TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 28 marzo 2017

Heidegger. La croce uncinata a difesa dello spirito tedesco



Antisemitismo e adesione al nazismo. Pubblicato parte del carteggio tra Martin Heidegger e il fratello Fritz che dimostra come anche dopo la fine della guerra il filosofo nutrisse un profondo disprezzo per gli ebrei.

Gennaro Imbriano

La croce uncinata a difesa dello spirito tedesco


Alcuni atteggiamenti e lo sguardo che Hitler ha nei ritratti di questi giorni mi ricordano spesso te». Così scriveva Fritz Heidegger il 3 aprile del 1933 in una lettera indirizzata al fratello Martin. Il quale dovette apprezzare questo paragone, dato che era stato proprio lui, nel dicembre del 1931, a fare attento il fratello sull’«insolito e sicuro istinto politico di Hitler» e a consigliargli la lettura del Mein Kampf.

Nel volume Heidegger und der Antisemitismus (Herder 2016, a cura di Arnulf Heidegger e Walter Homolka), viene parzialmente pubblicata la corrispondenza che il filosofo di Meßkirch intrattenne con il fratello Fritz tra il 1930 e il 1946. È un carteggio molto prezioso, perché contribuisce – proprio come gli appunti dei Quaderni Neri scritti in questo periodo – a ricostruire con maggiore precisione gli elementi teorici che sostanziano la «svolta» di Heidegger dopo la stagione di Essere e tempo, e a ricostruire il decisivo quindicennio (poco più) nel quale matura una nuova forma di «pensiero».

Notevole è il fatto che essa sia elaborata in intima connessione con l’evoluzione della crisi weimariana. Heidegger ne segue febbrilmente le vicende. Tutt’altro che disinteressato alla politica, è nelle pieghe del caos repubblicano che riformula in senso völkisch il suo «gergo dell’autenticità». 


Al nazismo compete una missione storica: «non si tratta più di meschina politica di partito — ne va piuttosto della salvezza o del tramonto dell’Europa e della cultura occidentale» (18.12.1931). Heidegger si convince progressivamente del fatto che Hitler sia «l’unica salvezza della patria» e vada sostenuto con forza contro ogni reticenza che qualche «impaurito “colto”» solleva nella speranza di favorire «immobilismo e mancanza di decisione» al fine di preservare la tranquillità della propria «dimensione borghese» (02.03.1932).

Il cancelliere della Repubblica di Weimar Heinrich Bruning gli appare troppo debole. Al fratello Fritz, che ne apprezzava gli sforzi per trascinare la Germania fuori dalla crisi, Heidegger contesta che il cancelliere ha raggiunto «meno di niente»: poco più che un «giocattolo nelle mani dei francesi», «privo di responsabilità dinanzi alle forze e ai compiti dello spirito tedesco», esecutore di «un ammiccare bugiardo verso Roma» (10-12.05.1932). Quanto al suo successore von Papen, Heidegger ne auspica la caduta e già nell’ottobre del 1932 prefigura quel cambio di guardia ai vertici dello Stato che si realizzerà due mesi dopo: «Schleicher sì – ma Papen no» (28.10.1932).

Quest’ultimo, che pure aveva tentato di arginare l’avanzata delle forze democratiche, viene infatti liquidato come amico degli ebrei, i quali grazie a lui «hanno ricevuto impulso e si sono liberati a poco a poco dalla loro sensazione di panico nella quale erano piombati» (28.10.1932).

Nella stessa lettera del 1932 Heidegger scrive che il mondo ebraico è espressione del «grande capitale», avere successo contro il quale «sarà difficile». Pochi mesi prima chiedeva a Fritz di diffidare della coalizione di centro e lasciare pure quel «rifugio tremolante alle donne e agli ebrei» (27.07.1932).


Dopo la guerra Heidegger, che pure continua a non nascondere al fratello il suo disprezzo per gli ebrei («Qui tutto è poco bello. Dobbiamo prendere in casa la gente dei Lager [KZ-Leute]. Tutto è brutto e peggiore che al tempo dei nazi» ), ridimensiona l’Olocausto chiamando in causa le violenze subite dai tedeschi dell’est: il «terribile destino che si è consumato nell’est della nostra patria», scrive in una lettera del 1946, «supera tutte le atrocità organizzate da delinquenti e accade indipendentemente – e sarebbe accaduto già prima – da ciò che noi “conoscemmo” tra il 1933 e il 1945».

Se verso la fine delle ostilità Heidegger non si dà pace per questo «terribile destino» e si domanda perché «lo spirito del mondo si serva di americani e bolscevichi come suoi sgherri» (18.01.1945), negli anni Trenta sono soprattutto questi ultimi a incutergli terrore. «Esiste oggi solo una chiara linea, che separa profondamente la destra dalla sinistra. Le mezze misure sono un tradimento. Dopo le elezioni gli otto milioni di comunisti daranno da pensare al “borghese”. E al ballottaggio saranno persino qualche milione in più» (02.03.1932).

Bisogna scongiurare il pericolo: malgrado le «goffaggini politiche», le «aberrazioni e le spiacevolezze» dei nazisti, «bisogna restare legati a loro» (28.10.1932). Occorre lasciarsi finalmente alle spalle «Weimar», che «fallì completamente di fronte al pericolo del bolscevismo – pericolo che i filistei di oggi ancora non vedono» (04.02.1933). E, poco dopo l’inizio dell’operazione Barbarossa, scrive: «La guerra comincia solo adesso. La brutalità della battaglia nell’est è certamente di dimensione “cosmico-storica”» (20.07.1941).

Eccolo, il nazismo di Heidegger: la missione storica della filosofia tedesca e della politica del Reich è la salvezza dallo spettro che si aggira per l’Europa. Un fantasma che nella Germania weimariana minaccia di cambiare le sorti della storia del mondo.


Il Manifesto – 11 febbraio 2017