TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 18 marzo 2017

Isaac Newton, l'ultimo dei maghi



290 anni fa moriva Isaac Newton, uno dei padri della scienza moderna, ma anche un grande alchimista.

Stefano Gattei

Newton, l'ultimo dei maghi

Quando morì, il 20 marzo 1727 (secondo il calendario giuliano, allora vigente in Inghilterra), Isaac Newton non lasciò alcun testamento né eredi diretti. Oltre ai beni, alla biblioteca e a un certo numero di strumenti scientifici, l’inventario stilato dai curatori segnalava un’enorme quantità di fogli manoscritti, difficilmente classificabili. Alcuni contenevano annotazioni scientifiche di vario genere, altri trattavano di alchimia, cronologia, teologia, storia della Chiesa.

John Conduitt, successore di Newton come governatore della Zecca e marito di Catherine Barton, figlia della sorellastra dello scienziato, chiese alla Royal Society di valutare i manoscritti in vista di una loro eventuale pubblicazione. Dopo soli tre giorni di lavoro furono individuati cinque documenti che valeva la pena di dare alle stampe. Il resto, si disse, era stato lasciato in una forma troppo frammentaria, o era comunque inadatto a essere divulgato.

Nel 1740 i manoscritti entrarono in possesso della famiglia Portsmouth, che nel 1872 decise di donarli interamente all’Università di Cambridge, tranne un piccolo numero di testi teologici e cronologici, inviati nel 1755 ad Arthur A. Sykes e successivamente confluiti nella Bodleian Library di Oxford. Venne istituita una commissione, che incaricò due importanti matematici del tempo, John C. Adams e George Stokes, di esaminare gli scritti «scientifici »; a Henry R. Luard, medievista, vennero invece affidati i testi teologici e alchemici. Dopo lunghe indagini, nel 1888 i manoscritti «non scientifici» vennero restituiti alla famiglia, e di essi non si parlò più. Fino al 1936, quando Sotheby’s li mise all’asta a Londra.


I 332 lotti di carte e altri Newtoniana vennero battuti per poco più di novemila sterline, una cifra considerevolmente inferiore a quella cui oggi viene valutato anche un solo foglio manoscritto di Newton. Fra gli acquirenti anche John Maynard Keynes, padre della macroeconomia moderna, che riuscì ad aggiudicarsi 39 lotti. Più tardi, quando provò ad acquistarne altri da alcuni dei partecipanti, scoprì di essere in competizione con un arabista e imprenditore ebreo, Abraham S. Yahuda, particolarmente interessato ai manoscritti teologici. Keynes riuscì alla fine a entrare in possesso di 130 lotti, Yahuda di 39. Alla morte di Keynes, nel 1946, i manoscritti in suo possesso furono donati a Cambridge; quelli di Yahuda, respinti da Harvard, Yale e Princeton, vennero lasciati allo Stato di Israele, che nel 1969 decise finalmente di destinarli all’Università di Gerusalemme.

C’è un tocco di Borges nell’odissea di questi manoscritti, narrata come un romanzo da Sarah Dry nel suo recente lavoro The Newton Papers (Oxford University Press). Il libro unisce la storia avventurosa dei testi alla descrizione dell’immagine pubblica del grande scienziato, evolutasi di pari passo con la scoperta del «multiforme ingegno» di Sir Isaac.

Migliaia di fogli documentano infatti la lettura, la trascrizione e il commento minuzioso di vari testi alchemici. Le pagine più controverse sono però quelle di carattere teologico. Newton credeva in Dio, ma nel 1667 aveva insistito per farsi esentare, con apposita dispensa regia, dal prendere gli ordini religiosi in seno alla Chiesa anglicana, come veniva richiesto a ogni membro dell’Università di Cambridge; e in punto di morte, alla presenza di due sole persone (che tennero accuratamente nascosta la notizia), rifiutò i sacramenti.

Egli riteneva che nella disputa che aveva segnato la storia della Chiesa durante il IV secolo fosse stata perpetrata, da parte di Atanasio e dei suoi seguaci, una gigantesca frode: il testo sacro sarebbe stato alterato in molti punti allo scopo di affermare la dottrina del Trinitarismo. Fellow (paradossalmente, viene quasi da dire) del Trinity College, uno dei più prestigiosi dell’Università, Newton si era convinto che la dottrina della Trinità — divenuta dogma, secondo cattolici e anglicani, con il Concilio di Nicea del 325 — fosse stata «inventata » e imposta ai cristiani all’epoca della trionfale vittoria su Ario e sugli «eretici» Ariani. 

Adorare Cristo come Dio costituiva, per Newton, una manifestazione di idolatria: mediatore fra l’uomo e Dio, Cristo non è consustanziale al Padre. Se «non si devono ammettere più cause delle cose naturali di quelle che bastano a spiegare i loro fenomeni», come si legge nei Principia, allo stesso modo, per Newton, Dio non va moltiplicato praeter necessitatem.



In alchimia o teologia, come in meccanica e astronomia, Newton non si accontenta del linguaggio metaforico o allusivo comune a tanti autori del tempo, ma conduce un’indagine di carattere quantitativo, esigendo sempre un linguaggio rigoroso, un’argomentazione stringente. Il teologo e il matematico sono in Newton due facce della medesima medaglia: forse, come piaceva pensare a Maurizio Mamiani (che per primo, nel 1994, pubblicò il Trattato sull’Apocalisse, tratto dai manoscritti di Yahuda), lo studio dei «principi matematici della filosofia naturale» è stato solo l’esercitazione scientifica di un gigante della teologia.

Poco prima di morire, Keynes scrisse che «Newton non fu il primo rappresentante dell’Illuminismo. Fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei Babilonesi e dei Sumeri, l’ultima grande mente che guardò al mondo con gli stessi occhi con cui lo avevano guardato coloro che migliaia di anni prima avevano gettato le fondamenta del nostro patrimonio culturale». 

Alla luce dei manoscritti, che vengono a poco a poco resi disponibili online sul sito del Newton Project, riportare tutte le affermazioni dell’autore dei Principia entro un contesto «scientifico», così come lo intendiamo ora, costituisce senza dubbio un tradimento della sua eredità intellettuale. Ciò non vuol dire sminuirne il genio, anzi. Come osservò ancora Keynes, «credo che Newton fosse diverso dal quadro che convenzionalmente è stato dipinto di lui. Ma non penso, per questo, che egli fosse meno grande».