TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 23 maggio 2017

150 anni d’avventura. Quando i nostri esploratori sfidavano le vette e gli abissi


Fondata un secolo e mezzo fa, la Società Geografica è stata all'inizio del secolo scorso uno degli strumenti utilizzati dal nascente imperialismo italiano nella sua competizione con le grandi potenze del tempo, Francia ed Inghilterra. Il declino del peso internazionale dell'Italia, dopo la seconda guerra mondiale, ne ha fortemente ridimensionato il ruolo e oggi rischia di essere dimenticata.

Stefano Malatesta

150 anni d’avventura. Quando i nostri esploratori sfidavano le vette e gli abissi

Domani [16 maggio], nella splendida Villa Celimontana a Roma, si celebrerà alla presenza del capo dello Stato e di altre autorità il 150esimo anniversario della Società Geografica Italiana. La Società è stata uno dei pochi organismi pubblici – così come l’Accademia dei Lincei o la Normale di Pisa – a non finire nel ritmo blando della burocrazia. Sempre con mezzi ridotti, nel passato è riuscita a organizzare spedizioni memorabili, come quella guidata da Filippo De Filippi e da Giotto Dainelli, il più grande geografo italiano, sull’Himalaya nel 1913, quella del Duca degli Abruzzi al Polo Nord, con il capitano di vascello Umberto Cagni che aveva attraversato il grande “pack” del Mar Glaciale Artico durante l’inverno con una sola slitta, dodici cani e le provviste al di sotto della necessità.

Il Palazzetto Mattei che ospita la Società è addobbato con le mappe geografiche di Vittorio Bottego, di Romolo Gessi e di molti altri esploratori. In genere queste commemorazioni sono esercizi di retorica. Ma stavolta la celebrazione si presenta come un paradosso: l’assenza della Società Geografica stessa, vista la mancanza da ormai troppo tempo di molte delle sue attività. Quello che è rimasto è solo un involucro bellissimo svuotato della sua essenza, l’entrata spettacolare in via della Navicella, una pineta attraversata da viali ombrosi e la vista superba sulla passeggiata archeologica. È un posto unico, in altri paesi non avrebbero mancato di valorizzarlo al massimo perché non esiste un sito uguale tra manufatti archeologici e memorie storiche. Adesso studiosi e viaggiatori non frequentano più il Palazzetto Mattei.


La Società Geografica Italiana nacque a imitazione della gloriosa Royal Geographical Society, quella leggendaria fondata da Sir Joseph Banks, che era stato con James Cook nei Mari del Sud, alla ricerca dell’albero del pane che poteva sostituire la farina nell’alimentazione degli schiavi africani nelle piantagioni di zucchero nell’America degli inglesi. L’impresa più gloriosa è stata compiuta negli anni della Prima guerra mondiale da Ernest Shackleton, che nella sua missione in Antartide aveva attraversato lo Stretto di Drake, il tratto di mare più tempestoso del mondo, con onde di venti metri su un canotto di cinque metri senza mai dormire per diciassette giorni, insieme ai suoi quattro compagni.

Quanto a David Livingstone (1813-1873), aveva lo spirito del missionario e come tale si comportava, però faceva finta di non sapere che sulle sue tracce dopo qualche tempo sarebbero avanzati i reggimenti delle giubbe rosse dai bottoni d’oro e avrebbero piantato la Union Jack sulle terre conquistate. L’Inghilterra stava attraversando il periodo più imperialista della sua storia: un sentimento che provocava delle curiose sindromi. Per cinquant’anni gli inglesi coloniali dell’India hanno creduto alla possibilità che squadroni di cosacchi potessero scendere nelle pianure indiane attraverso i passi himalayani.

Era l’epoca in cui i due imperi si guardavano in cagnesco e giocavano a nascondino in altitudine tra il Pamir e l’Hindukush. Le spie travestite da geografi, sempre con il compasso nelle tasche, fingevano di essere lì per misurare l’altezza degli ottomila metri e giocavano a nascondino con gli agenti russi, travestiti da esploratori. Poteva succedere che a una altitudine di seimila metri, vicino al lago Karakul che ha il colore del topazio, i geografi della Royal Geographical Society offrissero un tè che veniva dalle colline dell’Assam.


La Società Geografica Italiana non aveva simili ambizioni. All’inizio si era accontentata di appoggiare lo sbarco nella baia di Assab, il primo passo italiano su quelle che saranno le colonie dell’Africa orientale. Tutto quello che si faceva in Africa era all’insegna del risparmio perché gli italiani non si potevano permettere le costose spedizioni lungo il Nilo con centinaia di portatori e non avevano esperienza delle colonie. La sconfitta di Adua (1896), la prima e l’unica che gli europei ricevettero in terra d’Africa, fu un duro colpo per la Società Geografica. La sua attività fece un salto in avanti solo con l’arrivo del fascismo e con la conquista dell’Etiopia. Quello che era stato creato era l’ultimo e il più traballante degli imperi coloniali. Ma per singolare contrasto in queste colonie si sviluppò una straordinaria architettura costituita dall’innesto dell’arte del Novecento con le antiche forme dell’arte del Mediterraneo del cubo e della sfera: una architettura di gran lunga superiore a quella moresque francese del Libano, o ai ponti in ferro del Raj britannico.

I finanziamenti alla Società Geografica sono stati sempre esigui. Forse perché i dirigenti politici hanno una immagine sbagliata della materia. La geografia non consiste nel sapere se la Dora Baltea sia un affluente di destra o di sinistra del Po, o nel conoscere a memoria tutte le capitali europee. Ci sono fenomeni di enorme importanza che si stanno addensando minacciosamente sulle nostre teste e che rientrano perfettamente nella geografia: la desertificazione delle savane, l’aumento della temperatura dell’orbe terracqueo, lo scioglimento dei ghiacci e il conseguente innalzamento delle acque e gli tsunami, sconosciuti nel passato con l’eccezione dell’esplosione del Krakatoa che a fine Ottocento provocò un’onda alta venti metri. Presso le società di altri paesi questi temi sono pane quotidiano.

Invece la Società Geografica Italiana avrebbe bisogno di maggiori finanziamenti. Al ministro dei Beni culturali vorrei chiedere se ha intenzione di intervenire a sostegno di questa istituzione.


La repubblica – 15 maggio 2017