TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 7 marzo 2017

I tormenti di Schiele


Morì a 28 anni dopo aver dipinto il dolore e la miseria dell'uomo e smascherato l'ipocrisia di un impero alla fine.

Leonetta Bentivoglio

I tormenti di Schiele

Fu così generosa di capolavori la sua fulminea vita (1890-1918) che Egon Schiele ha conquistato un ruolo di figura-chiave, estrema e avveniristica, nelle arti d’inizio Novecento. Il suo vigore espressionista s’estende molto al di là degli anni che lo videro attivo. E ha un’urgenza perennemente attuale il suo intento di riflettere le brutture e le violenze subìte e inferte dalla natura umana, come ci racconta la mostra dell’Albertina di Vienna, prologo alle celebrazioni del centenario della morte.

Ci sono opere che “parlano” soprattutto agli specialisti e a chi conosce le coordinate di un creatore. Quelle di Schiele no, perché coinvolgono l’osservatore in un dialogo profondo che tocca con potenza un immaginario condiviso. I corpi torbidi e le donne nude ed esterrefatte, col sesso esposto e pulsante; le teste fragili e reclinate, con occhi colmi d’interrogativi esistenziali; i ritratti scheletrici e ritorti, come estratti da un martirio; gli amanti avvinti in una spaventosa estraneità reciproca: tutto in Schiele ha il dono di una comunicatività immediata. La sua anti-estetica respira di per sé, sospinta da un senso maledetto della vita, da un rapporto senza filtri con l’inconscio e dal rifiuto di canonici ideali di bellezza. Ciò che gli preme è indagare le lacerazioni di un mondo consunto dalla propria ipocrisia squarciando i veli calati sulle pulsioni sessuali, sulla miseria e la depravazione, e sugli aspetti esausti dell’impero austro-ungarico, che slitta verso un inesorabile “cupio dissolvi”.

La parabola dell’artista austriaco copre meno di un decennio, dal 1909 al ’18, come testimonia questa mostra straordinaria, col suo ricco itinerario di disegni, acquerelli, gouache, fotografie. Il viaggio parte dagli esordi di Egon, entrato sedicenne all’Accademia di Vienna, il cui conservatorismo lo disgusta.


L’influsso del florilegio curvilineo di Klimt emerge nei primi disegni sinuosi. Ma presto si dirige in un altrove scandito da autoritratti folli e allucinati e da adolescenti secche e perturbanti, scarlatte nella chioma e col cespuglio scandaloso del pube in primo piano. La sterzata espressionista è evidente.

Dominano gli ocra, i neri, i rossi e i pallori verdognoli, come nel diabolico ritratto del pittore Max Oppenheimer. Si moltiplicano le assenze: vedi l’acquerello del Violoncellista cui manca lo strumento, indicato solo dalla postura e dalle mani; o il vuoto de L’abbraccio, dove la donna implora un partner che non c’è. Nella Ragazza nuda seduta è la posizione a evocare la sedia, come l’eco di un oggetto perso ma sentito nell’invisibilità.

Schiele lascia Vienna nel 1910 per fondare una colonia di artisti nel villaggio boemo di Cesky Krumlov, dove si applica a disegni di bambini poveri e fanciulle spettrali nelle loro ruvide nudità che frugano nei nostri sguardi con erotismo complice. Una fetta importante della sua produzione riguarda la sua modella e amante Wally Neuzilm, splendida e tremenda nei languori e nelle masturbazioni, nelle calze arrotolate sulle cosce vaste, nelle natiche ondose dilaganti sul foglio. È il periodo in cui Schiele trionfa in mostre a Vienna, Budapest, Monaco, Dresda e l’Aia. Negli ossessivi autoritratti s’afferma il segno delle dita formanti una V che replica il gesto benedicente del Cristo Pantocratore bizantino.

Nel ’12 Schiele viene accusato ingiustamente dal padre di una delle sue piccole modelle di molestie alla figlia. È un trauma per l’artista. La polizia irrompe nel suo studio, brucia una copiosa messe di scabrosi disegni e lo spedisce in carcere, dove Schiele registra visionariamente la cella claustrofobica, il corridoio che pare un accesso all’inferno e il grigio ferrigno delle sedie. Dopo il rilascio crea paesaggi ariosi di mare e campagna e una serie di allegorie su Francesco d’Assisi, molto ammirato da Schiele, d’indole spirituale pur nell’ardore dei sui demoni.


Egon allontana Wally per sposarsi senza convinzione con Edith Harm, che ci restituisce come algida e cattiva, dominata dalla ferocia degli occhi e dal bosco della chioma. Risalgono al ’15 alcuni pezzi impressionanti, come gli intrecci di corpi femminili che cantano un’ode intensa e non priva di conflitti all’amore lesbico; e come l’autoritratto con la moglie, che lo carpisce rabbiosamente di schiena, in un’unione abbarbicata e soffocante dove il contatto tra gli sguardi è escluso.

Durante la guerra lo distaccano in un campo di prigionia a Muehling in cui erano internati i russi: il tanfo, la solitudine e la disperazione dei prigionieri non sfuggono ai suoi disegni angosciosi. Nel ’18 la quarantanovesima mostra della Secessione sancisce la massima consacrazione di Schiele. Poco dopo la moglie muore di febbre spagnola, seguita in breve dal marito. Nella foto sul letto di morte, Egon ha un volto nobile e struggente, di delicata e ormai calma bellezza.


La repubblica/Alias – 5 marzo 2017