TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 4 aprile 2017

Avventurieri dei mari. Da Sindbad a Marco Polo


Una mostra a Marsiglia (da Sinbad a Marco Polo) e una serie di libri attraversano le rotte del Mediterraneo e dell'Oceano indiano dall'antichità al basso medioevo, seguendo spezie, merci, riti religiosi.

Marina Montesano

L'epopea marittima degli avventurieri

La via della seta richiama immediatamente l’immagine di polverose carovaniere che passavano da Kashgar, Samarcanda, Bukhara, Tabriz, i deserti del Gobi e le oasi turkestane, per giungere attraverso Costantinopoli fino al Mediterraneo. È vero tuttavia che molte delle merci che partivano da Oriente per giungere in Occidente non si muovevano per vie di terra, ma per quelle di mare. Anche il nome è almeno parzialmente fuorviante: già nel VI secolo la produzione della seta si era impiantata a Bisanzio, anche se fu solo dal VII e dalla prima intermediazione araba che essa si fece più diffusa; il che significa che altre erano le merci che viaggiavano per le le vie di terra e di mare.

Fino all'epoca di Marco Polo, gli europei sapevano poco dell’Asia centrale ed estrema. Molto più di loro conoscevano gli arabi che erano abituati a viaggiare in quel continente e a commerciare con esso. È con la nascita e l’espansione dell’Islam, dunque, che si venne a creare un tessuto connettivo continuo fra Oriente asiatico, coste africane e Occidente europeo. Fino dal IX secolo i mercanti del Golfo Persico frequentavano la Cina, mentre le navi giavanesi giungevano, favorite dal regime dei venti detti «monsoni», fino alla penisola arabica. Arabi o persiani erano coloro che guidavano i mercanti europei, che per loro traducevano nomi di cose e luoghi. Non è casuale che il Milione rechi traccia di questa mediazione arabo-persiana. Ed è attraverso questi contatti che viaggiavano anche, oltre alle merci, strumenti scientifici, cartografia, culti religiosi, idee, racconti.


Per questo la mostra Aventuriers des mers. De Sindbad à Marco Polo, organizzata dall’Institut du monde arabe, parlava in primo luogo dei viaggiatori e geografi arabi: da al-Idrîsî (ca 1100-1165) a Ibn Jubayr (1145-1217) a Ibn Battûta (1304-1377). Senza dimenticare però il veneziano Marco Polo (ca 1254-1324), il più celebre fra i viaggiatori europei; e neppure il coté leggendario, così importante, rappresentato da Sindbad, il marinaio delle Mille e Una Notte. L’esposizione, conclusasi a Parigi, dal 7 giugno al 9 ottobre 2017 si replicherà al Musée des Civilisations de l’Europe et de la Méditerranée di Marsiglia. Il catalogo Aventuriers des mers. VIIe-XVIIe siècle (Hazan, pp.224, ill.170, euro 29) approfondisce, attraverso una serie di brevi saggi, molti dei temi che nella mostra sono, per forza di cose, soltanto accennati.


Anche se, come detto, la seta non era più monopolio cinese, tante altre erano le merci che viaggiavano sulle vie commerciali eurasiatiche. Le più richieste e pregiate erano l’oro e l’argento di Sumatra, della Malesia e della Corea, oppure dell’Africa subsahariana; il sandalo, il bambù, la canfora, e il muschio asiatici, oppure l’incenso e la mirra d’Etiopia; le pietre preziose provenienti da Ceylon o dall’India. Ma anche le spezie vere e proprie: pepe, noce moscata, chiodi di garofano, cinnamomo. Della centralità di queste merci come motore del commercio internazionale ci parla l’ultimo libro di Anna Unali, Verso le isole delle spezie. Il commercio delle spezierie alle origini della penetrazione europea in Asia (L’Harmattan Italia, pp.304, euro 34).


Come nella rassegna francese, anche in questo libro protagonista è l’Oceano Indiano e il traffico marittimo che lo attraversava. L’autrice intreccia relazioni di viaggio di origine differente: arabe, cinesi, italiane, portoghesi. Perché è soltanto attraverso questa polifonia che si può avere un quadro completo di questa straordinaria epopea terrestre e marittima, che tanta influenza ha avuto sull’Europa bassomedievale e moderna.

Al di là delle direttrici intercontinentali, si viaggiava anche su tratte più modeste, ma non per questo meno importanti. Ce lo spiega bene Maria Serena Mazzi nel suo In viaggio nel Medioevo (il Mulino, pp.336, euro 24).

La rinascita commerciale, che nel XII secolo trovò il suo centro nelle fiere di Champagne, nelle Fiandre, in Italia, era sovente basata sulle vie fluviali intrecciate a quelle terrestri. Una linea parallela al corso del Reno collegava alla pianura padana; da Milano si arrivava sia al porto di Genova sia a quello di Venezia, sia al nodo stradale di Piacenza dove si incontrava la grande arteria medievale italiana, la Via Francigena che conduceva a Roma. Da lì, il tracciato dell’antica Appia Traiana raggiungeva i porti pugliesi, il canale d’Otranto, Costantinopoli e magari l’Oriente.


Si viaggiava anche per ragioni di pellegrinaggio, un capitolo importante della storia del viaggio medievale, nonché nel libro di Mazzi, che ne racconta la storia partendo dalle fonti dirette: i tanti racconti di viaggio bassomedievali che in questi ultimi anni hanno vissuto una meritata riscoperta.

Ad accoglierli a Gerusalemme vi era l’Ordine francescano, che dal Duecento aveva fondato la Custodia di Terrasanta, una importante istituzione ancora attiva ai nostri giorni e che ha dato non solo ospitalità, ma anche un’intensa attività culturale, archeologica, educativa. Ne ricostruisce la storia per i primi secoli di vita Beatrice Saletti in Francescani in Terrasanta. 1291-1517 (libreriauniversitaria.it, pp. 224, euro18,90).

Oltre alle persone e alle merci, lungo le strade viaggiavano anche ospiti indesiderati. La peste di metà Trecento arrivò attraverso le vie commerciali asiatiche, poi sulle navi che dal Mar Nero facevano la spola con l’Italia. Noi la ricordiamo come un flagello per l’Europa, ma il morbo colpì l’intero bacino del Mediterraneo.


È il punto di partenza di un libro di grande portata scientifica e culturale: Salvatore Speziale, Il contagio del contagio. Circolazione di saperi e sfide bioetiche tra Africa ed Europa dalla Peste nera all’Aids (Città del Sole, pp.708, euro 24). Sulle sponde meridionali del Mediterraneo, nel mondo arabo-islamico, l’arrivo del contagio venne registrato con spavento, ma diede anche origine a tante domande sulle sue cause e sui possibili rimedi.

A parte la ricostruzione del dibattito, particolarmente vivace perché la medicina e le scienze arabe al tempo vivevano una straordinaria fioritura, uno dei punti di forza del lavoro sta nel dimostrare come le due sponde del bacino mediterraneo si somigliassero, come le epidemie suscitassero un dibattito comune, come le reazioni fossero simili. In fondo, come davvero il Mediterraneo sia un mare che raccoglie intorno a sé una sola cultura con alcuni tratti differenzianti. Dove la religione è solo un elemento fra i molti possibili, nessuno dei quali divisivo.



Il manifesto – 23 marzo 2017