TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 15 marzo 2017

Federico Fellini, Il mio Zeus vitellone che fa l’amore con la Luna

    Un disegno di Federico Fellini

All'inizio degli anni Ottanta Federico Fellini rivisitò la mitologia greca per un possibile lavoro televisivo. Ora quelle bozze sono diventate un libro. Ne riprendiamo la parte relativa a Zeus.

Federico Fellini

Il mio Zeus vitellone che fa l’amore con la Luna

Di nuovo Zeus – questo divino Casanova dei Superi, il sublime don Giovanni dei beati regni – è intento in una travolgente, tripudiante vicenda d’amore. Stavolta è di Semele (o “Selene”: cioè la luna) che s’innamora, vedendone il puro riflesso argenteo nell’acqua d’un laghetto: dove del resto, a poco a poco, il plenilunio si rivela in quello che era al suo principio il riflesso amoroso iridescente, d’uno stupendo “plenilunio” di donna fatto del seno bellissimo d’una fanciulla: Semele, appunto. Zeus, che la vede riflessa nell’acqua, stende le mani per afferrarvela dentro ma, dopo poche increspature d’onda ed argentee spume, ridendo, la figura di Semele nell’acqua si dissolve. Zeus, “vitellone” impenitente (benché già sposato e re degli dei), la cerca e la trova in un’immensa landa deserta, inondata appunto dall’immenso e candido lume lunare.

Zeus, così, come muovendosi a mani tese nell’accecante lume argenteo del plenilunio, va sulla rocca – nel “fondale” dipinto – ad accoppiarsi con Semele. Ma – e questo non solo perché è secondo “la lettera” autentica del mito, ma perché serve anche tutti i bisogni espressivi – ha assunto le sembianze d’un uomo, anzi d’un malizioso giovanotto coi capelli e la bionda barbetta arricciati. Le dice con astuta enfasi, che se Semele non accetterà il suo amore, lui si butterà a capofitto nel laghetto dove, prima, si frangeva l’argenteo riflesso di lei. Semele, finalmente impietosita, accetta di offrirsi amorosamente e dalla metà-donna, e metà-luna, quale era, diventa tutta donna, e nella sferica parte di luna in cui lei prima realizzava la sua “metà” celeste, spuntano – ora – e sgusciano fuori con la condensazione felice di due torceri luminosi, le cosce e le gambe e fiorisce – corolla meravigliosa, sul cespo dorato del pube – la vagina. Adesso, “Zeus giovanotto” scende a mani unite in avanti, come se dolcemente si tuffasse. Sembra che, nei musicali sussulti e ritmi del coito, Zeus diventasse tutto candido di diafano ed argenteo chiarore, e appunto, facesse l’amore col plenilunio.

Ora, rimasta sola, Semele – sulla sua rocca gibbosa vicina – dardeggia dal corpo nudo la sua dolce luce sulla terra (il che può essere realizzato con l’aiuto di un vero “mago delle luci” – cioè d’un bravo tecnico della fotografia – con un’attrice molto giovane creando un effetto di luce proiettato su un fondale). Semele pensa al giovane che si è unito così amorosamente con lei. Il seme di lui è entrato nel fondo del suo ventre, lei si guarda in basso, passa la mano trepida sul proprio ventre, e le pare che qualcosa di vivo ci sia, vibrando quasi musicalmente, in lei. La solitudine – ora – quasi la fa piangere, la luce argentea che il suo corpo emette si attenua un po’ e svanisce, sul remoto fondale dipinto: pare che Semele-luna, abbia una sua piccola, triste eclisse.


E intanto d’una eclisse parziale si tratta; una figura di donna curva è entrata accanto a Semele, e copre parte del luminoso corpo, tanto che la luce ora si vela in parte di buio, proprio come un’eclisse vera, sul fondale dipinto. La donna che è entrata è una vecchia orrenda, curva, ma fintamente benevola: Era (moglie di Zeus, ndr), che si è travestita. Dice a Semele di fare bene attenzione, perché l’uomo che è salito sulla rocca ad unirsi amorosamente con lei, poco fa, e dal quale, è vero, sì – ormai è certo che lei avrà un figlio, già concepito – non è il giovane bello e normale che crede, ma un orribile mostro. Allora Semele, angosciata, preoccupata, vela ancora di più la propria luce, come piombando tristemente in una eclisse totale, si rannicchia – le ginocchia nelle braccia – in se stessa. La chiarità – tristemente oscurata – abbandona completamente il fondale dipinto sul quale sembra ora che la più buia e ostile notte, sia per sempre discesa.

Zeus, bruciante di carnale voglia, si ripresenta a lei tutto vestito di pelo di capra nera, come un figlio dei fiori. Ma quando lui, con un solo amoroso lamento estatico ed acuto come un sessuale vagito, fa per entrare – nel solito modo, a mani giunte – in lei, Semele rapidamente gli punta contro il petto un bastone – o ramo d’albero – che aveva nascosto accanto a sé nell’erba. Tiene Zeus lontano e fermo, dicendogli di assumere, prima, il suo vero aspetto, perché a quello in cui lui ora le si presenta, non crede più. Zeus, furibondo, rifiuta di farlo ed allora, sentendo sempre più avverarsi i propri timori e sospetti, Semele chiude l’ammaliante apertura delle cosce. Zeus, furibondo, divampando di dolorosa e veemente collera, le si rivela quale è veramente, tra tuoni e fulmini accecanti, una ciclopica esplosione di raffiche di vento. Semele (vedremo soprattutto il suo volto – devastato improvvisamente da un uragano di luci e da un flagello di chiarori – l’antistante e furiosa apparizione di Zeus) come con precisione dice il mito, quando vede Zeus apparire davanti a lei «come veramente è», senza nemmeno emettere un gemito, muore, sul colpo, di paura. Tutta la luce di lei si è spenta e, per sempre, il plenilunio si è dissolto per i mortali.



Si avvicina, cautamente, al corpo di lei, il solito astuto e provvidenziale dio, Ermete, e con esperta mano fruga nella sua vagina, ne trae una forma di piccolo germe già fecondato: il figlio. Ermete, col misterioso germe nella mano si avvicina cautamente a Zeus, che dorme sulla cima d’una montagna e, lentamente, con cauti e leggerissimi gesti, come in una delicata e raffinata opera di chirurgia, cuce il germe, cioè l’embrione, nella coscia destra di Zeus addormentato, facendo, così, della carne divina di Zeus, il ventre ed alveo “paterno- materno” dove il figlio appena concepito di Zeus e di Semele, «Selene-Luna», potrà maturare e, al momento giusto, venire alla luce.

È così che, dopo tre mesi di crescita misteriosa nella coscia di Zeus, diventata per lui come un prezioso alveo materno, nasce il nuovo e meraviglioso Dio, Dioniso, chiamato, proprio per questo, il «dio della doppia nascita» o il «nato due volte».


La repubblica – 19 gennaio 2017