TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 21 aprile 2017

Quel vampiro di Jack London sospeso tra vita e letteratura



Michele Mari racconta il lato esoterico del grande scrittore americano.

Michele Mari

Quel vampiro di Jack London sospeso tra vita e letteratura



Prigioniero nell’Ospedale di Sant’Anna, Torquato Tasso scopre che «l’essere diviso dagli uomini porta seco questa utilità: che l’uomo (…) torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di restituirsi alla società degli uomini, si va nutrendo e dilettando, come egli soleva a’ suoi primi anni. Di modo che la solitudine fa quasi l’ufficio della gioventù». Così Leopardi in una delle sue più belle “Operette morali”, ma a modo suo anche Jack London nel Vagabondo delle stelle.

Questo libro è stato interpretato in molti modi: come atto d’accusa verso il sistema carcerario americano, come pretesto per la diffusione del verbo socialista, come opera pre-esistenzialista («serio strumento per verificare profondamente la condizione umana» lo definì goffamente Ford Madox Ford), come atto di fede nella metempsicosi, come inno alla libertà innata dello spirito umano, come applicazione narrativa della teoria junghiana della memoria filogenetica, come raccolta di racconti all’interno di una cornice (al verosimile scopo di venderli più redditiziamente come romanzo).

Di tutte queste ipotesi l’unica accettabile, al netto del cinismo, mi sembra l’ultima, cioè proprio quella contro cui si sono scagliati tutti i più agguerriti londoniani. A farmelo dire non è un gratuito spirito di contraddizione, ma la constatazione che, di fatto, i racconti sono autonomi (lo stesso London scrisse nel 1914: «Il racconto che sto scrivendo (…) fa parte di una serie di racconti che sono inclusi nel romanzo cui sto attualmente lavorando»); questo non significa ovviamente che la cornice non sia importante: anzi essa è il romanzo, mentre i racconti potrebbero essere di meno o di più, o molto più brevi, e non cambierebbe quasi nulla.

Non solo: perché London è fondamentalmente London nella cornice, laddove i racconti, anche per l’esigenza allotria di ambientarli in secoli passati, hanno qualcosa di forzato e di arbitrario. Essi obbediscono in ogni caso al puro piacere dell’affabulazione, e intanto hanno senso in quanto negano, o sospendono, la prigionia: come le fantasticherie del Tasso leopardiano, surrogano le illusioni, e sono metafora della letteratura stessa, tanto più inventiva e alternativa quanto più nasce come ribellione alla sofferenza e al limite.

È tanto ingenuo supporre che sia questo il senso del libro? Certo le altre letture non sono da rigettare in toto: a patto che vadano ridimensionate al livello di ingredienti tematici: dunque sì la metempsicosi e la reincarnazione, dunque sì Jung, dunque sì la denuncia civile e politica. Altrimenti, a quella stregua, sarebbe lecito affermare che Steinbeck ha scritto Furore per sensibilizzare il pubblico circa le conseguenze della grande depressione sulla vita di una famiglia media, o che Kafka ha scritto Il processo per contribuire alla semplificazione del diritto e della burocrazia.



Probabilmente alla confusione statutaria che grava su quest’opera di London («Il vagabondo delle stelle è qualcosa per il quale noi e London non abbiamo un nome» è giunto a dire Jay Williams) ha concorso il fatto che due dei compagni di prigionia di Darrell Standing (il condannato a morte che è il personaggio centrale del libro) si chiamino come due carcerati reali, Ed Morrell e Jake Oppenheimer, con il primo dei quali London ebbe più di una conversazione. 

Nel romanzo Morell crede alla verità letterale delle vite raccontate da Standing, Oppenheimer, «uomo positivo», le prende per invenzioni, ma l’importante è che entrambi ne godano e ne beneficino. È decisivo per apprezzare Salgari stabilire se sia stato in certi luoghi o li abbia trovati su un atlante? Certo che no, così come London potrebbe anche non essere mai stato nel Klondyke e Il richiamo della foresta rimarrebbe l’identico libro. Dunque, perché porci il problema critico se London credesse realmente nella reincarnazione? Io lo escluderei senz’altro, tanto l’ipotesi mi sembra oscena, ma se anche fosse?

Una storia conta per com’è raccontata, non per quanto l’autore la creda vera (chiaramente stiamo parlando di una verità immediata e non di quella che nasce dall’adesione – morbosa, fanatica, maniacale, euforica – di un autore alla propria invenzione, e qui l’invenzione è la “piccola morte”, o “morte nella vita”, che consente sì l’evasione trascendentale, ma che si ottiene per una via tutta laica e terrena, quella dell’autoipnosi).

Naturalmente una finzione del genere sembra fatta apposta per ribadire (riproponendolo in una nuova variazione formale) l’atavismo che presiede all’intera produzione di London: «Oggi vedo in me l’uomo (…) mangiatore di carni e di radici, vagabondo e predone, l’uomo che, stringendo in mano una clava, ha per millenni percorso il mondo in cerca di carne da divorare e da rifugi» ammette Standing, la cui visione è identica a quelle che aveva Buck accanto al fuoco di John Thornton; e com’è fatale, quelle memorie ancestrali risalgono fino al pre-umano: «Abbiamo ancora sul corpo i segni del mare e così quelli del serpente, prima che il serpente diventasse il serpente e noi diventassimo noi, quando pre-uomo e pre-serpente erano una cosa sola. Un tempo abbiamo volato nell’aria, un tempo abbiamo vissuto sugli alberi, atterriti dal buio. Di ciò restano le tracce, incise su ognuno di noi, incise nel nostro seme...».



Altro che spiritualismo misticheggiante dunque, altro che sottese cristologie o facili buddismi, altro che libertà innata dell’anima o del pensiero! Piuttosto, nell’escursione che va dalla prigionia alla fuga (la stessa escursione che corre dal titolo iniziale, La camicia di forza a quello definitivo), se non vogliamo accontentarci del beneficio onirico del referto atavico, possiamo cogliere una fiera e commovente fiducia nella capacità di recupero e di trasformazione della vita da parte della letteratura.

«Ho sempre avuto, nel corso della mia intera esistenza, la netta sensazione di aver vissuto in altri tempi e in altri luoghi, di avere addirittura ospitato in me altre persone»: è l’incipit del libro, ma potrebbe essere anche l’epitaffio di London e di qualsiasi vero narratore, vampiro anacronico che dopo avere attinto dalla vita e dalla letteratura affida la propria sopravvivenza alle sue future vittime, i lettori che gli sopravviveranno e gli scrittori che lo ricorderanno. Altra reincarnazione non so immaginare.

(Michele Mari, I demoni e la pasta sfoglia, Il Saggiatore)


La Repubblica – 24 marzo 2017