuttavia questi problemi ci sono e richiedono soluzioni nuove». 

Già nelle prime pagine del libro Mastrogregori prende posizione in maniera netta su un luogo comune che si è diffuso dopo la tragedia del rapimento e dell’omicidio, affermando di non credere alla «favola che Moro è stato ucciso perché stava preparando il compromesso storico coi comunisti». Cosa tecnicamente inoppugnabile, sia perché la disperata ignoranza dei suoi assassini impediva qualunque discernimento tra posizioni politiche interne al mondo democristiano, sia perché non rientrava certo tra gli obiettivi di Moro realizzare la strategia scelta da Enrico Berlinguer. Moro si sarebbe proposto il compito più limitato ma essenziale di realizzare una «tregua armata» tra Dc e Pci. Eppure nella fase che precede immediatamente il suo sequestro, come l’autore rileva, Moro sottolineava che l’intesa pur limitata non era «una mera tregua di significato negativo», non era alleanza politica ma «accordo programmatico»: che però era quanto bastava per risvegliare i sospetti e le ostilità che da molte parti gravavano sulla sua persona. 

Un'ultima annotazione: andrebbero finalmente sfatate le leggende sul linguaggio di Moro. Non pronunciò mai l’espressione «convergenze parallele», divenuta proverbiale come citazione obbligata sul «bizantinismo» della lingua della Prima Repubblica, che fu in realtà invenzione nel 1960 da parte di Eugenio Scalfari, che a Moro fu sempre ostile. Certamente non sapremmo immaginarlo nella dimensione di un politico che oggi comunica attraverso i tweet. Il suo linguaggio era certamente complesso, ricco di sfumature che volevano offrire un’interpretazione della realtà non semplicistica né scontata, ma era sempre comprensibile, e talvolta esplicito e limpido nelle sue affermazioni. 

Come nel suo ultimo scritto da uomo libero, l’articolo dedicato al decennale del Sessantotto che portava con sé in Via Fani al momento dell’agguato: «una specie di rivoluzione, di cui sono certamente riflessi i fatti operai del ’69… una straordinaria esperienza che ha contrassegnato la nostra epoca, dato uno spessore nuovo alla democrazia, difeso tutto ed anche la sinistra dalle cristallizzazioni ritardatrici e devianti».


Il Manifesto – 7 febbraio 2017