TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 26 aprile 2017

La prima sfida è essere donne



«Libere, disobeddienti, innamorate». In sala il bell'esordio della regista palestinese Maysaloun Hamoud, ritratto delle giovani generazioni arabo-israeliane attraverso il desiderio di libertà di tre ragazze coinquiline a Tel Aviv .

Cristina Piccino

La prima sfida è essere donne

Leila, Noor e Salma sono le protagoniste del primo film di Maysaloun Hamoud, palestinese nata a Budapest e cresciuta in Israele. Tre ragazze che condividono un appartamento a Tel Aviv districandosi tra amori, discoteca, studio, ambizioni di carriera. Leila è un avvocato che preferisce essere single piuttosto che fidanzata a un tizio conservatore, Salma è una dj lesbica costretta a respingere i tentativi della sua famiglia (cristiana) di trovarle un marito mentre Noor, che arriva da Umm al-Fahm, città conservatrice roccaforte israeliana del Movimento islamico, è una studentessa di informatica, religiosa osservante, promessa a un fanatico integralista preoccupato dallo stile di vita delle sue nuove coinquiline.

Niente di eccezionale dunque se non che le tre giovani donne sono palestinesi in Israele, costrette perciò a misurarsi con una doppia discriminazione sessuale e identitaria che le sospende sul confine; In Between come suggerisce il titolo internazionale, in Italia divenuto Libere, disobeddienti, innamorate, colte cioè «tra» due mondi, la cultura araba musulmana tradizionale e quella ebraico israeliana. Bar Bahr, il titolo originale, in arabo dice più o meno «tra terra e mare», in ebraico «né qui né altrove», una condizione in cui vivere un’esistenza che corrisponda ai propri desideri diviene la battaglia più difficile.

È questo spaesamento che indaga la cineasta attraverso la ricerca di libertà dei suoi tre splendidi personaggi che finisce sempre per scontrarsi, in una violenza che non risparmia nessuno, con il patriarcato, la «legge» degli uomini, padri o fidanzati incapaci di accettarle al di fuori del «ruolo» di sorelle, mogli,madri. Che poi è la stessa tensione della regista rispetto al racconto della società palestinese – il suo produttore è Shlomi Elkabetz, fratello di Ronit, con la quale ha scritto film capaci di restituire la violenza in Israele fuori dalla dimensione del conflitto israelo-palestinese.

Premiato al festival di Haifa. il film di Hamoud è stato attaccato ancora prima della sua proiezione, le voci lo descrivevano come un’ opera che esaltava senza morale la libertà sessuale, e gli abitanti di Umm al-Fahm hanno lanciato una fatwa contro la regista per il semplice fatto di avere utilizzato il nome della loro città. È sempre così pericoloso parlare di donne? Maysaloun Hamoud che è cresciuta in una famiglia musulmana laica, molto simile a quella del personaggio di Leila – «I miei genitori sono comunisti come me » ha dichiarato un’ intervista – si definisce «profondamente femminista» e il suo film è cominciato da qui. «Ero stanca di come vengono descritte le ragazze della mia età, e poi volevo dare voce alle donne palestinesi in Israele. Non si parla mai dei tabù che affrontano, della fatica che fanno per liberarsene».

Nel film affronta questa sfida con piglio deciso dosando umorismo, irriverenza, molto amore per le sue ragazze che non lascia mai. È lungo le loro linee di fuga nel quotidiano che si compone il ritratto di una generazione arabo-israeliana, e insieme di un Paese e della sua brutalità.


Il manifesto – 15 aprile 2017