TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 7 marzo 2017

Björn Larsson, Fino alla fine del mondo


   Cabo Finisterre

Un tempo molti luoghi erano chiamati “Land's End” o “Finis Terra”: era dove la costa finiva e gli uomini avevano davanti a loro solo il mare e l'ignoto. Lo scrittore svedese ne ha raggiunti tre con la sua barca a vela.

Björn Larsson

Fino alla fine del mondo

La prima volta che ho visto una fine del mondo eravamo salpati con la mia barca, il Rustica, da Kinsale, in Irlanda, per andare in Cornovaglia. Poco dopo la partenza, il motore va in panne. Siamo tentati di fare dietrofront per riparare, ma il vento si alza e decidiamo di proseguire. Dopotutto avevo già navigato per anni senza motore, anche se non in acque così capricciose e traditrici come quelle del mare d’Irlanda.

Un po’ più tardi nel pomeriggio filiamo spediti sotto una brezza leggera, con il sole caldo e il mare deserto. Abbiamo come unica compagnia gli uccelli marini, alcune sule dal becco giallo e gabbiani grigi, carini a vedersi ma ben poco comunicativi: tanto sono rumorosi sulla terraferma e lungo la scia delle navi da pesca quanto sono silenziosi in mare aperto. A un certo punto riceviamo la visita di un piccione sfinito che si posa sul pulpito di prua e fa un tratto di cammino insieme a noi per recuperare le forze. Tutto è calmo. Il meteo è eccellente, a parte un avviso di scarsa visibilità prevista più tardi. Il mare d’Irlanda si manterrà tranquillo per tutta la notte.

All’improvviso, in mezzo a questo mondo placido, risuonano due violente esplosioni, come se qualcuno avesse sparato colpi di cannone. Migliaia di uccelli marini prendono il volo e iniziano a gridare e pigolare. Impiegano diversi minuti a calmarsi e posarsi di nuovo. Noi esploriamo l’orizzonte, anche con il binocolo, ma il mare è deserto come lo era un attimo prima. Mesi dopo, raccontando questa storia, qualcuno mi ha spiegato che doveva essere stato il Concorde che superava il muro del suono. Ma sul momento quell’esperienza soprannaturale aveva provocato un filo d’inquietudine a bordo.

All’improvviso la barca non era più un’oasi di pace, ma un luogo precario dove bisognava restare in guardia, all’erta. La mattina dopo è arrivata la nebbia, che fortunatamente era solo una bruma leggera che ci permetteva di vedere nel raggio di alcune miglia intorno a noi e che non ci ha impedito di scrutare intensamente a prua per stabilire la nostra posizione; all’epoca non c’era il Gps. Verso le dieci, con nostro grande sollievo, abbiamo visto apparire, come un fantasma, il profilo di un promontorio. Ci siamo avvicinati in obliquo, con precauzione. Alcuni minuti più tardi abbiamo identificato il faro di Longships. Avevamo deciso: il promontorio davanti ai nostri occhi annebbiati era senza dubbio Land’s End, la fine della terra.

    Longship

La seconda volta in cui ho visto una fine del mondo eravamo partiti da Douarnenez, in Bretagna, per raggiungere Bénodet. Abbiamo mollato gli ormeggi sotto una pioggerellina leggera e un cielo grigiastro, con un vento di nordovest benaccetto perché a favore, però fresco. A bordo c’era tensione: ad aspettarci c’era il Raz de Sein con le sue correnti di marea, i turbini e le onde imprevedibili. Conoscevamo bene il detto: Chi vede Ouessant vede il sangue. Chi vede Sein vede la fine.

Non molto incoraggiante! Tutte le guide nautiche erano d’accordo: bisognava attraversare lo stretto con vento e corrente dietro la schiena. Noi avevamo fatto i nostri calcoli, ma dovevamo verificare costantemente la nostra rotta per trovarci nel posto giusto al momento giusto. Ricordavamo un passaggio del Raz de Blanchard di alcuni anni prima, quando senza motore inboard avevamo accumulato ritardo e questo ci aveva costretti a fermarci per sei lunghe ore prima che la corrente allentasse la presa; una vera sfida alla pazienza.

Questa volta tutto è andato come previsto. Eravamo in orario e abbiamo intrapreso il passaggio tra gli scogli ripidi al momento giusto per farci portare dalla corrente e dal vento a una velocità folle… per una barca pesante come il Rustica, s’intende, vale a dire sette, otto nodi, in realtà non più di una bicicletta a velocità di crociera sostenuta. E tuttavia il mare era impressionante; onde verticali che si formavano e sparivano in un nonnulla dove non ci si aspettava di averne, turbini che facevano deviare la barca dalla sua rotta, grosse masse d’acqua che sembravano sollevarsi e abbassarsi. Non c’era tempo per contemplare la bellezza selvaggia del paesaggio; se mai vi si era sensibili era soltanto con la coda dell’occhio, di sfuggita, come quando sui treni di una volta si apriva il finestrino — oggi non è più possibile — e si sentiva il profumo fugace di un campo di fiori o di un fuoco acceso.

Solo dopo aver superato la Baie des Trépassés — baia dei trapassati, che non porta questo nome per niente —, dopo aver intravisto la Pointe de la Torche dove un tempo, prima che diventasse uno “spot”, avevo fatto surf sulle onde enormi insieme ad alcuni amici di Saint- Malo, e infine dopo esserci lasciati alle spalle la Pointe de Penmarc’h, solo a quel punto abbiamo capito che avevamo appena girato intorno a un’altra fine del mondo, il Finistère, dove finisce la terra.

    Pointe-de-la-Torche

La terza volta in cui sono passato davanti a una fine del mondo eravamo partiti da La Coruña, in Spagna, per andare a Muros o a Vilagarcía de Arousa, in base alle condizioni del mare e del vento. Come praticamente tutti i mattini di quell’estate nel nord della Spagna, siamo salpati con un sole glorioso, un cielo azzurrissimo e venticelli deboli provenienti da ogni direzione.

Lasciando La Coruña abbiamo contemplato il relitto di una petroliera di oltre centomila tonnellate che si era arenata sulla costa a causa di una feroce tempesta alcuni mesi prima; un richiamo alla nostra vulnerabilità. Con il vantaggio, quantomeno, rispetto ai cargo di avere due mezzi di locomozione: motore e vela. Ma non per niente — anche lì — quella costa porta il nome di Costa da Morte. Innumerevoli le imbarcazioni di ogni grandezza naufragate nelle sue acque che non perdonano l’errore e la noncuranza. (…) Quando arriviamo al largo del Cabo Fisterra, in galiziano, o Cabo Finisterre, in spagnolo, che a differenza del Finistère in Bretagna è davvero un capo, un dito che punta verso l’orizzonte, un lembo di terra oltre il quale c’è solo l’oceano, comincia a soffiare molto forte. Invece di avere il respiro mozzato dalla bellezza del panorama, ce l’abbiamo per colpa del vento che in breve raggiunge forza sette. In venti minuti la superficie del mare è bianca e la schiuma vola attraverso il ponte.

Dobbiamo subito ammainare la vela di maestra e continuare solo di genoa, procedendo sempre a sei nodi. Decidiamo presto di metterci al riparo dietro la fine del mondo, idea balzana, giacché non dovrebbe esserci riparo alla fine al mondo. Fatto sta che in fondo alla baia che si forma dietro Cabo Finisterre c’è un ormeggio riparato. Ma che fatica arrivarci, proseguendo di bordeggio quasi serrato, con l’aiuto del motore. Ironia della sorte: quando alla fine gettiamo l’ancora, il vento perde improvvisamente slancio. Nel giro di mezz’ora siamo tornati alla calma piatta del mattino. Dietro di noi si profila la fine del mondo. Un whisky di malto e una sigaretta ben meritati nel pozzetto fantasticando su altre fini del mondo è qualcosa di non lontano dal paradiso.


A nessuno oggi verrebbe in mente di battezzare un capo o un promontorio la “fine del mondo”. (…) Le fini del mondo dei giorni nostri sarebbero dunque solo la reminiscenza di un’epoca passata? Non ne sono così sicuro. Alcuni anni fa, uno strano libro è approdato nella mia cassetta delle lettere: l'eloge des voyages insensés di Vasilij Golovanov. Nel suo libro Golovanov racconta di un viaggio che aveva fatto, un po’ per caso e un po’ per dispetto, nell’isola polare di Kolguev, situata, o piuttosto sperduta, nel mare di Barents, a nord della terraferma russa. Quest’isola, che all’epoca della guerra fredda aveva una certa importanza strategica, è da anni completamente abbandonata al suo destino. L’alcolismo imperversa, la disoccupazione anche, la caccia non dà più nulla perché gli abitanti hanno dimenticato come si seguono le tracce degli animali, l’allevamento di renne ristagna e perde guadagni in mancanza di trasporti verso la terraferma, le antiche tradizioni delle tribù originarie si sono perse nei fumi inquinati della modernità; per di più, il paesaggio è insignificante, niente montagne, niente cascate, niente verde, niente foreste, niente laghi. A Kolguev, indubbiamente, non c’è nulla da vedere, nulla da scoprire, nulla da fotografare, nulla di cui raccontare.

E tuttavia, a forza di pazienza, di gentilezza, di ascolto degli altri e perseveranza, Golovanov riesce a fare breccia nel disfattismo e nella disperazione per ritrovare le tracce viventi di una cultura forte che merita di essere vista e conosciuta. È il contrario di un’inchiesta in forma di zapping, che resta in superficie e continua il suo cammino subito dopo aver raccolto qua e là alcuni cliché — in senso letterale e figurato — spettacolari; il contrario assoluto della guida turistica, del turismo tout court e del giornalismo, perfino del viaggio, che deve chiudere un articolo in poche settimane.

Il libro di Golovanov non è l’unico che di recente racconti di angoli sperduti, abbandonati, dimenticati, tagliati fuori dal mondo; di città e campagne che all’apparenza non sono più buone a nulla, che sembrano esistere a dispetto di tutto, di paesaggi senza circostanze attenuanti, in cui ci si chiede perché qualcuno ci vive e ci resta. È così che Dominique Falkner, in “Ça n’existe pas l’Amérique”,

descrive un viaggio attraverso le piatte città del Montana, che quasi nessuno visita. Di alcune settimane passate a percorrere in bicicletta una regione sconosciuta del Giappone parla Antoine Piazza nel racconto “Un voyage au Japon”.



Lieve Joris con “Les hauts plateaux”, resoconto di un viaggio in Africa dove nessun turista si sarebbe mai avventurato, e Colin Thubron con “In Siberia”, stessa cosa, dimostrano senza ombra di dubbio che abbiamo bisogno di grandi scrittori viaggiatori dalla sensibilità acuta per raccontarci e farci vivere non la fine del mondo geografica, ma quella umana.

Nel suo ammirevole libro “Besoin de mirages”, Gilles Lapouge scrive che “la sola giustificazione del viaggio è che permette, in seguito, d’inventare un paese reale ma sconosciuto, di esplorarlo e di descriverlo”. È forse una leggera esagerazione: dopotutto, si ha il diritto di viaggiare e di trarne beneficio senza scrivere e senza essere scrittori. Per contro, mi identifico interamente con Gilles quando prosegue dicendo: “Gloria, dunque, e gratitudine agli scrittori viaggiatori! Sono i maghi della fine del viaggio, i grandi sarti della morte delle cose. Formano l’ultima riserva di esotismo in un pianeta che esotismo non ne ha. Fabbricano per noi dei lontani, oggi che lontani non ce ne sono più, ma solo vicini. Questo perché, forse, il declino del viaggio genera un divino imbellimento della letteratura di viaggio”.

Non siete convinti? Facciamo una scommessa: andate su internet e raccogliete tutto quello che trovate sull’isola di Kolguev, sul Congo orientale o sulla Siberia più profonda, foto, testi, video e statistiche. Consultate Wikipedia, YouTube, Google Earth e tutte le altre risorse cosiddette virtuali. Leggete poi i racconti di Golovanov, di Joris e di Thubron. Se giungerete alla conclusione che il web fornisce un’immagine più giusta, più vivace e più essenziale dei racconti dei tre autori, io potrò solo dire che dovete fare ancora molta strada per arrivare alla fine di voi stessi e poter ritrovare le fini del mondo che esistono ancora, ma nascoste e ignorate dal mondo.


La Repubblica/Robinson – 5 marzo 2017