TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 4 maggio 2017

Quando la Dea sorge dalla terra. La Madonna della galline

La festa della Madonna della galline che si svolge a Pagani richiama alla mente Proserpina, sul cui culto si modellano i rituali delle madonne ctonie che affiorano dalla terra. Un rituale antichissimo ancora praticato, fondato sulla danza e sul canto.

Domenico Sabino

Il culto urbanizzato

I rituali popolari sono polisemici: rappresentano il momento sacro, rituale, simbolico della classe subalterna per reprimere l’angoscia esistenziale ed eludere ciò che Ernesto De Martino chiama «crisi della presenza». Le feste rispecchiano la realtà popolare cui la classe dominante ha sempre cercato di sottrarre linguaggio, segni, cultura; con il boom economico del ’’900 s’è assistito al requiem della cultura contadina e delle radici più arcaiche. Pasolini ha subito compreso gli effetti deleteri di tale processo irreversibile e ne ha parlato sia negli scritti che nel film Teorema (’68).

Qui una delle protagoniste, Emilia, interpretata dalla sublime Laura Betti, la «santa matta, alle porte di Milano, in vista delle prime fabbriche», dopo aver levitato, rimane immobile nel cielo con le braccia aperte come un’orante, imago di un’archetipa sacralità e civiltà rurale di cui Pasolini ha percepito l’inevitabile estinzione. Emilia, piangente e chiusa nel mutismo, decide di ritornare alla terra e sotterrarsi viva, aiutata da una vecchia, in una buca di un cantiere della periferia di Milano. Dalla sepoltura le sue lacrime continueranno a sgorgare, creando una sorgente d’acqua taumaturgica.

Un’immagine che richiama alla mente Proserpina, sul cui culto si modellano i rituali delle madonne ctonie che affiorano dalla terra. In tal contesto ci si soffermerà sul culto della Madonna delle Galline che si svolge a Pagani (Sa) la prima domenica dopo Pasqua. L’appellativo Madonna delle Galline deriva da una leggenda popolare secondo cui intorno al XV secolo alcune galline, scavando nel terreno, riportarono alla luce un’icona della Madonna del Carmine, seppellita tra l’VIII e IX secolo per sottrarla alla barbarie iconoclasta. Da allora la Madonna del Carmine è detta, per l’intero Agro-Nocerino-Sarnese, Madonna delle Galline. In questo giorno la statua della madonna è portata in processione per la città e i devoti le offrono galline e colombi.



Secondo la tradizione, il primo centro cultuale si sarebbe trovato in una zona rurale ai confini tra Pagani e Sant’Egidio del Monte Albino dove ancora oggi è presente una piccola cappella che custodisce un’immagine della madonna. A conferma di ciò è stata registrata sul campo da chi scrive una variante della leggenda del ritrovamento del quadro: «Si racconta che questo quadro fu rinvenuto a Sant’Egidio del M. Albino e collocato in una chiesa che si trovava nei paraggi. Però l’immagine della madonna compariva sempre nel luogo dove ora sorge il santuario e dove prima doveva esserci un cimitero.

In seguito a ciò, venne costruita la chiesa e il quadro da Sant’Egidio del M. Albino fu portato a Pagani». Esaminando la leggenda e la sua variante è possibile notare, tra l’altro, l’urbanizzazione di tale culto che dalla zona rurale s’è spostato nel centro della città, portando con sé aspetti rurali della religiosità assimilati dal culto cristiano. Tale fenomeno di assimilazione, però, non ha origine nel mondo contadino, ma all’interno della chiesa e nella sua opera di evangelizzazione. Una chiesa che, consapevole di non poter debellare forme di religiosità preesistenti, le ha acquisite e riproposte in maniera falsata, edulcorata all’intera comunità da convertire.



Magia e Religione

Si può affermare, dunque, che il cristianesimo s’è modellato su forme preesistenti di religiosità e ritualità magico-religiose. Del resto, i segni della leggenda, in cui le galline riportarono alla luce un quadro che era stato seppellito, sembrano essere gli stessi di Proserpina/Kore, che ritorna dagli inferi con la primavera. Infatti la Madonna delle Galline è connessa al mondo dei morti e al culto delle anime del purgatorio; basti osservare l’icona ai cui piedi ci sono anime purganti e galline. Molte, secondo la tradizione, sono le relazioni tra galline e mondo sotterraneo: sono un ottimo mezzo per veicolare influenze malefiche e sono tuttora usate in Campania per fatture e rituali magici; hanno una componente psicopompa, ovvero guidare le anime nel mondo degli inferi. Basti ricordare che le divinità psicopompe erano munite di ali: da Hermes a Nike fino agli angeli della tradizione cristiana, primo fra tutti san Michele Arcangelo.

Relativamente all’intero ciclo festivo, va sottolineato che esso si rapporta alla figura femminile della Madonna e non alla figura di Cristo, in antitesi con la concezione della chiesa che basa la dottrina e l’organizzazione ciclica della liturgia sulla figura di Cristo (passione-morte-resurrezione). La tradizione orale vuole che le madonne in Campania siano sei sorelle: Madonna dell’Arco – principio del ciclo della pasqua contadina -, Madonna delle Galline, Madonna di Castello, Madonna dei Bagni, Madonna di Pozzano, Madonna Avvocata; ma ce n’è una settima, brutta e nera, che invece risulta essere la più bella di tutte: la Madonna di Montevergine definita Schiavona, ossia nera.

Le sette madonne campane, i cui santuari sorgono in luoghi cultuali precristiani dedicati a divinità femminili di origine mediterranea, sono caratterizzati da vari significanti: la grotta, il pozzo, l’albero, l’acqua, il sottosuolo, il castello, la montagna. La morfologia delle ierofanie in relazione a tali segni si ritrova nelle feste popolari dedicate alle sette madonne/sorelle dell’area campana collegate anche alla funzione protettiva del gruppo. Le feste si modellano su tali significanti, anche iconografici, si svolgono in un arco di tempo che va dal lunedì in Albis a settembre.



Tammurriata

È evidente il rapportarsi delle classi subalterne a una figura materna che rappresenta un elemento molto più rassicurante della figura di Cristo, imposta dalla dottrina cattolica. Così viene a crearsi, all’interno delle classi subalterne, un’ansia di matriarcato, sempre repressa, che s’oppone fortemente a un patriarcato che fin dalle origini ha significato violenza e dominio. Perciò il ciclo pasquale/primaverile si rivolge a una proteiforme figura femminile che è sincreticamente sposa, madre, sorella, figlia, vissuta con l’ambiguità della cultura sottoproletaria e che dalla classe egemone ha sempre subìto violenza, annientamento e paranoia.

Osserva Annibale Ruccello: «In tutte queste feste è presente l’elemento della danza e del canto accompagnato dal tamburo, elemento che da località a località cambia stile, forme, figure, ma rimane sempre invariato nella sua forte carica sessuale, nel suo valore simbolico di esorcizzazione collettiva di angoscia e pulsione connesse alla morte, alla madre, all’omosessualità». La denominazione utilizzata per designare tale linguaggio sia musicale che coreutico è la tammurriata; per la sua esecuzione è previsto l’uso di uno strumento a percussione: la tammorra su cui si sviluppa il canto.

È un corpo di interpreti che dà origine a un continuum composto di materiali testuali e ritmici atemporali che infrange la circolarità rituale mediante attraversamenti, mettendo in relazione l’arcaico e il moderno. Una coreuticità in cui i danzatori manifestano in uno stato psicologico alterato il rapportarsi coll’esterno attraverso una performance: flusso incessante di ritmo ossessivo e forti sensazioni. La danza assume una funzione rituale caratterizzata da una componente erotica e da una gestualità ambigua e aggressiva che non si ritrova nella visione oleografica della tarantella, propria sia della letteratura classicheggiante che dei mass media dei giorni nostri.

Bagliori sonori e gestuali di una tradizione che va dissolvendosi per colpa del pressapochismo pseudoculturale delle istituzioni politiche e dei loro figuranti che interpretano la festa e il folklore: «Come elemento “pittoresco”. Occorrerebbe studiarlo invece come “concezione del mondo e della vita”. Solo così l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente la nascita di una nuova cultura nelle grandi masse popolari, cioè sparirà il distacco tra cultura moderna e cultura popolare o folclore»; ipse dixit Antonio Gramsci.


Il manifesto/Alias – 22 aprile 2017