TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 27 maggio 2017

Caravaggio e l'Inquisitore


Caravaggio, Giordano Bruno e l'Inquisizione in un romanzo inedito di Ermanno Rea.

Giuseppe Lupo

Caravaggio ellittico e silente

Sullo sfondo di una Roma ancora intossicata dal fuoco che ha bruciato vivo Giordano Bruno sulla piazza di Campo dei Fiori, Ermanno Rea immagina Caravaggio costretto ad ascoltare, suo malgrado, le parole di un Inquisitore ormai vecchio e malato, che gli parla di ordine, di sottomissione, di organizzazione verticale del sapere, di visione unilaterale del mondo. In dubbio non ci sono soltanto le sorti della pittura o la fortuna dei suoi dipinti, ma il rischio della libertà, che poi è una maniera assai sottile per alludere alla propria incolumità.

Caravaggio - a parere di questo Inquisitore - ascolta troppo convintamente le voci sinistre del monaco di Nola, ha una maniera tutta sua di rappresentare Dio e il suo mistero, diverge dalla norma in nome di una modernità che nel suo caso si manifesta nei criteri di una religione inquieta e irriverente, fatta di poche verità e soprattutto percorsa da uno spirito di ribellione a qualsiasi concetto di autorità. Di questi ingredienti forti si compone il breve monologo che Rea aveva inizialmente pensato come spettacolo teatrale, poi come video, salvo più tardi abbandonare entrambi i progetti e destinare tutto alla forma di pagine stampate per essere lette. 



La parola del padre non è soltanto un’opera inedita, dunque, ma l’ultimo lascito di un autore che ha cercato nelle storie da narrare le ragioni per cui credere nell’umano, credere nella sua vocazione originaria, che è quella del combattere contro i demoni della propria epoca e contro il buco nero del tempo. Testamento morale? Può darsi. Di sicuro è un testo dalla natura enigmatica, ricco di silenzi e di ellissi (addirittura il personaggio di Caravaggio non interviene mai, se non con gesti e atteggiamenti), che poi il lettore, ragionando per paradossi, scopre essere la parte dotata di maggior fascino evocativo, perché sono quei silenzi appunto i luoghi di più pronunciata suggestione, i momenti in cui il non-dire diventa più eloquente del dire.

Se ci fermassimo ai preliminari, il pensiero correrebbe subito a un romanzo quasi omonimo di Raffaele Crovi, il cui titolo - Le parole del padre (1991) - ricalca perfettamente questo di Rea. Nel caso di Crovi, però, a manovrare il discorso non era il cardine di obbedienza/disobbedienza, ma il dialogo tra un genitore di sangue (Virginio Crovi) e un genitore letterario (Elio Vittorini). È chiaro che Crovi e Rea indagano in direzione diversa, soprattutto destinano alla dimensione autoriale un ruolo che attiene alla sfera formativa o alla funzione di controllo del sapere.


Nell’arringa che l’inquisitore pronuncia dinanzi a uno spaesato Caravaggio, infatti, i padri sono addirittura tre: il Dio supremo, il Papa, Cesare, un pantheon di auctoritates, a cui inchinarsi sempre. Più che essere una tormentata mistificazione dei doveri di una generazione verso l’altra, Rea trasforma le angosce di un’epoca in risorse di civiltà. Non è tanto importante ciò che avrebbe risposto Caravaggio (a cui peraltro, per esprimersi, basta la voce dei suoi dipinti), quanto il presagio di una condizione umana che continua a sfuggire ai richiami dell’obbedienza, continua a nascondersi in quella zona franca che è il tacere prima di assumere le vesti del dubbio.

In quel territorio di verità frammiste, in quell’area di confine dove rifugiarsi quando il rifiuto di obbedire diventa necessità di conservazione, sta il segreto di Caravaggio e Rea ne approfitta per compiere un discorso sull’artificio del dissenso, sul segreto del non allinearsi che risuona un po’ come una sorta di sfida lanciata ai paradigmi del potere nelle sue forme più ottuse e sterili. Rea parla di ieri ma con un occhio sull’oggi ed è così che la sua scrittura si fa recitativo morale, forse presagio di tempi tristi, i nostri, dove altre, più subdole funzioni di controllo esercitano il proprio potere lasciando aperta e indisturbata la porta di una finta libertà.


il sole 24 ore – 21 maggio 2017