TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 22 maggio 2017

Paco Ignacio Taibo II, Parigi 1871 caccia al fantasma



Paco Ignacio Taibo II ricostruisce per “Repubblica” la storia di una spia durante la “gloriosa” Comune.

Paco Ignacio Taibo II

Parigi 1871 caccia al fantasma


Rimasi colpito, leggendo “La Comune” di Louise Michel, da un misterioso accenno: “Vaysett, per meglio cospirare, aveva a Parigi sette domicili”. Non avevo mai sentito parlare di questo Vaysett, ma che godesse di sette domicili mi sembrava un bel vanto, anche per una spia di Versailles e anticomunarda. Diedi per scontato che si trattasse di una metafora. Spinto dalla curiosità, tuttavia, andai nel garage di casa mia, dove c’è lo scaffale comunardo della mia biblioteca, e mi sono messo a cercare Vaysett. La ricerca mi portò al nome di Vaysett George e alla fine che fece, fucilato dai “Vengeurs de Flourens” negli ultimi giorni della Comune. Prima di essere fucilato, lanciò una strana minaccia: «Risponderete della mia morte davanti al Conte di Fabrice », che, a quanto pare, era un ufficiale prussiano e non un capo dello spionaggio di Versailles. I dati forniti da Jules Tallandier nel 1871 assicuravano che la fucilazione aveva avuto luogo sul Pont Neuf, il famoso nono ponte, dove una volta mi ha portato per mano Julio Cortázar in Le armi segrete. Place Dauphine è la punta dell’Île Saint-Louis. Il sesso di Parigi, secondo Breton. Ricordo che proprio lì mi aveva fatto una foto Daniel Mordzinski. Aveva scelto inconsapevolmente il luogo della fucilazione per fotografarmi?

Messo da parte il ponte, tornai al personaggio. Diverse ore più tardi, avevo chiarito che Vaysett era stato scoperto mentre tentava di comprare il generale comunardo Jaroslaw Dombrowski, quel meraviglioso polacco dai baffi sottili che si era formato in una scuola militare per nobili a San Pietroburgo, aveva partecipato all’insurrezione popolare di Varsavia e, divenuto generale della Comune, era morto sulle barricate a 33 anni, dando poi il suo nome, molti anni dopo, alla XIII Brigata Internazionale che combatté nella guerra di Spagna. Era troppo per la mia anima inesistente: una spia che ha sette case, fucilata sul Ponte di Cortázar per aver tentato di comprare Dombrowski. Finii col leggermi tutto quello che c’era sulla XIII Brigata e la battaglia di Teruel. Passarono i giorni.

Nella History of the Commune of 1871 di Eleanor Marx Aveling, la figlia di Marx racconta che Vaysett usò come intermediario per arrivare al generale comunardo un suo aiutante di campo, Hutzinger, che era stato una spia della polizia tra gli esiliati londinesi, e che dunque doveva aver conosciuto da bambina, nelle riunioni che si facevano a casa di suo padre. Lo sguardo della bambina sulla spia, che era l’aiutante dell’altra spia? Vaysett offrì 500 mila franchi, secondo alcuni, un milione e mezzo secondo gli esagerati e diecimila secondo i moderati, a Dombrowski perché ritirasse le sue truppe consentendo l’apertura di una delle porte di Parigi per lasciar passare i versagliesi. Al generale comunardo veniva offerto un salvacondotto e il pagamento in biglietti della Banca di Francia o con un pagherò della casa Rothschild di Francoforte. Veysett sarà denunciato, arrestato, fucilato.

Accidenti. Questa è una storia, il frammento di un romanzo? Niente? Ero sul punto di arrendermi e di lasciare la cosa nell’armadio virtuale dove conservo i materiali che un giorno dovranno trovare un destino migliore, quando in un ottimo studio di Bernard Vassor compare la lista delle case usate dalla spia Vaysett... Solo che sommandoli non abbiamo quei sette e presumibilmente metaforici domicili di Louise Michel, ma nove! A che gli servivano nove case? Sono tentato di andare a vedere quelle strade prendendo come guida i romanzi dei Pardaillan di Zevaco. Per fortuna, mi fermo. [...] Un giorno in cui sembra che quello che scrivo non voglia farsi raccontare, torno erraticamente su questa storia e provo a cercare in rete con altre ortografie. Veysett/ Vayset/Vaysset/Veysset?


Alleluia. Trovo uno studio di P. Martínez sugli esuli e le spie nella English Historical Revue, un testo della vedova, il ritaglio di un giornale di provincia degli Stati Uniti che riprende una nota di agenzia, versioni piuttosto conservatrici sulla Revue des deux mondes. Uso il mio tesserino della Biblioteca di New York per accedere a versioni complete e leggibili di questo materiale.

La versione anticomunarda lo descrive come un uomo “intraprendente, energico e abile”, un agricoltore di 50 anni (agricoltore?) tenuto d’occhio dalla polizia comunarda di Raoul Rigault per un certo tempo finché era riuscito a depistarla. Quando viene denunciato il tentativo di corrompere Dombrowski tramite Hutzinger e sua moglie, signora Frossard, cominciano a cercarlo; perquisiscono la casa di rue Caumartin, arrestano sua moglie, più tardi viene denunciato dal portiere di una delle sue tante altre case mentre si trova all’Hotel Le Lapin Blanc a Saint-Denis (decimo domicilio), lo arrestano, dice di chiamarsi Jean, non Georges.

Stranamente, emerge dagli interrogatori un nuovo indirizzo “dove si tenevano le riunioni più importanti”: rue de Madrid numero 29. Compare nella storia Théophile Ferré. Grazie al Dictionnaire de la Commune de Paris di Georges Darboy posso precisare la sua biografia: militante blanquista e forse impiegato in uno studio legale, condannato quattro volte durante il Secondo Impero per le sue opinioni politiche, membro del 152° battaglione della Guardia Nazionale, delegato del comitato centrale repubblicano dei venti circondari (arrondissements) con Louise Michel. Dirige la difesa dei cannoni di Montmartre del 18 marzo. Mi fermo. Cerco la straordinaria versione a fumetti dell’insurrezione di Tardi e Vautrin, L’urlo del popolo; quando finisco i quattro volumi mi sono scordato perché sono tornato in modo così ossessivo sulla Comune (non torniamo tutti sulla Comune di Parigi, madre di tutte le sinistre?).

Passano i mesi, casualmente torno su Veysett. È il 24 maggio, lo stesso giorno in cui Ferré ordina la fucilazione dell’arcivescovo di Parigi, che poi giustificherà la sua futura esecuzione nel novembre del 1871? Accade che il responsabile della Sicurezza e membro del comitato centrale della Comune, con un plotone dei Vengeurs de Flourens, tira fuori l’uomo delle undici case dal deposito in cui è detenuto. Lo portano al Pont Neuf, accanto alla statua di Enrico IV. Ferré dice a Georges Veysset: “Sarà fucilato. Ha qualcosa da dire?”. E Georges risponde: “La perdono”. Quattro uomini scaricano i propri fucili, il cadavere viene gettato oltre il parapetto nella Senna. “Questa è la giustizia del popolo”, avrebbe detto Ferré. Tutto ciò dove mi porta? Non ne ho la minima idea.

Traduzione di Luis E. Moriones


La repubblica – 12 maggio 2017