TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 22 marzo 2017

Stalin, zar rosso. La lunga durata dell'impero russo

Come l’impero religioso zarista trapassò in quello ateo bolscevico. Cent’anni dopo l’ottobre del 1917, Vittorio Strada ricostruisce la continuità impressionante fra la politica imperiale zarista di Ivan il Terribile e Pietro il Grande e quella dello zar rosso Stalin.


Giorgio Fabre

La lunga durata dell’impero in Russia


Il 26 febbraio 1947 Stalin ricevette al Cremlino Eisenstein, presenti Molotov e Zdanov. Gli voleva parlare delle due parti del suo grandioso film su Ivan Il Terribile (la prima era uscita nel 1944, la seconda era appena terminata). Era la pellicola che aveva raccontato il primo zar che si era attribuito questo titolo, il vero unificatore della Grande Russia.

Fu un terribile esame e finì molto male. La seconda parte fu infatti vietata e uscì solo dopo la morte di Stalin, nel 1958. Le critiche del Piccolo Padre a Eisenstein furono di aver trattato male nel film sia il feroce esercito di Ivan, il famoso opricnina motore di tanti assassinii, sia lo zar stesso. «Lei gli opricniki» disse Stalin, «li ha mostrati come se fossero il Ku Klux Klan». Quanto a Ivan, aggiunse: «Lo zar nel suo film appare indeciso, simile ad Amleto… Lo zar Ivan era un governante grande e saggio. La sua saggezza consisteva nel fatto che guardava le cose da un punto di vista nazionale e non ammetteva nel suo paese stranieri, proteggendo il paese dalla penetrazione dell’influsso straniero». Infine Stalin fece un’altra critica, simultaneamente al regista e allo zar: Ivan era stato crudele, ma troppo poco, perché alla fine aveva ceduto agli scrupoli religiosi. Sottintendendo che lui, Stalin, di scrupoli, religiosi o no, non ne aveva.


Il verbale di questo incontro è uno dei documenti che Vittorio Strada ha raccolto e tradotto dalla recente produzione storiografica e politologica russa e che propone nell’ultimo suo libro Impero e rivoluzione. Russia 1917-2017(Marsilio, pp. 175, € 15,00). E questa continua a essere una qualità di questo notevole studioso della storia russa: che da decenni porta e presenta in Occidente e in Italia il meglio della cultura di quel paese che altrimenti sarebbe ben difficile conoscere. In questo caso, Strada ha selezionato i testi e i documenti pubblicati di recente, come il verbale del 1947, che permettono di ragionare sulla lunga durata dell’idea di «impero» in Russia: a partire da Ivan per arrivare fino a Putin. Il passaggio cruciale è naturalmente la rivoluzione d’Ottobre e la nascita dell’Urss, e come esse permisero la sopravvivenza dell’idea di impero arrivata intatta fino ai Romanov. Era un modo per affermare che anche i bolscevichi erano una potenza.

Il problema fu che quell’idea, anzi, quell’enorme realtà, era basata, oltre che sulla gestione di etnie molteplici dalle lingue diverse – unificate poi da un unico centro anche linguistico, quello russo –, sulla presenza di una solidissima giustificazione religiosa e storica, che si identificava col potere. L’impero era anche religioso, perché lo zar era capo della Chiesa ortodossa. E quest’ultimo era un organismo che si poteva far risalire, indietro nel tempo, all’altro impero, quello di Roma. Era potente, ricco, ramificato e faceva leva sulla radicata religiosità popolare.


La religione era un dato di fatto che gli atei bolscevichi non potevano certo accettare. Anzi, la combatterono aspramente, tenendo in piedi però il resto, la struttura stessa dell’impero, le relazioni tra i vari popoli che lo componevano, la politica estera. Il mantenimento della forte struttura centrale, della violenza del controllo poliziesco, compreso quello del dissenso intellettuale, furono gli strumenti fondamentali attraverso cui l’impero religioso zarista poté trapassare in quello laico, anzi ateo dei bolscevichi.

Quanto alla religione, accanto alla battaglia all’ultimo sangue con la Chiesa ortodossa, l’escamotage fu far intervenire una rapida sostituzione di credo. Al posto della dottrina ortodossa fu costruito il culto della Cosa pubblica, Stato e partito, in sé simboli di giustizia, e una nuova potente dottrina ateistica, il materialismo storico.

Vittorio Strada ripercorre questi passi sia attraverso la documentazione storica affiorata dagli archivi (si veda quella sulla cruciale eliminazione della famiglia dello zar a Ekaterinburg), sia attraverso nuovi studi storici pubblicati in Russia. Sono molto interessanti ad esempio le pagine dedicate a un antibolscevico «bianco», emigrato dopo la rivoluzione e ora riscoperto, Nikolaj Ustrjalov. Ustrjalov teorico della Grande Russia, finì per trasformarsi, in esilio, in teorico del nazionalbolscevismo (oltre che studioso del sistema fascista) ed esaltatore della Russia del Piano Quinquennale. Nel 1935 tornò in patria dove ebbe un posto di professore. Nel ’37 fu fucilato come spia. Ma intanto anche questo nemico aveva versato il suo obolo al mantenimento dell’idea dell’impero rosso.


Il manifesto/Alias – 5 marzo 2017