TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 9 maggio 2017

Sambuco e capre



Vite di donne in montagna. Romanzo d'esordio di Doris Femminis.

Alessandra Pigliaru

Ricetta per la vita: sambuco e capre lassù in montagna

Ciuffo di capelli corvini, sopracciglia folte e il candore indomito di una bambina nata già in lotta. Ha un incedere così poetico e struggente Doris Femminis nel portarci a conoscere Chiara cantante e altre capraie (Pentàgora, pp. 226, euro 12), suo romanzo di esordio che mette al mondo una saga di donne fra le montagne e il cielo – come recita il sottotitolo. Ambientato in Val Bavona, nella Svizzera italiana, il libro percorre le vicende della comunità di Cavergno, come delle limitrofe terre di montagna, lungo un arco di tempo che va dal 1910 al 1946.

La narrazione, tra vita contadina e fatica per la sopravvivenza, è anzitutto sensoriale, soprattutto odori, sapori e colori di una transumanza rumorosa. Trafitta dalla maledizione del sangue, da nascite complicate di deformazioni – quelle peggiori non sono dei corpi ma dell’essere indesiderabili – e da una morte che si può solo sperare arretri ancora un altro po’, la giovane Chiara cresce nel pugno di terra che ha sempre conosciuto. Fabbricatrice di unguenti a base di foglie di verza e sambuco, possiede il sortilegio della cura di sé e degli altri, rifiuta qualsiasi spasimante negando eventuali proposte di matrimonio poiché al destino nuziale preferisce una gerla di foglie – almeno si può riutilizzare nella stalla. Diventa presto capraia, compone il suo gregge che mantiene per anni e comincia a cantare. Non il risentimento per il conflitto mondiale, neppure la preoccupazione per i partigiani internati.


Chiara, «occhi incollati a un ricamo» e bellezza indisponibile, che due franchi alla volta riesce a comprarsi un motorino ma che non va d’accordo con la motosega, il fucile e la falciatrice, canta preghiere e filastrocche in dialetto. Sarebbe capace di uccidere, solo però a mani nude o al massimo con la scure con cui taglia la legna. Insieme a lei una coralità di figure dirompenti e intere, a partire da sua madre Elisa con cui non ci sarà mai pace né restituzione, Marta che conosce la pietà e ascolta il racconto del feroce rastrellamento di Val Grande del 1944, così Giovanna, Agata, Silvia e altre.

Doris Femminis ci fa percorrere la montagna e le sue gole strette nel corpo a corpo d’amore per quei luoghi e la sua gente, tra testimonianze e storie orali che si accompagnano alla «commossa simpatia» verso le donne di diverse generazioni, comprese quelle del suo corredo famigliare.

La scrittrice che ha vissuto in Val Bavona per otto anni allevando capre, da tre anni si è trasferita sull’altopiano del Giura; è infermiera psichiatrica a domicilio e scrive nel tempo immobile della neve in cui è immersa. C’è da augurarle che prosegua nel tenore di questo esordio, preciso e incantato.



Il manifesto – 6 maggio 2017