TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 29 marzo 2017

"non PRENDERE IL POTERE". A/traverso, una rivista sovversiva


In una società che macina tutto rendendolo soap opera (vedi ieri il centanario della prima guerra mondiale e oggi dell'Ottobre) rimane sottotono la rievocazione del movimento del 77. Forse ancora troppo recente per riuscire a disinnescarne nei talkshow la radicale carica sovversiva bene espressa da riviste come A/traverso di cui Derive Approdi pubblica la raccolta.

Alessandra Vanzi

Era il ’77 circolava il Maodadaismo


“Ho ficcato un dito nel cielo e ho dimostrato è un ladro!” (Majakovskij). Questa frase, che pronunciavo nel mio primo spettacolo “La rivolta degli oggetti” (1976), non l’ho mai dimenticata e mi è risuonata continuamente nelle orecchie leggendo in questi giorni il libro di Luca Chiurchiù “A/traverso La rivoluzione è finita abbiamo vinto” (ed. Derive Approdi) che ricostruisce con filologica precisione la storia della rivista e il contesto movimentista in cui nasce. Le idee viaggiavano veloci nell’etere trasmesse dalle prime radio libere e penetravano l’atmosfera con analogie anarchiche e maodadaiste spostandosi tra i linguaggi, destrutturandoli, mescolando illuminazioni filosofiche, punk, rivoluzioni sessuali e comportamentali.


Nel teatro d’avanguardia si moltiplicavano le performances che evadevano dagli spazi deputati invadendo le strade con il Living, la Postmodern dance e Grotowski, la musica partoriva i Sex Pistols e Freakantoni, l’arte Keith Haring e Andrea Pazienza, la scrittura Tondelli e Palandri, la poesia Bellezza e Ferlinghetti e mille altri artisti; così anche le riviste, i fogli del movimento si moltiplicavano: Rosso, Zut, Zizzania, La rivoluzione, il Male, etc. etc. supportati sempre dallo stesso unico garante Marcello Baraghini fondatore di Stampa Alternativa. Nel ‘77 A/traverso è una delle voci più rappresentative del movimento; nasce in Via Marsili a Bologna, casa di Franco Berardi detto Bifo che insieme a Maurizio Torrealta, Stefano Saviotti, Luciano Capelli, Claudio Cappi, Paolo Ricci, Matteo Guerrino, Marzia Bisognin a cui si aggiunge Angelo Pasquini, unico romano, quasi tutti gravitanti nell’orbita del DAMS, quasi tutti con formazione estetico-semiotica, sperimentano in pratica-rivoluzionaria-scrittoria le teorie del situazionismo Debordiano, la lezione delle avanguardie primo novecentesche, leggono i noveaux philosophes francesi Deleuze, Guattarì, Foucault, Lacan, gli scrittori Barthes e Balestrini e il gruppo 63.


Ispirati da Majakoskij producono il contro manifesto del maodadaismo (Mao Tse Tung diventa soprattutto un simbolo pop), che leggono al Convegno della Cooperativa scrittori : “…Diciamo DADA e intendiamo la nostra collocazione altrove. Oggi – fuori di qui – nella vita entusiasmante del proletariato giovanile mobile, della classe operaia in lotta, delle donne e dei gay che sperimentano forme di vita non sessista e non competitiva, dichiariamo la nascita del MAO-DADAISMO, una pratica della scrittura non separata, ma trasversale, capace di ricomporre gli ordini dell’esistenza. Oltre la politica del compromesso, oltre la cultura del compromesso, fatte per riprodurre e giustificare il dominio del capitale sul tempo di vita , dichiariamo la nascita del TRASVERSALISMO, forma teorica che interpreta il percorso pratico della scrittura-creatività-sovversione. I nuovi scrittori sono dentro il proletariato giovanile mobile, fra i gay, fra le donne, fra gli operai assenteisti, fra i rivoluzionari, fra i lavoratori intellettuali che affrettano la fine della società fondata sulla miseria e sul lavoro.”

“ Dissolutezza sfrenatezza festa. Questo è il livello a cui è attestato il comportamento dei giovani, degli operai, degli studenti, delle donne. E se per i burocrati questa non è politica, ebbene, è la nostra politica, magari la chiameremo in un altro modo. Appropriazione e liberazione del corpo, trasformazione collettiva dei rapporti interpersonali sono il modo in cui oggi ricostruiamo un progetto contro il lavoro di fabbrica, contro qualsiasi ordine fondato sulla prestazione o sullo sfruttamento.”


Naturalmente tanta provocazione non era accettabile per nessuna Istituzione e dopo i primi mesi di entusiasmo liberatorio e sfrenato arrivò l’11 marzo e la polizia di Kossiga, novello Fouchè, fece di Francesco Lo Russo la sua prima vittima dell’anno, appositamente direi, e precipitò il livello dello scontro, e vennero tempi di leggi speciali, di galere e clandestinità, di eroina lasciata correre nelle vene come sedativo di massa, del teorema Catalanotti. Il 12 marzo, mentre a Roma scontri durissimi vanno avanti fino a notte fonda, a Bologna viene chiusa, durante la diretta, radio Alice. Il 14 marzo vengono arrestati Saviotti, i fratelli Minella e Marzia Bisognin. Bifo riesce a scappare in Francia. Angelo Pasquini viene arrestato il 4 aprile al funerale di suo padre.

Ciò nonostante nel giugno ’77 A/traverso esce con un numero contro la criminalizzazione del dissenso da cui: “ …Ma l’unica cultura vivente è quella del movimento. Gli unici poeti italiani che abbiano saputo cogliere il respiro della storia sono – come Angelo Pasquini e Stefano Saviotti – in carcere, oppure come Nanni Balestrini perquisiti e perseguitati , o, come Bifo latitanti. Quando la cultura deve farsi , per il potere, organizzazione del consenso, ecco allora che lo stato decreta che il dissenso è criminale, e la persecuzione stalinista non colpisce la scrittura, la teoria, la poesia, ma la sua capacità trasversale di collettivizzazione e trasformazione..Non si tratta di costringere la poesia alla storia, ma di riconoscere che è solo il respiro della rivolta, lo spessore della storia, a dare al testo la densità della poesia.”


Il movimento del ’77 è stato creativo, fulminate, celibe, forse per questo non ha lasciato eredi. Come dice Torrealta: ”l’avanguardia che si mette l’anello al dito definendosi tale è un’Avanguardia Sposata, quella che invece non pensa a definirsi ma canta e balla, dipinge e suona, è invece un’Avanguardia Celibe.

Per quanto possa ricordare nessuno del movimento del ’77 si è mai definito avanguardia. Gli unici a farlo furono i seguaci della lotta armata…altri decisero di spogliarsi, di segnarsi il viso e il corpo, come selvaggi in una cerimonia iniziatica, di dimenticare la grammatica e la sintassi, di anagrammare le parole sconosciute, di parlare in versi, di regredire al livello più lontano del passato e di immaginare gli scenari più avanzati del futuro, di riprovare a reinventarsi tutti i linguaggi del mondo , perché tutti i linguaggi del mondo avevano già fallito.”


il manifesto/Alias – 18 marzo 2017