TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 11 maggio 2017

A che servono i Greci e i Romani ?


Il latino e il greco sono materie fondamentali per la formazione dei giovani. Contro le teorie economicistiche che le ritengono inutili perchè non redditizie, Maurizio Bettini ce ne spiega l'importanza in un libriccino affascinante.

Paolo Lago

Bettini e l’alterità del latino al tempo dei ‘Reception studies’

Nel titolo del suo ultimo saggio Maurizio Bettini utilizza l’espressione «servire a»: A che servono i Greci e i Romani? (Einaudi «Vele», pp. 160, € 12,00). Come egli stesso osserva, in essa, assieme al concetto dell’utile che rimanda alla sfera semantica dell’economia, è insita l’immagine dell’essere «servo» (ciò è accaduto quando, soprattutto nei regimi totalitari, la cultura è stata assoggettata al potere). Nel discorso quotidiano della nostra società assistiamo a una vera e propria invasione delle metafore economiche: gli economisti che pretendono di interpretare il mondo esclusivamente attraverso la lente dell’economia sono i nuovi «oracoli che sbagliano» – come suona il titolo di un recente volumetto in forma di dialogo fra lo stesso Bettini e Carla Benedetti (Effigie 2016).

Anche la cultura è vittima di questa invasione, dalla dicitura «patrimonio artistico e culturale» a quella di «beni culturali», espressione ormai entrata anche nel linguaggio istituzionale, fino alla «valutazione» dei «prodotti» della ricerca da parte dell’ANVUR (l’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca), ai «crediti» e ai «debiti» universitari. D’altra parte, la creazione intellettuale e la cultura «servono» indiscutibilmente anche a rendere una società più degna di essere amata e vissuta.

«Lo studio della cultura classica – scrive Bettini – può insomma diventare un modo per tenere insieme due aspetti dell’esperienza contemporanea che rischiano, drammaticamente, di separarsi, quando non entrano addirittura in conflitto: la salvaguardia della memoria e dell’identità da un lato, l’esperienza dell’alterità dall’altro». Infatti, studiando i Greci e i Romani contribuiamo a mantenere viva la memoria culturale del nostro paese, nel quale i «siti culturali» da essi ‘prodotti’ non sono certo una minoranza; d’altra parte però si spalanca dinanzi ai nostri occhi uno scenario che dispiega un’affascinante alterità. Greci e Romani cioè sono anche profondamente diversi da noi, dal nostro mondo saturo di metafore economiche e scandagliato da censimenti, statistiche e sondaggi: studiare la cultura greca e romana è come andare alla scoperta di un mondo sconosciuto, misterioso e assolutamente non scontato.

Una significativa parte del saggio è poi dedicata alla scuola, istituzione deputata al compito di preservare e tramandare la memoria culturale. Trattandosi di cultura greca e romana, Bettini si concentra principalmente sul Liceo classico, oggetto di una disputa divampata anche sui giornali e in Rete. Il modo in cui viene insegnato il latino al liceo – osserva – segue sostanzialmente due modelli, «da un lato lingua sotto forma di grammatica, sintassi e versioni; dall’altro letteratura sotto forma di manuale accompagnato da qualche testo…».


Questo sistema di insegnamento è sostenuto dagli strenui difensori del Classico così com’è: ma è mai venuto loro in mente che i «due modelli», oltre che terribilmente vecchi, sono anche terribilmente noiosi per gli studenti? Dal canto suo Bettini non propone certo inutili e dannose ‘attualizzazioni’ – come quel traduttore delle Epistole di Orazio che, con estro attualizzante, traduceva «toga» con «calzoni» – ma suggerisce alcune sensate aphormái, cioè dei «punti di partenza», «risorse».

L’esperienza teatrale è una di queste: dal momento che il teatro gioca un ruolo assai importante nel mondo greco-latino, gli studenti potrebbero tradurre, sotto la guida degli insegnanti, un testo classico, rielaborarlo e rappresentarlo, portando la cultura classica fuori dalle aule. Poi, grazie al contributo fornito dai reception studies, si potrebbe ad esempio giungere al VI dell’Eneide, il libro della discesa agli Inferi, attraverso la Commedia di Dante, oppure far conoscere ai ragazzi testi ed episodi della storia greca e romana dopo aver ascoltato e discusso La clemenza di Tito o Norma, senza escludere la possibilità di proiettare film ispirati al mondo classico.

Altro punto di partenza può essere offerto dall’approfondimento antropologico del mondo antico: studiare le lingue e le culture classiche a scuola non dovrebbe limitarsi cioè ad apprendere a memoria le regole grammaticali e sintattiche per conoscere le «opere» degli «autori», comprese quelle minori e più astruse; ma, piuttosto, imbarcarsi alla scoperta di un universo affascinante e per certi versi ancora misterioso, per arrivare a capire che un altro mondo è possibile, e può esistere un modo diverso di vivere e di organizzare il nostro esistente.


Il Manifesto – 7 maggio 2017