TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 3 maggio 2017

Léo Malet, Il boulevard delle ossa



Continua la pubblicazione dei grandi noir di Léo Malet (1909-1996). Un autore poco conosciuto in Italia, ma assolutamente da leggere. Ora è il turno di “Il boulevard delle ossa” del 1957.

Benedetto Vecchi

Gli scheletri negli armadi della guardia bianca

Una vincita alla lotteria che potrebbe consentire a Nestor Burma e alla segretaria della sua agenzia di investigazioni, «Fiat Lux», di andare in vacanza. Un probabile cliente che spiattella timidamente un racconto tanto generico quanto improbabile su misteriosi giri loschi tra cinesi e avvenenti donne russe.

Il romanzo di Léo Malet, che si aggiunge a quelli già editi da Fazi nel meritorio progetto di pubblicare tutte l’opera dello scrittore francese, vede il poliziotto privato Nestor Burma cedere il passo a Helene, la segretaria, per dipanare la matassa de Il boulevard delle ossa (pp. 170, euro 15).

L’avvio mostra Burma e Helene festeggiare la vincita alla lotteria; i propositi sono di perdersi nelle atmosfere sensuali di una Parigi uscita dalla guerra e ancora ignara di quanto sta accadendo in Indocina e, una manciata di anni dopo, in Algeria. Il probabile cliente è visto come una incombenza da liquidare velocemente, anche perché è disposto a pagare una altissima parcella.

Léo Malet è stato uno scrittore che non ha mai seguito stilemi consolidati. L’unica costante è la Parigi proletaria popolata da operai, piccoli artigiani, ladri di quint’ordine, donne e uomini schiacciati dal mestiere di vivere sotto lo stigma del lavoro salariato. Irregolare nella scrittura e anarchico nelle scelte di vita, Léo Malet è sicuramente uno dei migliori scrittori di noir francesi. Il suo stile narrativo è un condensato di leggerezza, ironia e capacità critica delle tante forme di vita che scandiscano la metropoli parigina.

Ne Il boulevard delle ossa il suo personaggio sembra non essere interessato a risolvere il caso. Nestor Burma fa leva sul mestiere per raccogliere le informazioni per le quali è profumatamente pagato. Quando capisce che il bandolo della matassa sta nella comunità dei russi fuggiti dalla rivoluzione di Lenin, mostra ulteriore disinteresse. Inoltre, i cinesi presso i quali indaga sono gli eredi di chi si è arricchito a Shangai con la prostituzione. Pure il defunto che irrompe nelle pagine potrebbe essere archiviato come un «morto per cause naturali», peccato solo sia il cliente che ha pagato anticipatamente. Burma potrebbe lasciar andare tutto, ma la segretaria Helene – qui vera e propria coscienza critica dell’investigatore privato – lo spinge a continuare le indagini, trasformandosi in investigatrice.


Sarà proprio lei a trovare la via giusta per giungere alla soluzione del mistero. Incontrerà due donne russe segnate dalla vita che tuttavia sono riuscite a non sprofondare nella disperazione e nella depressione aprendo atelier di successo e negozi di lingerie frequentati dalla ricca borghesia parigina. Sono rappresentanti dei russi che alla Rivoluzione hanno preferito l’esilio perché fedeli al vecchio ordine zarista.

Sono evocati il tesoro di Nicola II e i finanziamenti raccolti dalla «guardia bianca» per tentare una improbabile ripresa della guerra civile. Nestor Burma non ama la guardia bianca, ma non nutre neppure grosse simpatie per il nuovo ordine sovietico. È un anarchico, che non crede né in Dio né nello Stato, anche se questo è degli operai e dei contadini e seppure in gioventù sia stato solidale con chi voleva «tutto il potere ai soviet». Verso i sopravvissuti della guardia bianca prova tenerezza perché sono ormai degli outsider, ma niente altro. E di romantico nella loro vita c’è stato ben poco, piuttosto la ferocia di difendere un mondo indifendibile.

Riuscirà a mettere il punto a capo di questa storia grazie proprio ad alcuni scheletri rinvenuti in una casa di un fuoriuscito russo. E come tutti gli scheletri nell’armadio svelano, una volta tirati fuori, realtà che nulla hanno a che fare con la retorica di una purezza ideale immune dalla miseria umana. Tanto più se a ripeterla sono i reazionari come le guardie bianche custodi di un mondo che è stato giusto mettere a testa in giù.


Il manifesto – 26 aprile 2017