TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 19 marzo 2017

Parla di noi la decadenza dell'impero romano

    Marco Aurelio

Spesso ci viene da pensare che la situazione attuale dell'Occidente somigli sempre più alla lenta decadenza dell'impero romano. E questo rende le cronache di Erodiano, autore minore del terzo secolo d.C., non prive di interesse anche per un lettore comune.

Carlo Franco

Dalle cacce di Commodo alle crudeltà di Massimino

Dal regno di Commodo all’ascesa di Gordiano III (180-238 d.C.) l’impero romano attraversò una fase piuttosto difficile, cui seguì, finita la dinastia dei Severi, una crisi ancor più grave. E poiché «crisi» è una parola tematica dei nostri anni, si comprende quale interesse oggi possa esservi per Erodiano, che narrò quella crisi antica. La sua Storia dell’Impero romano dopo Marco Aurelio è tornata ora disponibile (Einaudi «Nuova Universale», prefazione di Luciano Canfora, pp. XVI – 296, € 28,00), riprendendo la traduzione e le note pubblicate nel 1967 da Filippo Cassola.

Napoletano per origine e formazione, Càssola (1925-2006) insegnò per molti anni a Trieste, occupandosi del mondo antico intero, dalla Grecia antichissima (La Ionia nel mondo miceneo, 1957) alla repubblica romana (I gruppi politici romani nel III secolo a.C., 1962) e all’impero. La sua edizione di Erodiano e gli studi che l’accompagnarono mostrano anche il suo impegno filologico: a Càssola si deve anche la preziosa edizione degli Inni omerici per la Fondazione Valla (1975). L’ampiezza degli interessi e il taglio della ricerca sono evidenti scorrendo i suoi Scritti di storia antica. Istituzioni e politica (1993).


Quanto a Erodiano, anche se oggi non è tra le celebrità della storiografia classica, egli ebbe notevole fortuna in età moderna. Fu tradotto da Poliziano nel 1493 in latino (e per questa via letto da Machiavelli), e poco dopo fu disponibile in tedesco, francese e inglese. In Italia ebbe due versioni cinquecentesche (1522 e 1551), cui seguì quella pubblicata da Pietro Manzi nel 1821, e ripresa nel 1823. Il lavoro di questo letterato di Civitavecchia, appassionato di antichità e amico di Stendhal, ricevette alcune aspre critiche: la sua colpa era di aver tradotto Erodiano nello stile degli storici toscani del Cinquecento. Ma un tono tra Machiavelli e Guicciardini sembra adatto a rendere le scene di battaglia, i drammatici discorsi, le torbide congiure e le moraleggianti sentenze che Erodiano dissemina in abbondanza: anche la versione di Càssola adotta una patina arcaizzante, attenuata in lieve misura nella ristampa.

La frequenza delle traduzioni mostra che Erodiano godette a lungo di buona fama come storico: Edward Gibbon, per esempio, ne trascrisse interi discorsi nella sua Storia della decadenza e caduta dell’impero romano. Invece perdette molto credito sotto i colpi della filologia germanica: ma soprattutto come scrittore. Wilamowitz lo giudicò un imitatore senza valore («ein nichtiger Nachahmer»), mentre Eduard Norden, nella sua ricerca sulla prosa d’arte antica, lo liquidò con impazienza per lo stile, giudicato piuttosto banale: e si basò solo sul primo libro dell’opera – su otto –, aggiungendo: «gli altri non li ho letti».

Il disprezzo ha coinvolto a lungo anche il valore di Erodiano come storico: ma ad una analisi più equilibrata gli errori e le omissioni a lui imputate (come il silenzio sulla constitutio antoniniana) sono meno rilevanti di quanto era apparso. Nella sua chiara ed esaustiva introduzione, Càssola fa proprie le riserve circa Erodiano scrittore, quando scrive che il suo stile «è quanto di peggio possa immaginarsi: nessun autore è riuscito come lui nella difficile impresa di conciliare i più vieti artifici della retorica con un linguaggio povero, sciatto e banale»; Canfora riconosce invece allo scrittore «solida formazione letteraria» e alla sua prosa «grande chiarezza». Sul punto giudicheranno i lettori, tenendo conto del fatto che, in coerenza con l’impianto della collana, nell’attuale edizione non è presente il testo greco a fronte.

Quel che è certo è che, stile a parte, l’interesse per Erodiano è stato assai alto negli ultimi decenni, come mostrano le traduzioni in inglese (1969), russo (’72), olandese (’73), ceco (’75), spagnolo (’85), francese (’90) tedesco (’96). E intensa è stata anche la ricerca, dalle fonti (quanto Erodiano conosceva Dione Cassio?) alla attendibilità storica (il suo racconto va preferito alle svagatezze aneddotiche dei biografi della Storia augusta); dalla concezione storiografica (fu a suo modo un «tucidideo», secondo la moda teorizzata da Luciano nel Come si scrive la storia) alla visione politica (un uomo d’ordine, fautore della dignità del senato e dell’imperatore). Questo lavorio critico non appare però nel volume einaudiano: unica integrazione ai materiali raccolti da Càssola nel ’67 è la menzione della recente edizione critica del testo greco (2005).

   Commodo

Erodiano, storico della crisi, narrò i fatti del tempo suo: l’impero che passava dalle bizze di Commodo al rigore di Pertinace, dalla determinazione di Alessandro Severo alle follie di Elagabalo, fino alla crudeltà di Massimino. Il racconto ha un passo vario: concentrato sulle dinamiche di palazzo, meno attento all’amministrazione, talora rapido sulla politica estera, si distende però in pagine di scrittura efficace, eredi di grandi modelli seppure non stese con uno stile accurato. Difficile restare indifferenti alla descrizione delle cacce di Commodo nell’anfiteatro, al quadro dell’incendio di Roma nel 192 (quello in cui Galeno perse alcuni suoi libri), al racconto del lungo e inutile assedio posto ad Aquileia da Massimino Trace nel 235.

I materiali presenti nell’opera mostrano diversa qualità, e ciò potrebbe dipendere da una incompleta revisione formale: più difficile stabilire se e quando Erodiano parla di eventi dei quali era stato personalmente testimone (talora lo asserisce, ma non sempre convince). E comunque, oltre a qualche bella pagina, lo storico attira interesse perché presenta il proprio punto di vista sul periodo analizzato.

Il punto di vista di un greco, forse dell’Anatolia, al quale appaiono lontani sia gli «orientali» della Siria sia le terre d’Italia, così come gli sono incomprensibili i riti di Elagabalo per il dio Sole. Ma anche di alcuni usi romani egli parla in dettaglio ai suoi lettori, come di cosa sconosciuta, pur dopo secoli di dominazione; e così si trova nel libro Quinto una famosa descrizione della cerimonia della consecratio, che faceva dell’imperatore morto un (vero) dio.

    Eliogabalo

Politicamente, Erodiano era un outsider: quando parlava dei senatori non poteva dire «noi», come faceva invece Dione Cassio. Però, testimone di una Roma che «non funzionava più» come prima, aveva una visione chiara dell’impero. Non a caso la sua opera si apre con un quadro tutto elogiativo del regno di Marco Aurelio: in lui si riassumevano tutte le qualità del buon imperatore, giusto principe dei popoli e capace guida degli eserciti. Quel che i successori non riuscirono più a essere, in tutto o in parte.

Erodiano si poneva come fautore della disciplina e dei ceti abbienti, e denunciò le depredazioni e il crescente peso della rapace fiscalità. Diffidava degli imperatori che erano solo dei soldati e mancavano di cultura politica. Condannava i dominatori che esercitavano arbìtri e crudeltà tiranniche. Considerava un danno la scelta di sussidiare i barbari, invece di tenerli sotto controllo militare effettivo. Era un moralista che non amava gli eccessi del vizio nei potenti, e non lesinava qualche predica ai suoi lettori.

Come storico, si tenne lontano dagli eccessi della propaganda e della denigrazione, che pur gli dovevano essere ben noti. Fu attento al tema del consenso, ma gli ripugnavano i regnanti che facevano spettacolo di se stessi. Il suo racconto di Commodo che decapita gli struzzi durante le cacce nell’anfiteatro è straniante: in Italia si sono visti uomini di governo cucinare risotti in televisione o prodursi in analoghe prodezze. Le epoche di crisi fanno emergere leader degenerati, apparentemente grotteschi, e invece rovinosi per sé e per la collettività.


Il manifesto/Alias – 12 marzo 2017