TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 7 maggio 2017

Picasso primitif


Un ritorno alle origini per cogliere il mistero dell'uomo, questo il senso dell'arte di Picasso.Una grande mostra a Parigi racconta l'incontro del pittore con l'arte africana.

Marino Niola

Così Picasso diventò primitivo

Senza l’art nègre Picasso non sarebbe diventato primitivo. E forse le Demoiselles d’Avignon non sarebbero mai nate. Ma, per fortuna, Pablo incontrò le maschere africane. E fu tutta un’altra storia. Una storia avvincente raccontata dettagliatamente dalla mostra “Picasso Primitif”, che il museo parigino del Quai Branly-Jacques Chirac, in collaborazione con il Musée national Picasso-Paris, dedica al rapporto tra il padre del cubismo e l’arte primitiva (fino al 23 luglio).


Il curatore Yves Le Fur, cui si deve anche il bellissimo catalogo edito da Flammarion, con felice scelta espositiva, ricostruisce stanza dopo stanza, passo dopo passo, gli alti e bassi di quest’attrazione fatale, che inizia nel 1907 con una visita al Museo etnografico del Trocadéro. E non è amore a prima vista. Anzi, è uno choc. L’odore di muffa e di abbandono che regnano in quelle sale deserte, quel sentore ostile di alterità, quelle forme oniriche che sussurrano formule oscure lo spaesano. Ma decide di restare. Perché i segnali di quel mondo perturbante, fatto di oggetti misteriosi e paurosi, lentamente gli svelano il senso stesso della pittura. Che è magico e non estetico. “Il giorno che ho capito questo, ho capito anche perché sono pittore. Le Demoiselles si sono realizzate proprio allora, ma non per una questione di forme, perché in realtà era la mia prima tela d’esorcismo”.


Da quel momento Picasso comincia a collezionare compulsivamente questi souvenirs d’exotisme che antropologi come Michel Leiris e Marcel Griaule, poeti come Guillaume Apollinaire, colleghi come Henri Matisse e la scrittrice Gertrude Stein, gli fanno arrivare da ogni parte del mondo. Li chiamano semplicemente negri, sia che si tratti di una statuina nigeriana, che di un palo totemico amerindiano. L’artista li porta con sé a ogni trasloco, piazzandoli un po’ dovunque, nei suoi atelier, nelle case parigine e soprattutto nella sua sontuosa villa di Cannes, La Californie, dove vive dal 1955 al 1961. I negri diventano la cifra nel tappeto della sua poetica. Perché questi idoli, trofei, scudi, tamburi, sonagli, diademi, non sono semplici objets d’art, ma le grandi matrici di un immaginario sommerso. Un continente ritrovato dei sensi.



Adesso sono tutti esposti nella mostra. Fra i più impressionanti un Nevimbumbao, fantoccio rituale delle isole Vanuatu, nel Pacifico occidentale, usato per spaventare i bambini durante le iniziazioni. Occhi esorbitati, ghigno inumano. Una marionetta infera, un emissario dell’Ade. “Quel coso della Nuova Guinea mi fa paura e deve farne anche a Matisse. Per questo vuole regalarmelo a tutti i costi”. Picasso rifiuta a lungo quel convitato d’argilla, ma alla fine non può opporsi alle ultime volontà di Matisse, che gli scarica l’inquietante eredità. Il merito di questa splendida esposizione è di materializzare l’officina creativa dell’artista, di rendere visibile la stratigrafia della sua ispirazione.


Perché se il rapporto tra l’autore di Guernica e le arti primitive è uno dei mantra più ripetuti dalla storia dell’arte moderna, nelle sale del Quai Branly questo rapporto diventa corrispondenza concreta di immagini. Un faccia a faccia tra Pablo e i primitivi fatto di accostamenti rivelatori. Per esempio tra la sacra allucinazione del Torero del 1970 e una maschera bicolore del Gabon. La civettuola Donna con cappello di paglia e foglie blu e un copricapo di piume e bambù dell’isola della Pentecoste. L’acume smarrito dell’Uomo che scrive e una maschera anamorfica della Nuova Guinea. La Testa di fauno barbuto con le corna a spirale del 1961 e la barba caprina di un satiro messicano di Tututepec.



Folgorante l’associazione tra un capolavoro come Doraeil Minotauro e una pittura degli aborigeni australiani che raffigura un coito mitologico, una cosmogonia sessualizzata. O la giustapposizione del piccolo Nudo con le braccia alzate, preparatorio delle Demoiselles, con un disegno su corteccia della Terra di Arnhem, in Australia, dove il femminile diventa un labirinto sospeso sull’abisso. In queste corrispondenze si coglie come l’incontro con l’arte primitiva sia la precondizione indispensabile alla nascita del cubismo e del surrealismo.

Che non sono un’invenzione individuale, dice il grande malagueño, né il semplice parto della fantasia di un artista, ma il riconoscimento improvviso di una somiglianza inattesa tra forme e colori lontani. Per calarsi nelle profondità dell’essere e ridurlo all’essenziale, Picasso è tornato alle origini.


La Repubblica – 30 aprile 2017