TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 26 aprile 2017

Manet, il rivoluzionario della pittura che andò oltre l’impressionismo



Al Palazzo Reale di Milano un centinaio di opere raccontano la parabola del maestro. E ricostruiscono le atmosfere della capitale francese nella seconda metà dell'Ottocento con i quadri di altri grandi: da Monet a Degas, da Renoir a Cézanne.

Lea Mattarella

Manet, il rivoluzionario della pittura che andò oltre l’impressionismo

Non ha mai voluto partecipare alle mostre indipendenti degli impressionisti, perché era convinto che il campo di battaglia in cui far valere le proprie idee sulla pittura fosse il Salon. Eppure Edouard Manet è considerato da Monet, Renoir, Degas e compagni un vero capostipite. La rivoluzione che si compie tra metà e fine Ottocento all’ombra della Tour Eiffel e dei nuovi boulevard, piazze e monumenti che nascevano su progetto di Napoleone III e del barone Georges Eugène Haussmann, ha come pioniere proprio Manet, questo gigante della pittura capace di trasformare un semplice asparago in un sussurro di colori appena accennati, rendendolo di fatto indimenticabile.

La mostra Manet e la Parigi moderna aperta a Milano a Palazzo Reale, raccoglie un centinaio di opere intorno a un nucleo di dipinti e disegni del grande pittore che Renoir definiva “importante per noi quanto Cimabue e Giotto per gli italiani del Rinascimento”. Tutto arriva dal Musée d’Orsay, il tempio della pittura francese dell’Ottocento. La sfilata di capolavori inizia con una sezione intitolata “Manet e la sua cerchia”. Tra gli amici e sostenitori, ecco Émile Zola raffigurato in un quadro che è una dichiarazione di poetica. Lo scrittore posa nello studio dell’artista dove sul fondo è ben visibile un paravento giapponese, un omaggio a quell’Oriente che in questi anni sta cambiando completamente la concezione della profondità del quadro.

Gli impressionisti, grazie alla conoscenza delle stampe giapponesi, fanno a meno della prospettiva così com’era stata concepita dal Rinascimento in poi, appiattendo lo spazio per una visione totalmente nuova della realtà. L’amore per il Sol Levante è ribadito in questo dipinto dalla raffigurazione sullo sfondo di una stampa di Utagawa Kuniaki II che sta a fianco a una piccola riproduzione dei Bevitori di Velázquez e della celeberrima Olympia che Manet aveva presentato al Salon del 1865 suscitando un grandissimo scandalo.


La voce di Zola, che allora era giovanissimo, si fa sentire proprio per difendere l’opera – da lui considerata un capolavoro degno del Louvre – e il suo autore. Nel 1867, l’anno prima dell’esecuzione di questo dipinto, Zola scrive un pezzo ammirato che accompagna la mostra di Manet al Pavillon de l’Alma. Il piccolo libretto azzurro si scorge tra i volumi raccolti sulla scrivania, proprio dietro al calamaio. Zola tiene in mano un testo che ha delle riproduzioni d’arte, è seduto su una poltrona fiorita, di profilo, con lo sguardo assorto.

La qualità della pittura di Manet, seducente, rapida, impassibile di fronte al dettaglio perché attenta all’insieme, si rivela con la stessa potenza nel più tardo ritratto di Mallarmé conosciuto intorno al 1873. Anche qui sul fondo c’è una tappezzeria giapponese, il protagonista dell’opera è seduto in una posa molto meno formale di quella di Zola, fuma un sigaro e tiene dei fogli bianchi (la pagina bianca teorizzata dal poeta?). Questo piccolo, preziosissimo quadro con il nero che si illumina della luce dorata della tappezzeria (“Manet ha trasformato il nero in luce”, diceva Camille Pissarro), resterà nella collezione del letterato fino alla fine dei suoi giorni.

Anche Berthe Morisot, amatissima modella (e forse anche qualcosa in più), pittrice che ammirava Manet e si muoveva con sapienza sui suoi passi, terrà accanto a sé per sempre il ritratto che il pittore le farà nel 1874, poco prima che lei diventi sua cognata per aver sposato il fratello di lui, Eugène. Qui Berthe tiene in mano un ventaglio nero con dei fiori, il suo abito è nero, così come il nastro che le adorna il collo. Anche nel dipinto del 1872, quello con il mazzo di violette, la pittrice è vestita di nero, ma il suo sguardo che fissa dritto negli occhi Manet e dopo di lui tutti coloro che le passeranno davanti, il disegno della bocca non completamente chiuso, rivelano una sensualità attrattiva scomparsa nell’opera di due anni più tarda.


A differenza degli altri impressionisti che abbandonano il nero, eliminandolo anche dalle ombre che teorizzano “colorate”, Manet ne farà uno dei suoi cavalli di battaglia. I suoi neri, lo si vedrà in tutta la mostra, creano vere e proprie sinfonie, sono tattili al punto che chi guarda riesce a sentirne il peso. Da dove arriva questa predilezione? Proprio dall’artista spagnolo che avevamo incontrato riprodotto come una certezza nel ritratto di Zola, il grande Diego Velázquez, da lui considerato “il pittore dei pittori”.

Una sezione della mostra milanese affronta sapientemente anche la passione, direi quasi la dedizione, di Manet nei confronti della pittura spagnola. Angelina sembra uscita per toni e costruzione del volto da Las meninas. Poi ci sono i Combattimenti di tori in un’arena in cui la folla è diventata una macchia di colori, e un meraviglioso Pifferaio dipinto nel 1866. L’anno prima Manet era stato in Spagna, rimanendo affascinato dai musei. La particolarità di questo dipinto (che forse fu proprio la ragione per cui venne rifiutato al Salon) è quel fondo neutro su cui la figura sembra quasi ritagliata. Lo spazio della pittura da questo momento in poi è completamente sovvertito. Impossibile tornare indietro.

La Spagna fa capolino anche nelle altre sezioni della mostra come quella dedicata all’universo femminile in bianco, dove Il balcone con le tre figure che guardano ognuna in un punto diverso, per cui viene da chiederti se stiano davvero insieme, alla stessa finestra, trae la sua iconografia da una celebre opera di Goya.

Accanto alle opere di Manet come le marine (unico paesaggio amato, per il resto il pittore aveva trovato il suo cielo in una stanza), ci sono i pittori del tempo, da Degas a Tissot, da Fantin-Latour a Cézanne. Sono lì a raccontare la Parigi dell’Opéra, che sembra la raffigurazione delle serate della duchessa di Guermantes raccontate da Proust nella Recherche, e quella dei bistrot, dei caffè, delle rive della Senna. Baudelaire sognava «il pittore della vita moderna, colui che saprà strappare alla vita odierna il suo lato epico, e farci vedere, mediante il colore e il disegno, quanto siamo grandi e poetici con le nostre cravatte e le nostre scarpe di vernice!». Manet ne è il caposcuola. In mostra ci sono anche i progetti architettonici di una città che cambia. E che in poco tempo diventerà leggenda.


La repubblica – 13 aprile 2017