TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 20 aprile 2017

Uovo e primavera, un mito universale



Dopo un periodo di pausa, Vento largo riprende a soffiare. Lo facciamo con un contributo di Guido Araldo sul tema dell'uovo pasquale. Le feste sono passate, ma l'interesse di questo articolo resta inalterato. 

Guido Araldo

L'uovo pasquale

Un tempo era nota la loro predilezione degli “Arlecchini” per l’uovo: simbolo della vita che si rinnova. Nei riti del “cantar maggio” o del “cantar le uova” in tempo quaresimale, l’uovo era ed è il dono più comune e più gradito: la sua offerta è un gesto inequivocabile di buon augurio, nella speranza di un buon raccolto; come esattamene accadeva nell’antichità.

La festa “celtica” corrispondente alla Pasqua e, più ancora, all’equinozio di primavera, era l’Ostera, nel corso della quale venivano offerti alla dea della fertilità tre omaggi: un ramo gemmato, un maschio di lepre e un uovo dipinto di rosso che alludeva al sole, sempre più possente in cielo con l’addentarsi nella bella stagione; il principale regalo per i bambini. È da quest’allegoria, di buon augurio, che trae origine il tradizionale uovo di Pasqua.


Ancora oggi in molte regioni dell’Europa Centrale sussiste l’abbinamento di uova e lepre, quest’ultima sovente sostituita dal coniglio. La lepre, a sua volta, corrisponderebbe a un’antichissima raffigurazione della luna dell’equinozio di primavera, quando comincia a declinare fino a scomparire sugli orizzonti boreali del nostro emisfero. In Alsazia l’appellativo “osterahs” viene ancora usato per indicare la lepre di Pasqua. La festa celtica dell’Ostera è rimasta nella parola inglese easter, che significa Pasqua.

In merito all’uovo va ricordato che in alcune valli alpine occidentali, dove maggiormente si sono conservate antiche tradizioni, è consuetudine porgere l’uovo come offerta funebre, insieme a una candela. L’uovo come simbolo di rinnovamento, di rinascita, di metempsicosi, d’immortalità dell’anima; la candela allo scopo di fornire al defunto la luce necessaria per addentrarsi nel mondo dei morti.


È perlomeno curioso l’accostamento uovo e serpente, che diventa l’uroboro: il serpente che si morde la coda formando un cerchio e, non a caso, l’uovo si trovava al centro delle tonde ciambelle pasquali.

Orapollo, scrittore egiziano del IV secolo d.C. autore dell’Hieroglyphica: libro scoperto in un’isola greca nel 1419 e subito acquistato da Cosimo dei Medici, così descrive l’uroboro: «Quando gli Egizi vogliono descrivere il Mondo, pingono un Serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mondo…»

Nell’antico Egitto il dio Kneph, fonte di fertilità per la valle del Nilo, era rappresentato come un serpente con un uovo in bocca: simbologia che si è protratta nei secoli e nei millenni.


In epoca bizantina l’uovo fu sostituito da un uomo e il serpente da un drago, e diventò l’insegna di un reparto di cavalleria corazzata bizantina. Proprio dal vessillo con il drago, quei cavalieri presero il nome di “dracones” (il drago che divora il nemico) ai tempi del dux Flavio Belisario: cavalieri all’epoca famosi, che furono stanziati in Val Padana durante la devastante “guerra gotica” descritta da Procopio di Cesarea (535 – 553 d.C.). Dai “dracones” derivarono in seguito i reparti di cavalleria dei Dragoni (inizialmente cavalieri armati di archibugio) e derivò anche il toponimo di Dronero, all’imbocco della Val Maira, dove un reparto di cavalieri bizantini corazzati era dislocato.


I Visconti di Milano adottarono quel vessillo come simbolo della loro casata, che in seguito divenne simbolo della città ambrosiana. Recentemente il drago o serpente è approdato negli schermi televisivi, come “logo” di Canale 5, dove l’uomo divorato dal drago è stato sostituito e ingentilito da un fiore rosso a otto petali che, a ben vedere, è un simbolo antichissimo di armonia cosmica presente in molte raffigurazioni e simbologie medievali.