TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 18 maggio 2017

Guido Araldo, Le porte dell'aldilà



Gilgamesh e l'anello del'immortalità: riflessioni sul mito.

Guido Araldo

Le porte dell’aldilà


La domanda che assilla l’uomo dal giorno in cui s’impossessò del logos agli albori di quella che noi consideriamo civiltà, è la seguente: “cosa ci attende dopo la morte”? Nella risposta, sempre fantasiosa, a questa domanda sta la forza travolgente delle religioni, di tutte le religioni.

Eppure ci fu un dio antico, custode delle porte, di nome Giano, che a questa domanda sorrideva e rispondeva “noscere non licet!” all’uomo “non è lecito sapere”.

Anche la risposta incisa sopra l’ingresso di ossari antichi è mendace: «Voi siete ora come noi eravamo un tempo; noi siamo ora come voi sarete». Consapevoli di non sapere, di non poter sapere: questo il nostro destino, almeno per ora.

Ci sarà una fine definitiva e irrimediabile? Oppure, in qualche modo, avverrà una rinascita come la primula che ad ogni primavera si affaccia sul mondo? Più arduo immaginare oggi la resurrezione dei morti in un ipotetico futuro. L’universo è un vorticare armonioso di sfere che lascia trasparire una ciclicità ellittica, un divenire insondabile di materia e logos, dove non sembra esserci posto per geografie ultraterrene come il Paradiso, l’Inferno, il Nirvana.

Eppure la mente umana abbisogna di una fantasia cui aggrapparsi, per non sprofondare nel vortice dell’incertezza, della paura; il terrore del vuoto. All’umanità non basta il “non licet” di Giano. «L’eternità è il grande appetito della nostra anima, lo svelamento verso il quale le passioni sono attratte da una forza travolgente».

Il mito più antico, quello dell’eroe sumero o accadico di nome Gilgamesh, è impastato da questo anelito primordiale; anzi, gli aneliti sono due: l’immortalità e la felicità, entrambe irraggiungibili. Questa la morale alla base del mito. Ma gli uomini delle società successive hanno dimenticato questo mito, poiché enorme era l’esigenza di sapere: hanno innalzato molti vitelli d’oro e si sono abbandonati a demoni che ancora oggi tiranneggiano l’umanità.

Nel mito di Gilgamesh il suo fidato amico Enkidu, gigante dalla forza bruta addolcito da una prostituta, scende nell’Oltremondo alla ricerca dell’anello della felicità; così facendo, osò sfidare l’impossibile poiché era mortale, rimandovi eternamente imprigionato. Provato dalla perdita dell’amico, Gilgamesh s’interroga sulla sorte umana succube dalla caducità della vita e invoca il dio Enkir che gli conceda la possibilità di rivedere un’ultima volta l’amico Enkidu e la sua richiesta viene accettata. La descrizione dell’Oltretomba è la più antica a noi nota ed è la prima volta in cui un mito affronta il mistero morte, l’enigma del trapasso che agli esseri viventi non è lecito conoscere, se non nell’ora fatale in cui esalano l’ultimo respiro. Un luogo cupo e inquietante, dove chiunque osi entrare deve lasciare ogni speranza, esattamente come lo ebbe a descrivere Dante: “Lasciate ogne speranza, voi ch'entrate”. Il messaggio è chiaro: a nessuno è lecito tornare dal regno dei Morti. Chi afferma di esserci stato e di esserne tornato può essere soltanto un mendace, un impostore, se non è un Dio… (IX tavoletta).

Perduto l’amico Enkidu, rassegnatosi a non poter conseguire la felicità, Gilgamesh intraprende l’affannosa ricerca dell’altro anello: quello dell’immortalità. E c’è un uomo, nel mito, in possesso di questo anello: Utnapishtim, re di Shuruppak, sopravvissuto al diluvio universale su una grande barca in cui ha posto in salvo molti animali. Un mito che precede di almeno mille anni quello di Noè. In questa impresa Gilgamesh deve affrontare diverse prove, come i draghi di guardia al “giardino delle delizie dove splendono diamanti e lapislazzuli”, oppure resiste alle seduzioni della bellissima locandiera Siduri che, impietosita dalle sofferenze dell’eroe, svela all’eroe la strada per la terra di Dilmun, ad Oriente, verso il sole nascente, dove risiede l’immortale superstite del diluvio universale. (X tavoletta). Nella terra di Dilmun Gilgamesh incontra finalmente Utnapishtim, per scoprire che l’immortalità, similmente alla felicità, è una chimera. Circostanze straordinarie e irripetibili, come il diluvio universale, hanno permesso a Utnapishtim d’acquisire l’anello dell’immortalità, a lui soltanto riservato, che in mano ad altri uomini sarebbe inutile. Da allora dilagarono le fantasie.



Gli uomini, diceva mia nonna, abbisognano di preti e carabinieri: senza le galere e senza l’inferno il mondo sprofonda, la civiltà umana regredisce allo stato di barbarie in balia della bestialità intrinseca in molti esseri umani. Fondamentale la speranza, se non la certezza, di una ricompensa per le opere buone e della dannazione per le opere cattive, dopo la morte. Sarebbe un universo privo di giustizia. A tutte le latitudini, in tutte le longitudini l’etica umana ha preteso simili soluzioni. Anche per gli Inca remoti i beati avrebbero trovato dopo la morte il regno dove vivevano gli Dei, colmo di delizie, mentre i malvagi dovranno patire mille sofferenze senza tregua e senza speranza. L’Islam prevede foreste verdi e pascoli ameni, dalle mille delizie, per i credenti rispettosi della legge; mentre l’infedele brucerà in un fuoco eterno.

In altri miti l’inferno è il Leviatano, divoratore di anime, dove confluisce la cavalcata dei vizi negli affreschi medievali. Al-Ghazali, nell’XI secolo, descrisse Allah intento a chiedere al Leviatano se fosse sazio di tanto bottino e la risposta del mostro preoccupato è emblematica: «Come, non ce n’è più?». Il paradiso e inferno sono il frutto delle nostre aspettative e, più ancora, del nostro intenso anelito alla giustizia.

“Vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono del Messia. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco”. Capitolo XX dell’Apocalisse, ultimi versetti.

L’inferno, forse, oggi è qui sulla terra affollata da politici bugiardi e infidi, che negano la speranza e ci rapinano dei nostri guadagni e risparmi, complici banchieri e bancari; dove prosperano industriali, faccendieri, mercanti avvelenatori della terra, inquinatori dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo…

In realtà, il mondo è sempre lo stesso. Le nostre capacità intellettive sono sostanzialmente ferme al neolitico. All’uomo non può essere negata la necessità d’immaginare alternative alla nostra vita di merda, che c’induce a improvvisarci cartografi d’utopia. Non è vero che il nostro unico futuro possibile sia il nostro passato. Né che noi, già in vita, siamo fantasmi di noi stessi. Panta rei: tutto diviene, tutto si modifica, tutto torna, in un ciclico divenire su questa nostra stupenda Madre Terra che, da blu, la nostra bestialità cerca di trasformarla in grigia. Per questo motivo saremo maledetti, dannati, distrutti.